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PERCHE’ IL FMI CI DICE CHE NON PUO’ ESISTERE USCITA DAL DEBITO NELL’EUROZONA

 

Il report del FMI di cui ho parlato nel mio precedente articolo viene ad avere conseguenze pratiche molto forti sulle politiche economiche che il FMI verrà a tenere in Europa. Viene anche a spiegare il cambiamento radicale di posizione nei confronti della Grecia, con la richiesta inderogabile di ridurre il debito prima di qualsiasi ulteriore aiuto finanziario.

Normalmente un paese che richiede l’intervento del FMI, soprattutto un paese avanzato economicamente, gode di una autonomia monetaria che permette di accompagnare le politiche fiscali a quelle monetaria. Prendiamo come esempio un paese simile all’Italia, con un rapporto debito/PIL oltre il 130%, un deficit del 5% del PIL , ed un’economia stagnante, senza una crescita significativa. Questo paese, non facente parte di nessuna unione monetaria, applicherebbe una politica di austerità accompagnata ad una svalutazione monetaria. In questo caso il valore del moltiplicatore fiscale risulterebbe più ridotto, probabilmente vicino allo 0,5 previsto inizialmente dal FMI per la Grecia. Questo perchè la svalutazione permetterebbe di scaricare parte dell’effetto delle politiche fiscali restrittive verso l’esterno, grazie ad un incremento  del saldo positivo  della bilancia commerciale (quindi più esportazioni e meno importazioni).

In questa situazione una riduzione del deficit del 2% porterebbe ad una diminuzione del PIL solo del 1%. Avremmo quindi effettivamente un effetto positivo dalla politica di austerità con un calo nel rapporto debito/pil del 1%.

La conferma del valore del moltiplicatore superiore ad 1 per i paesi facenti parte di unioni monetaria ha implicazioni completamente diverse. Un paese parte di un’unione monetaria non può accompagnare alla politica fiscale restrittiva una politica monetaria espansiva o una svalutazione. Il fatto che esista solo un “Braccio” della politica economica, quello fiscale, fa si che i suoi effetti risultino moltiplicati. Ecco la spiegazione del valore del moltiplicatore superiore ad 1, cioè pari ad 1,1 per il Portogallo ed a ben 2,5 per la Grecia. Questo rende letteralmente impossibile ogni politica di austerità. Partiamo dalle ipotesi precedenti. Con un moltiplicatore intermedio a 1,7 avremmo che un calo del deficit del 2% porterebbe ad un calo del PIL per il 3,4%. Quindi , come più volte sottolineato da Claudio Borghi, avremmo l’effetto non di migliorare, ma di peggiorare il rapporto debito/PIL. Però questa volta non è un singolo economista ad esprimere questo effetto, ma è il FMI, questa volte i decisori politici non potranno fare a meno di tenerlo in giusta considerazione.

Quindi in un’economia parte di un’unione monetaria NON è possibile uscire da una posizione di sovrainebitamento tramite una politica di austerità. Allora quali possono essere le politiche efficaci ?

  • una politica di crescita con miglioramento di competitività e di efficientamento del sistema, che porti ad un miglioramento del PIL senza nessuna azione sulla spesa dello stato, se non guidata da questo fine. Sarebbe la soluzione ottimale, ma richiede tempi lunghi  molto lunghi,  troppo lunghi, soprattutto in una situazione di tassi di interesse al rialzo  Bisogna sempre ricordare il monito di Keynes “Nel lungo periodo saremo tutti morti”;
  • una politica di aumento della spesa pubblica, mirata  verso quella che viene comportare un maggior ritorno sul PIL , ma questa situazione potrebbe non essere coerente o possibile in una situazione di alto indebitamento;
  • una politica che permetta di accompagnare alla politica fiscale restrittiva una politica monetaria autonoma, quindi con una modifica del valore del moltiplicatore fiscale.

Il perseguimento di altre politiche non avrà che come effetto l’avviarsi di una spirale austerità- decrescita-incremento indebitamento- austerità, sul modello di quanto avvenuto in Grecia Paradossalmente chi vede il “Debito” come il maggiore nemico dovrebbe essere il maggior sostenitore dell’uscita dalla moneta unica.

Tutto il resto è noia.

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