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Petrolio, Goldman Sachs rivede le stime al rialzo per fine 2026: l’impatto delle scorte OCSE e il rebus geopolitico

Goldman Sachs corregge il tiro sul petrolio: stime alzate a 60 dollari per il Brent a fine 2026 a causa delle basse scorte OCSE. Resta l’incognita delle tensioni in Iran e del blocco di Hormuz.

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Come spesso accade nelle dinamiche dei mercati energetici, le previsioni delle grandi banche d’affari tendono ad aggiustarsi in corsa, inseguendo la realtà dei fondamentali macroeconomici. Soltanto un mese fa, Goldman Sachs ipotizzava un crollo del WTI fino a 50 dollari al barile per la fine di quest’anno. Oggi, a fronte di una realtà che si dimostra più complessa dei modelli matematici, la banca di Wall Street fa un passo indietro e rivede al rialzo le proprie stime sul greggio per il quarto trimestre del 2026.

Il motivo di questa correzione è squisitamente tecnico: le scorte dei Paesi OCSE si stanno rivelando inferiori alle attese. Questo elemento, sebbene il mercato rimanga fondamentalmente caratterizzato da un eccesso di offerta, ha costretto gli analisti ad alzare l’asticella di 6 dollari al barile. Il Brent è ora atteso a 60 dollari per la fine dell’anno, mentre il WTI dovrebbe attestarsi a 56 dollari, questo secondo quanto riportato da Reuters.

Il contesto di mercato e le variabili in gioco

Attualmente, i prezzi viaggiano su livelli ben superiori alle previsioni di fine anno. Nelle recenti contrattazioni asiatiche, il WTI si è mosso in area 65 dollari al barile e il Brent intorno ai 71 dollari, entrambi in leggero calo. Questa flessione di breve periodo è da imputare in gran parte all’incertezza sulle politiche commerciali statunitensi, in particolare dopo che la Corte Suprema ha bocciato i cosiddetti dazi di ritorsione voluti dal Presidente Trump.

Tuttavia, nelle settimane precedenti i prezzi avevano registrato brusche impennate, guidate dai timori di una possibile campagna militare statunitense in Iran. Il bilancio tra domanda e offerta tracciato da Goldman Sachs per il 2026 si basa su assunti precisi e, per certi versi, ottimistici. La banca stima ancora un surplus di 2,3 milioni di barili al giorno, ma lo fa ponendo delle chiare condizioni:

  • Nessun grave shock sul lato dell’offerta: si assume che l’Iran non subisca interruzioni della produzione o dell’esportazione.
  • Status quo geopolitico: si esclude un accordo di pace a breve termine nei colloqui tra Russia e Ucraina.
  • Mosse dell’OPEC+: si prevede che il cartello possa riprendere ad aumentare la produzione a partire dal secondo trimestre (probabilmente da aprile), proprio per compensare i mancati accumuli delle scorte OCSE.

I dati in sintesi

Per maggiore chiarezza, riassumiamo le dinamiche di prezzo in questa tabella:

Riferimento (Benchmark)Valore Attuale (Circa)Previsione Fine 2026 (Goldman Sachs)Revisione rispetto al mese scorso
Brent Crude71 $/barile60 $/barile+ 6 $/barile
WTI Crude65 $/barile56 $/barile+ 6 $/barile (dal target di 50 $)

Tutto questo ragionamento di puro stampo economico, basato sull’equilibrio tra domanda aggregata e offerta, rischia di scontrarsi con il classico “Cigno Nero” geopolitico. Le previsioni bancarie sono valide “a parità di condizioni“, ma sappiamo bene che se un evento internazionale dovesse portare al blocco dello Stretto di Hormuz – snodo cruciale attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale – qualsiasi modello previsivo verrebbe immediatamente stracciato. In quel caso, le scorte OCSE passerebbero in secondo piano, e ci ritroveremmo a fare i conti con uno shock sistemico ben più severo.

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