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Perché tutti contro Trump?

Tutti contro Trump? Mentre l’Europa si indigna per i suoi toni, il tycoon demolisce il politicamente corretto e punta tutto sull’interesse nazionale. Ecco perché la sua strategia imprenditoriale spaventa i globalisti e perché l’UE rischia di restare a guardare. Un’analisi oltre i pregiudizi.

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Si registra una reazione ormai prevedibile e ampiamente condizionata, comune ai media, ai commentatori e a una parte significativa della classe politica, non solo occidentale: criticare Donald Trump per le sue decisioni e, soprattutto, per il suo stile. Il linguaggio diretto, il tono talvolta abrasivo, le prese di posizione frequenti vengono assunte come parametro principale di giudizio, spesso prima ancora di qualsiasi valutazione di merito. È una lettura rassicurante, ma profondamente riduttiva, perché non coglie l’elemento centrale del fenomeno Trump: non una deviazione episodica dalla politica tradizionale, bensì una rottura consapevole, strutturata e strategicamente costruita dei suoi codici consolidati.

Il politicamente corretto, così come ha dominato il dibattito pubblico degli ultimi decenni, con Trump semplicemente non opera più. Non per superficialità o disattenzione, ma per scelta deliberata. Ed è proprio questa scelta ad aver costituito uno dei pilastri del suo successo elettorale, sia nel primo sia nel secondo mandato. Trump ha intercettato un elettorato ampio che non si riconosceva più in un linguaggio politico percepito come autoreferenziale, ipocrita e distante dai problemi reali. Un elettorato stanco di ritualità comunicative, di promesse ricorrenti e di un moralismo selettivo che troppo spesso sostituisce l’azione concreta.

La rottura degli schemi ha tuttavia prodotto anche un effetto collaterale di rilievo: la formazione di un fronte politico e culturale internazionale strutturalmente ostile a Trump, indipendentemente dal contenuto delle sue scelte. Un’opposizione ideologica, per partito preso, che tende a non distinguere più tra provocazione comunicativa e disegno strategico, tra tattica negoziale e obiettivo politico di medio-lungo periodo. Qualunque iniziativa venga annunciata, la reazione appare spesso predefinita: condanna preventiva, più che analisi.

Interpretare questo approccio come improvvisazione rappresenta un errore di prospettiva. Trump è, prima di tutto, un imprenditore, abituato a concentrarsi sull’obiettivo e a utilizzare, se necessario, schemi non convenzionali pur di raggiungerlo. Il suo criterio di valutazione non è ideologico, ma funzionale: ciò che conta è il risultato.

In questo quadro si colloca il punto forse più divisivo della sua azione politica: l’orientamento esplicito e rivendicato all’interesse nazionale degli Stati Uniti. Un’impostazione che si scontra frontalmente con il paradigma globalista che ha dominato gran parte dell’Occidente negli ultimi trent’anni. Negli Stati Uniti, quel paradigma ha prodotto conseguenze difficilmente contestabili: delocalizzazione dei siti produttivi, perdita di occupazione manifatturiera, indebolimento strutturale di intere aree economiche. Trump ha rimesso al centro il tema della sovranità economica e industriale, rompendo un consenso che appariva fino a poco tempo fa intangibile.

Il ritorno alla centralità dell’interesse nazionale rappresenta, per una parte consistente della classe politica occidentale, una vera e propria eresia. In questo senso, l’operato di Trump risulta inaccettabile non tanto per la sua efficacia, quanto per il suo valore simbolico: mette in discussione un sistema di convinzioni che ha giustificato la progressiva rinuncia alla sovranità decisionale e alla tutela degli interessi strategici interni.

Il contrasto con l’Europa è emblematico. L’Unione Europea è sempre stata guidata da coalizioni di centro-sinistra, attualmente espressa nella leadership di Ursula von der Leyen, portatrice di una visione profondamente diversa e, per molti aspetti, opposta a quella trumpiana. Bruxelles continua a muoversi all’interno di schemi globalisti e tecnocratici che faticano a produrre risultati tangibili in termini di crescita, competitività e autonomia strategica.

Il paradosso è evidente: più Trump viene attaccato in modo indiscriminato, più rafforza la percezione di essere l’unico reale fattore di discontinuità. L’opposizione automatica, anziché indebolirlo, finisce per consolidarne il consenso. L’apparente imprevedibilità diventa così uno strumento di forza: costringe gli altri a inseguire, a reagire, a commentare.

Forse è il momento di guardare oltre il giudizio e lo stile. Trump, perseguendo con coerenza l’interesse del proprio Paese, rischia concretamente di ottenere risultati per il suo popolo. Chi continua a rifugiarsi in un globalismo ideologico, soprattutto in Europa, rischia invece di non portare a casa alcun risultato concreto. E, come sempre, sarà la realtà a pronunciarsi in via definitiva.

Antonio Marina Rinaldi

Domande e risposte

Perché i media si concentrano così tanto sullo stile di Trump ignorando i contenuti? È una reazione difensiva. Lo stile di Trump rompe i codici consolidati del “politicamente corretto” che i media mainstream hanno contribuito a costruire e proteggere. Criticare la forma è più facile e rassicurante che analizzare il merito delle sue politiche, le quali spesso mettono in discussione dogmi economici (come il globalismo sfrenato) che l’establishment considera intoccabili. Focalizzarsi sui toni “abrasivi” permette di evitare un confronto scomodo sui risultati concreti, come la ripresa manifatturiera o la difesa dei confini, temi su cui l’élite fatica a rispondere.

L’approccio di Trump è improvvisazione o strategia? È assolutamente strategia. Trump applica alla politica un modus operandi imprenditoriale e negoziale. L’imprevedibilità, le dichiarazioni forti e le rotture di protocollo sono strumenti tattici per disorientare la controparte e ottenere un vantaggio negoziale. Scambiare questo per caos significa non comprendere la natura transazionale della sua leadership: tutto è finalizzato all’obiettivo. Non è un ideologo che segue un manuale, ma un pragmatico che adatta gli strumenti alla situazione per massimizzare il risultato (il profitto, in termini politici ed economici) per la sua parte.

Qual è la differenza sostanziale tra la visione di Trump e quella dell’attuale UE? La differenza è tra sovranismo pragmatico e globalismo tecnocratico. Trump pone l’interesse nazionale, la produzione industriale interna e l’occupazione al di sopra delle regole del mercato globale. L’Unione Europea, guidata dalla visione della Commissione von der Leyen, rimane ancorata a un approccio multilateralista, a regolamentazioni complesse (spesso auto-penalizzanti come certe norme green) e a una visione post-nazionale. Mentre Trump cerca di riportare le fabbriche in casa, l’UE sembra preoccuparsi più della forma istituzionale e del rispetto di parametri astratti che della competitività reale.

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