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PERCHÉ UN PIANO DI EMERGENZA ALIMENTARE? (di Nino Galloni)

 

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Con l’euro e l’austerity, soprattutto nel Mezzogiorno, risulta sempre più problematico viaggiare: tre principali direttrici autostradali sono interdette ai camion – su cui viaggia la gran parte delle nostre derrate alimentari – e, volte, anche al traffico leggero (la A3 nel tratto lucano, la superstrada per Potenza e Matera, l’autostrada Catania Palermo…).

Mancano i soldi per la manutenzione, i viadotti risentono dei cambiamenti climatici, ma non ci sono stati né programmazione, né cure.

 

Con una vera moneta, la mancanza di soldi farebbe ridere come una mancanza di chilometri; ma così come siamo assurdamente combinati, il non senso generale rende solo più preoccupante la prospettiva di una catastrofe.

 

Un paio di viadotti ancora ed ecco, tutta la Basilicata che si troverebbe con scorte alimentari per meno di 48 ore: due giorni e poi, in mancanza di un piano alternativo, pronti i cittadini (qui differenziati da i contadini) a correre per acchiappare gatti randagi ed altri animali commestibili. Esagerato? Forse, ma il mercato nero fiorirebbe, tuttavia nulla sappiamo dell’autonomia alimentare di ampi distretti territoriali che attualmente importano cibo pur essendo in grado di produrselo da soli.

 

Quindi, senza euro e senza collegamenti validi, la prima cosa sarebbe di valutare tutti i succedanei alimentari; siccome ci sono capacità produttive, specie di tipo tradizionale, inutilizzate (disoccupazione dovuta all’importazione di generi di consumo di bassa qualità e basso prezzo), bisogna capire in quanto tempo le produzioni alternative potrebbero venire attivate.

Quindi, bisognerebbe prevenire, perché, nell’emergenza, sarebbe difficile rifornire da 100 a 300.000 persone con gli elicotteri o per mare in tempi rapidi.

 

Andrebbe pensata una banca dei semi locali che fornisse i semi stessi in cambio di un raddoppio restitutivo dopo il raccolto al fine di allargare il movimento di coltivazione: quindi i semi non dovrebbero essere ibridi, ma riproduttivi e concime, fertilizzanti, ecc. tutti di produzione locale; a tali condizioni, però, tale produzione non avrebbe bisogno degli euro per circolare, ma di moneta territoriale con cui comprare altri servizi e beni approntati da persone che erano rimaste disoccupate a causa della concorrenza esterna (in euro) i cui costi si erano rivelati più bassi rispetto alle attività economiche locali.

 

Se non usciamo dall’austerity e dalle demenziali politiche economiche correnti, è prevedibile che la mancanza di euro, di manutenzione, di tutto ci porti verso scenari dove solo dal basso sarà possibile ripartire; e un piano operativo per affrontare emergenze in assenza di aiuti dall’alto, potrebbe rappresentare un utile esercizio, in grado di assicurare risultati immediati anche in termini di sostituzione di importazioni, quindi di maggiore occupazione locale.

 

Nino Galloni

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