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Petrolio e debiti occulti: quanto deve il Venezuela alla Cina? Cosa cambia con la mossa USA?

L’intervento USA sul petrolio del Venezuela blocca i rimborsi del debito verso la Cina. Un’analisi sulle cifre nascoste (tra 10 e 15 miliardi di dollari), sul meccanismo del greggio in cambio di prestiti, e sulle conseguenze geopolitiche di una mossa che taglia fuori Pechino.

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Il recente controllo imposto dagli Stati Uniti sulle esportazioni petrolifere del Venezuela non ha solo ridisegnato la mappa energetica dei Caraibi, ma ha interrotto un flusso finanziario cruciale: il pagamento del debito sovrano di Caracas nei confronti di Pechino. Un debito pagato non in dollari, ma in barili di petrolio greggio.

L’azione di Washington, per quanto politicamente comprensibile nell’ottica delle sanzioni, rischia di creare un cortocircuito finanziario di portata globale. Ma quanto deve, realmente, il Venezuela al Dragone asiatico, e come funzionava questo meccanismo di rimborso?

Il labirinto del debito venezuelano

I dati ufficiali sul debito del Venezuela rasentano la finzione letteraria. Dal 2017, anno del default innescato dalle sanzioni USA, la trasparenza finanziaria di Caracas si è di fatto azzerata. L’ultimo dato della banca centrale risale al 2019, e persino il Fondo Monetario Internazionale non pubblica un rapporto completo sull’economia del Paese dal lontano 2004.

Gli analisti, costretti a ricostruire il puzzle tramite fonti ufficiose e tracciamento dei carichi di petrolio, hanno elaborato stime divergenti sul debito residuo:

FonteStima Debito Residuo (Miliardi di $)Note
AidData (William & Mary)~ 44 (al 2017)Impegni totali (2000-2018): 106 miliardi
Société Générale~ 10Stima attuale coerente con i rimborsi
J.P. Morgan13 – 15Stima attuale complessiva

Come la Cina veniva pagata nonostante il default

Mentre i creditori occidentali rimanevano a bocca asciutta dopo il default del 2017, la Cina continuava a incassare. Il segreto, tipico della diplomazia finanziaria cinese, risiedeva nella natura del prestito.

La maggior parte del debito pubblico, contratto con la China Development Bank, era basato su accordi garantiti dal petrolio. Il meccanismo era di un’efficienza disarmante:

  • Il Venezuela esportava petrolio verso la Cina (secondo documenti interni della statale PDVSA, parliamo di circa 642.000 barili al giorno tra greggio e olio combustibile, moltissimo).
  • I proventi finanziari non passavano per Caracas, ma venivano accreditati direttamente su un conto controllato da Pechino.
  • Una frazione di questo denaro veniva trattenuta per il servizio del debito.

Nel 2019, la Cina aveva persino concesso a Caracas un periodo di grazia per i pagamenti in conto capitale, permettendo di compensare gli interessi direttamente con i carichi di greggio.

L’afflusso di petrolio verso la Cina si è arrestato

L’incognita americana e il futuro dei rimborsi

La vera domanda ora è cosa succederà con il nuovo regime imposto dagli Stati Uniti. Washington ha dichiarato che i proventi delle vendite di petrolio venezuelano confluiranno in un conto in Qatar sotto il suo controllo. Niente più passaggi diretti a Pechino.

In teoria, gli USA dovrebbero inviare parte di questi fondi a Pechino per continuare a onorare il debito. Nella pratica, come suggerito ironicamente dall’amministrazione Trump, è altamente improbabile che Washington firmi assegni a favore della Cina con i soldi di un avversario geopolitico. In questo modo Washington ha privato Pechino di un importante flusso finanziario e i sequestri delle petroliere in mare mostrano, appunto, questa decisione.

La situazione si complica ulteriormente per due fattori:

  • Gli asset fisici cinesi: La CNPC (il colosso petrolifero statale cinese) estrae direttamente circa 110.000 barili al giorno in Venezuela tramite la joint venture Sinovensa. Non è chiaro come gli USA tratteranno questi carichi. Potrebbero lasciarli passare proprio per dare una certezza di diritto internazionale nel momento in cui si spinge il governo e PDVSA a riattivare altre Joint Venture con società occidentali.
  • La questione Citgo: Mentre altri obbligazionisti internazionali premono per spartirsi Citgo (la raffineria venezuelana negli USA che rappresenta l’asset estero più prezioso di Caracas), la Cina è esclusa dalla partita. Essendo Citgo su suolo americano, Pechino non si unirà a questa mischia legale. Per ora il governo USA sta tutlenado comunque Citgo.

L’embargo USA ha tranciato il “tubo” che collegava i pozzi dell’Orinoco alle casse di Pechino. Resta da vedere se il Dragone accetterà passivamente la perdita, o se troverà nuove vie, meno ortodosse, per riscuotere il proprio credito. Nello stesso tempo Washington non ha interesse nel blocco totale degli accordi fra Caracas e Pechino, fatto che potrebbe danneggiare la credibilità del Venezuela anche verso gli altri paesi.


Domande e risposte

La Cina perderà definitivamente i miliardi prestati al Venezuela a causa dell’intervento USA?

È un rischio reale, ma Pechino non resterà a guardare. Sebbene sia improbabile che gli USA autorizzino trasferimenti dal conto in Qatar verso la Cina, i cinesi possiedono quote dirette nei pozzi petroliferi venezuelani tramite la CNPC. Il rimborso potrebbe quindi trasformarsi in acquisizioni di asset fisici in loco o concessioni territoriali a lungo termine, escludendo del tutto il passaggio per il sistema finanziario in dollari.

Perché il FMI e le istituzioni occidentali non sanno quanto deve esattamente Caracas a Pechino?

Perché i prestiti cinesi aggirano la finanza tradizionale. Si tratta di accordi bilaterali “Resource-backed” (garantiti da risorse), spesso coperti da segreto di Stato. Non passando per l’emissione di bond sui mercati internazionali, la contabilità sfugge ai radar occidentali. Senza dati ufficiali della banca centrale venezuelana dal 2019, gli analisti possono solo stimare i flussi incrociando i movimenti delle petroliere.

Pechino può rifarsi sull’asta di Citgo, la raffineria venezuelana negli Stati Uniti?

No, ed è proprio questo il limite della proiezione finanziaria cinese in questo caso. Citgo si trova fisicamente e legalmente negli Stati Uniti. Mentre i creditori internazionali e i detentori di obbligazioni stanno facendo a gara nei tribunali USA per liquidare l’asset e recuperare i propri soldi, le sanzioni e la competizione geopolitica impediscono di fatto alla Cina di partecipare alla ripartizione del bottino.

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