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Plastica programmabile: i ricercatori inventano i polimeri che si “autodistruggono” a comando

Ricercatori USA creano materiali che si degradano grazie alla geometria molecolare. Una soluzione definitiva al problema dei rifiuti eterni?

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Il problema della plastica non è che si rompe, ma che dura troppo. È il paradosso dei materiali moderni: progettati per essere indistruttibili, finiscono per diventare un’eredità ingombrante per i secoli a venire. Tuttavia, un team di ricercatori della Rutgers University potrebbe aver trovato la “quadratura del cerchio”: una plastica che si comporta come i polimeri naturali, programmata per autodistruggersi quando il suo ciclo vitale è terminato.

La notizia, che ha un sapore quasi fantascientifico ma implicazioni industriali molto concrete, è stata pubblicata su Nature Chemistry. La novità? Non serve inventare nuove sostanze chimiche esotiche o costose. Il segreto sta tutto nella “geometria”.

Piegare le molecole come origami

La natura ci insegna che nulla è eterno. DNA, RNA e proteine sono polimeri che svolgono la loro funzione e poi si disgregano. La plastica sintetica, invece, ha legami chimici blindati. I chimici della Rutgers si sono chiesti: e se potessimo nascondere o esporre questi legami a comando?

La tecnica utilizzata è chiamata preorganizzazione conformazionale. Per spiegarla ai non addetti ai lavori, i ricercatori usano l’analogia della carta:

  • Se provate a strappare un foglio di carta intonso, è difficile ottenere uno strappo netto e preciso.

  • Se invece piegate prima il foglio (creando una “invito”), lo strappo avverrà esattamente dove e quando volete.

I ricercatori hanno introdotto queste “pieghe” molecolari nella plastica. Hanno utilizzato legami standard, ma vi hanno posizionato accanto piccoli gruppi chimici che, attivati da un segnale esterno (come l’acqua, la luce o ioni metallici), scattano in posizione e rompono il legame principale. La molecola indistruttibile si spezza, senza problemi, in polmeri più piccoli e riciclabili.

Come si autodistrugge la plastica

Una questione di tempismo

L’aspetto tecnicamente più interessante, e che piacerà agli ingegneri di processo, è la modularità. Non si tratta di creare una plastica debole, ma una plastica a tempo. Modificando la geometria di questi gruppi di “innesco”, è possibile decidere a priori la durata del materiale. La plastica sarà robusta, sino a che non sia arrivata alla sua fine.

Ecco come si differenzia la nuova tecnologia rispetto all’approccio tradizionale:

CaratteristicaPlastica TradizionalePlastica “Programmabile” Rutgers
DurataIndefinita (secoli)Programmabile (giorni, mesi, anni)
MeccanismoLegami chimici stabili e protettiLegami stabili con “innesco” geometrico
AttivazioneDegradazione ambientale casualeTrigger specifici (luce, calore, ioni)
ApplicazioneUniversale ma inquinanteAdattabile (dal monouso all’automotive)

Dagli imballaggi ai paraurti

Le ricadute economiche potrebbero essere massicce. Questa tecnologia permette di ripensare il ciclo di vita del prodotto senza stravolgere l’industria chimica di base.

  • Breve termine: Contenitori per alimenti e imballaggi monouso che mantengono la forma per ore o giorni, per poi degradarsi rapidamente una volta smaltiti.

  • Lungo termine: Componenti per auto o materiali edili progettati per durare decenni, ma che possono essere smaltiti facilmente attraverso un “interruttore” chimico a fine vita.

Non è tutto oro quel che luccica (per ora)

Come sempre, serve un bagno di realismo. Siamo in una fase di laboratorio. I materiali descritti nello studio (“Conformational preorganization of neighbouring groups modulates and expedites polymer self-deconstruction“) devono ancora affrontare la prova del fuoco: la scalabilità industriale. Produrre pochi grammi in provetta è una cosa; produrre tonnellate a costi competitivi per il mercato globale è un’altra. Inoltre, bisognerà verificare che questi meccanismi di autodistruzione non si attivino accidentalmente prima del tempo (immaginate il paraurti dell’auto che si scioglie sotto un acquazzone imprevisto).

Tuttavia, la strada è tracciata. Invece di demonizzare la plastica tout court, la scienza sta cercando di renderla intelligente. Un approccio pragmatico che, si spera, possa presto uscire dai laboratori ed entrare nelle nostre economie.

Domande e risposte

Come fa la plastica a “sapere” quando autodistruggersi? Non si tratta di intelligenza, ma di chimica geometrica. I ricercatori inseriscono nel materiale dei gruppi molecolari che agiscono come un interruttore. Questi rimangono inattivi finché non vengono sollecitati da fattori specifici, come l’esposizione all’acqua, a una certa luce o a ioni metallici. Una volta attivato il “trigger”, la struttura molecolare si piega in modo da esporre e rompere i legami che tengono insieme la plastica, avviando la degradazione.

Questa tecnologia cambierà il modo in cui ricicliamo? Potenzialmente sì, e in meglio. Oggi il riciclo è costoso e complesso perché le plastiche sono difficili da scomporre. Con questo sistema, si potrebbe programmare la plastica per degradarsi in composti innocui o facilmente recuperabili alla fine del suo ciclo vitale. Questo eliminerebbe la necessità di processi di riciclo meccanico ad alta energia per molti prodotti usa e getta, riducendo drasticamente l’accumulo di rifiuti nell’ambiente.

Quando vedremo questi prodotti al supermercato? Non trattenete il respiro. Sebbene i risultati in laboratorio siano promettenti, la strada verso la commercializzazione è lunga. I ricercatori devono dimostrare che il processo è scalabile a livello industriale, economico e, soprattutto, sicuro per l’uso quotidiano. Bisogna garantire che la degradazione non avvenga accidentalmente durante l’uso (ad esempio, una bottiglia che si scioglie sullo scaffale). È probabile che passeranno diversi anni prima di vedere applicazioni reali sul mercato di massa.

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