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Per il NYT Trump trascinato da Netanyahu in una guerra, che quasi nessuno in Usa voleva

Secondo un retroscena del New York Times, la decisione di attaccare l’Iran, sarebbe dovuta alle pressioni che Benjamin Netanyahu, primo ministro israeliano, avrebbe fatto l’11 febbraio scorso, quando è entrato nello Studio Ovale, determinato a mantenere il presidente americano sulla strada della guerra. Per settimane, gli Stati Uniti e Israele avevano discusso segretamente di un’offensiva militare contro l’Iran. A quanto risulta al giornale americano, per quasi tre ore, i due leader hanno discusso le prospettive di guerra e persino le possibili date per un attacco, nonché la possibilità – per quanto improbabile – che il presidente Trump potesse essere in grado di raggiungere un accordo con l’Iran. Giorni dopo, il presidente degli Stati Uniti ha chiarito pubblicamente di essere scettico sulla via diplomatica, liquidando la storia dei negoziati con l’Iran come semplici anni di “chiacchiere, chiacchiere e chiacchiere”.
Nello stesso incontro, il principale consigliere militare di Trump, il capo di stato maggiore congiunto, il generale Dan Caine, ha detto al presidente che una guerra avrebbe potuto causare significative perdite americane. Il presidente americano avrebbe anche avuto per la prima volta da quando è in carica momenti di attrito con il suo vice J.D Vance, che sempre secondo quanto sostengono autorevoli fonti, sarebbe stato contrario all’attacco preventivo, in questo momento. Cosi come anche il pentagono avrebbe manifestato parecchi dubbi al presidente sulla opportunità e i rischi di un attacco in vasta scala. Ma il premier israeliano evidentemente ha saputo toccare le corde sensibili del presidente che si è lasciato convincere anche da quello che ormai considera come il più stretto alleato della zona, il Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, che avrebbe effettuato numerose telefonate private a Trump nel corso dell’ultimo mese, sollecitando un attacco statunitense, nonostante il suo sostegno pubblico a una soluzione diplomatica.
La valutazione delle opzioni militari sarebbe avvenuta il 18 febbraio in una riunione svoltasi nella Situation Room della Casa Bianca alla presenza del presidente Usa e, tra gli altri, appunto del suo vice Vance, del segretario di Stato Marco Rubio e del direttore della Cia John Ratcliffe. In quest’occasione proprio Vance avrebbe espresso i suoi dubbi sull’opportunità di un attacco che non fosse risolutivo. Trump in quell’occasione, sentito anche il suo alleato saudita, si sarebbe alla fine lasciato convincere che fosse venuto il momento di colpire il regime in maniera massiccia.
L’attacco è avvenuto nonostante le valutazioni dell’intelligence americana indicassero che le forze iraniane difficilmente avrebbero rappresentato una minaccia immediata per il territorio statunitense nel prossimo decennio. L’attacco di sabato all’Iran ha segnato una rottura con decenni di scelte americane di non tentare di rovesciare con la forza il regime di un paese di oltre 90 milioni di abitanti. Ha inoltre rappresentato un netto cambio di rotta rispetto alle precedenti iniziative militari dello stesso Trump, che fino ad ora erano state di portata molto più limitata.
Un azzardo che evidentemente fa iu conti con la necessita di uscire da una impasse che lo vedo in grandi difficoltà, sia sul fronte economico, con il no ai dazi da parte della Corte suprema e con un economia che sta mostrando evidenti segnali di debolezza, e sia con lo scandalo legato ai files del caso Epstein. Trump ha voluto probabilmente giocare una sorta di all in, in memoria della sua antica passione per i casino ( che in realtà non gli hanno portato una grande fortuna, vista i fallimenti in serie della sua catena di sale da gioco).
Ma la tesi che gli Usa si siano lasciati “trascinare” dal potente alleato israeliano, in un conflitto sul quale esistevano molti dubbi, sarebbe stata confermata indirettamente ieri anche dal segretario di Stato americano, Rubio, che ha ammesso che proprio la determinazione di Israele ad attaccare l’Iran e la certezza che le truppe statunitensi sarebbero state prese di mira in risposta hanno costretto l’amministrazione Trump a lanciare attacchi preventivi.
“Sapevamo che ci sarebbe stata un’azione israeliana. Sapevamo che questo avrebbe scatenato un attacco contro le forze americane, e sapevamo che se non li avessimo attaccati preventivamente prima che lanciassero quegli attacchi, avremmo subito perdite più elevate”. ha detto il segretario di Stato ai giornalisti
Anche perchè come fa notare qualcuno il comando dell’azione militare è israeliano e gli Usa, per ora, sembrano svolgere la funzione di appoggio agli attacchi di un operazione come quella “rising lion” a cui da tempo ci ha abituati il paese ebraico in una zona ormai sempre più destabilizzata come quella mediorientale. E l’Europa purtroppo continua a rimanere colpevolmente ai margini, nemmeno informata ( nessun leader europeo è stato preventivamente informato, tranne Starmer ma solo per chiedere utilizzo di basi, e non come qualcuno strumentalmente voleva far intendere si trattasse solo di Giorgia Meloni)









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