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Perché avere un Reddito di Cittadinanza. (di Davide Amerio)

 

 

Sul RdC ne vengono dette, come suol dirsi, di cotte e di crude. L’argomentazione migliore (o peggiore) che viene messa in gioco per rinnegarne l’utilità, è basata su una considerazione meramente moralistica e discriminatoria. Quasi una leggenda metropolitana tradotta nei termini: se offri a qualcuno del denaro per stare in casa a “poltronire” sul divano, questa persona non avrà nessun incentivo a lavorare.

 

Confutare questa tesi, in modo diretto, è per lo più una perdita di tempo, essendo essa basata su singole esperienze personali, sulle quali chiunque può dire tutto e il contrario di tutto. Se nella cerchia delle mie conoscenze compaiono, in maggioranza, persone sfaticate, sarò propenso a pensare che a costoro, offerto un reddito, certamente non avranno alcuno stimolo per lavorare. Viceversa, se conosco più persone che vorrebbero lavorare, ma non ci riescono per diversi motivi (economici e sociali), sarò ben più propenso a considerare l’utilità di un reddito di sostegno per costoro. Le visioni personali, però, non ci forniscono alcun dato statistico utile su cui ragionare, ma semplicemente della banale propaganda politica.

 

Tralasciando la questione dei meccanismi propri che potrebbe avere il RdC, quali quantità del reddito, periodo di assegnazione, modalità di mantenimento, operatività degli organi di controllo preposti per gestire e assegnare posti di lavoro ai percettori, è il punto di vista strettamente economico che dovrebbe consigliare il suo utilizzo, facendo venire meno le pregiudiziali moralistiche.

 

Ciascun individuo, all’interno dell’economia di mercato, ricopre, sotto il profilo economico, fondamentalmente tre ruoli:

  1. Produttore/Percettore  di reddito
  2. Consumatore
  3. Risparmiatore

 

Se il sistema economico funziona correttamente, ciascuna persone ricopre alternativamente, nella sua vita, questi tre ruoli che reggono, di fatto, il sistema nel suo complesso.

Quasi banale, ma di questi tempi non si direbbe, ricordare che i ruoli di Consumatore e Risparmiatore, dipendono da quanto è cospicuo il reddito a disposizione nel primo ruolo.

 

Sappiamo che il Risparmio è uno dei meccanismi attraverso il quale il sistema (finanziario) alimenta quello economico, in un ciclo virtuoso che dovrebbe (oramai il condizionale è d’obbligo, stante le esperienze degli ultimi 15 anni) alimentare la crescita del reddito complessivo.

 

Il presupposto del funzionamento del meccanismo è che ci sia lavoro a sufficienza per avere un tasso di disoccupazione che sia di tipo Frizionale (che riguarda persone che lasciano un lavoro in cerca di un altro impiego), oppure ciclico ( a seguito di un’economia caduta in un ciclo di recessione, ma con la forza di ripresa).

Quando interviene la disoccupazione strutturale, ovvero quella provocata da cambiamenti tecnologici che rendono obsoleti certi impieghi, la situazione muta e diventa più grave.

 

Chi, negli ultimi anni, ha promosso il RdC , ponendolo al centro del dibattito politico, ha in chiaro questo problema, tutt’altro che marginale. Oltre la stretta sui redditi e sul benessere complessivo del sistema, provocato dalla crisi del 2007/2008, e le assurde regole dell’Europa burocratica, fondate sull’austerity per paura di spinte inflazionistiche – che hanno peggiorata la situazione,- la questione della mancanza di lavoro concreto, in termini di posti, di qualifiche, e di prospettive di nuovi impieghi di alta professionalità, è una questione centrale.

 

La massa, sempre più critica, di persone che non sono più in condizioni di percepire un reddito, di avere un lavoro che garantisca una stabilità (e una visione serena del proprio futuro), è una questione di funzionalità economica, prima ancora che sociale e morale. Le persone non sono povere perché sono pigre – come ha ben spiegato M. Yunus (premio Nobel per la pace e creatore del microcredito) ma sono povere perché manca loro il denaro per affrancarsi dal ciclo depressivo della povertà. Concetto anche ben ribadito da Rutger Bregman, giovane storico olandese (considerato una delle menti contemporanee più brillanti), in uno speech di TED del 2017 dal titolo eloquente:  “la povertà non è mancanza di carattere: è una mancanza di denaro”.

 

La tecnologia propone prodotti, servizi, e nuovi mercati, a una velocità ben superiore al tempo necessario al mondo del lavoro di riformarsi. Ricordo la dichiarazione del prof. Andrew Ng della Stanford University nella quale spiegava che la facoltà non riesce a laureare giovani, nel campo Machine Learning, in numero sufficiente rispetto alle richieste del mercato.

Il ricondizionamento, l’aggiornamento professionale, sono le chiavi per rivitalizzare un mondo del lavoro piuttosto stagnante. Certo con la collaborazione delle imprese, ma assolutamente con una politica economica che abbia la visione dei mutamenti in corso.

 

Non meno importante è il sostegno al reddito, quale presupposto per consentire alle persone di formarsi per rispondere alle necessità del mercato, e per non perdere il proprio “ruolo” di agente economico (come inizialmente illustrato) nell’ambito dell’intero sistema.

 

Non si tratta quindi di una caritatevole iniziativa, ma di una condizione necessaria per sostenere l’intero sistema economico che, viceversa, potrebbe implodere in conflitti generazionali, e sociali, piuttosto cruenti (per non parlare dell’esasperazione dei fenomeni di razzismo verso l’integrazione di migranti). Sicuramente ci saranno persone non facilmente ricollocabili: per costoro la soluzione migliore sarebbe il loro impiego in lavori di pubblica utilità predisposti da organismi locali (e i lavori di pubblica utilità in questo paese non mancherebbero). Ve ne saranno altre che non sapranno cogliere l’opportunità loro offerta; ma questo attiene più ad aspetti sociali che economici: saranno le procedure di controllo e di limite a determinare il venir meno delle condizioni per le quali somministrare il RdC.

 

Il RdC richiederà sicuramente un certo tempo per entrare a “regime”: dalla riforma necessaria dei centri per l’impiego, al sostegno delle attività produttive, agli incentivi per la creazione di nuove aziende (tecnologicamente avanzate), alla riforma del costo del lavoro, e molto altro. Ma esso si presenta come un passo assolutamente necessario per far ripartire concretamente l’economia del paese.

Davide Amerio (Tgvallesusa.it)
Davide Amerio
Blogger, Redattore indipendente
International Member – US PRESS ASSOCIATION
Sito Informazione:  www.tgvallesusa.it

 


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