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POLITICALLY INCORRECT? FINALMENTE

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Donald J. Trump è uno dei politici americani che vorrebbero essere candidati alla carica di Presidente. È repubblicano, ma è soprattutto sopra le righe. Ha fatto la sua cifra di una sorta di estremismo verbale che non risparmia nessuno e ciò – almeno fino ad ora – gli ha dato visibilità. Ma in questo campo non è il primo, né in America né in Italia, e la cosa non meraviglia: siamo subissati di immagini pubblicitarie che sgomitano per farsi notare, ed è normale che anche i candidati politici facciano altrettanto. Proprio per questo vanno apprezzati gli eventuali sistemi meno convenzionali.
Uno è il turpiloquio. In Italia in materia di turpiloquio il campione di tutti gli stili – rana, dorso, farfalla e libero – è Beppe Grillo. Ma il turpiloquio è stucchevole. Molti, molti anni fa Cesare Zavattini scandalizzò l’Italia intera dicendo in pubblico la parola “cazzo”, ma oggi siamo al turpiloquio banalizzato. Molti film fanno pensare al molo d’un porto come a un salone d’ambasciata, al confronto, e chi vuole farsi notare, in questo campo, oltre a dirne di tutti i colori, deve avere inventiva. Per riconfermare il suo personaggio, Vittorio Sgarbi non dimentica mai di perdere la staffe e dare prova della propria fantasia, nel campo dell’insulto colorito. Ormai, dire parolacce è addirittura un segno di conformismo, come non indossare la cravatta.
Ecco perché bisogna salutare con interesse lo stile di Donald J.Trump: il miliardario, oltre che per le parolacce, si è fatto notare perché è stato capace di andare risolutamente contro la political correctness. Questa è la regola per la quale non bisogna ferire nessuno: né le donne né i bambini, né i vecchi né i negri, né i musulmani né i buddisti, né i nani né le portinaie. Di questo passo ci rimarrà soltanto la libertà di dire male dei politici.
Naturalmente, è vero che si ha il dovere di non ferire nessuno. Ma da un lato non bisogna essere troppo sensibili. Se sei un gran lavoratore meridionale e ti dicono che i meridionali non amano sudare, non prendere per questo cappello: suderesti anche di più. Dall’altro non bisogna dimenticare che il linguaggio è fatto anche di stereotipi: se parlando di un uomo pusillanime si dice che “non è un guerriero, è una donnetta”, inutile stare a dire che ci sono state e ci sono fior di donne coraggiose. Lo sappiamo benissimo. Ma la lingua è quello che è. Virile è un aggettivo positivo (che ben si adatta all’energia di donne come Golda Meir o Margaret Thatcher), mentre femmineo è un aggettivo negativo, che avremmo potuto applicare a legioni di democristiani.
Che un uomo sia chiamato nero o negro non cambia il colore della sua pelle. E se si offende perché lo si è chiamato negro, la caratteristica negativa, se c’è, è nel suo cervello. I nani potrebbero essere definiti “persone che hanno la fortuna di poter dormire in poco spazio”, potremmo chiamare i ciechi “persone cui è risparmiata l’arte figurativa contemporanea”, ciò non farebbe aumentare la statura dei primi né migliorerebbe la vista degli altri. Chi pensasse che si è esagerato, con questi paradossi, sappia che si è proposto seriamente di chiamare i nani “persone verticalmente svantaggiate”. E ne consegue che le prostitute sarebbero persone “orizzontalmente produttive”.
È vero che non bisogna ferire nessuno ma questo nobile scopo andrebbe realizzato con gli atti, non con le parole. Non è grave dare dell’oca ad una donna, è grave negarle uno scatto di carriera perché donna.
Pare che l’umanità attuale abbia un’inaudita fragilità. Forse perché sono nato molto tempo fa, se qualcuno mi chiama terrone sorrido. Se invece fossi nato meno di trent’anni fa, chissà, magari morirei d’infarto e la Procura locale “aprirebbe un fascicolo”.
Se l’umanità è veramente così umbratile, siamo messi male. Di questo passo, se ci fosse una guerra con la Francia sverremmo e ci arrenderemmo se i transalpini ci chiamassero “Rital”. Ma avremmo a nostra volta la soddisfazione di battere i tedeschi chiamandoli “Crucchi”. Come potrebbero sopravvivere, a tanta violenza, i discendenti dei guerrieri di cui parla Tacito?
Si può essere infinitamente stanchi della political correctness. Se chiamo sordo un sordo non sono colpevole della sua sordità e non la considero una vergogna. Se una donna è insultata con accenni alla sua femminilità, non c’è da stracciarsi le vesti. Da un lato è una tradizione ultramillenaria, dall’altro un simile comportamento qualifica piuttosto chi usa simili strumenti verbali che chi ne è vittima.
Speriamo che Donald Trump riesca a ridicolizzare la political correctness. Sarebbe il segno che l’umanità civile si è stancata di questa stupidaggine.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
15 agosto 2015

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