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Oscar Giannino: riflessioni sui QE (easy money), Euro, Conti e Spesa Pubblica

Segnaliamo questo articolo sul Leoni Blog di Oscar Giannino: 4 novita’ che ci sfidano, tornato a scrivere dopo una certa assenza.

Trasmissione ''L'ultima parola''

L’istituto Bruno Leoni ha dato una nuova veste al suo blog, e riprendo da oggi a scrivervi dopo un semestre, la pausa obbligata imposta dalla campagna elettorale e da quel che me n’è colpevolmente venuto. Solo quattro semplici e nette considerazioni, non ispirate all’heri dicebamus perché il mondo e l’Italia cambiano intorno a noi, e perché ovviamente anch’io non sono lo stesso di prima.

La prima è di contesto globale. In questo semestre si sono sprecati i brindisi di trionfo politici e mediatici per l’ulteriore spinta venuta dalle politiche monetarie iperlasche, in sintesi per l’aggiunta della Abenomics giapponese al QE3 della FED. È sembrato a molti l’uovo di colombo, abbinare da parte di Tokyo un’ulteriore vigorosa spesa pubblica in deficit a un raddoppio della base monetaria in 18 mesi, con acquisti mensili sui mercati tali da raddoppiare gli 85 miliardi della FED, e con l’obiettivo di alzare inflazione e consumi, svalutando lo yen e aiutando l’export del Sole nascente. È stata una mossa che ha disallineato molte teste, nel mondo. Una delle ricostruzioni più pungenti del contrasto tra monetaristi e fiscalisti – o se volete “tutto il potere all’inflazione” contro “resta più saggio ridurre deficit, debito pubblico ed eccessi di tasse” – la trovate quiC’è chi ha allineato Milton Friedman a Keynes, come padri congiunti del sostegno agli elicotteri dell’easy money.

Ma per fortuna c’è una differenza, tra il massiccio consumo di alcol che induce dipendenza e solo nel lungo termine fa scoppiare il fegato in cirrosi, e le sbornie che passano presto. La Abenomics dovrebbe iscriversi nella seconda categoria. Nell’ultimo mese ha già mostrato la sua devastante portata. In Giappone, consumi a breve e crescita sembrano riprendersi. Ma aver aggiunto il Pacifico all’Atlantico, in termini di oceanica liquidità, ha, nell’ordine: innalzato pericolosamente i rendimenti decennali del debito pubblico giapponese, che è mostruoso (240%del Pil); prodotto enorme volatilità, a cominciare dalla Borsa di Tokyo dove il Nikkei ha perso 20 dei 70 punti guadagnati in poco più di 6 mesi; esteso e potenziato il carry trade mondiale, visto che denaro a costo negativo può essere reimpiegato istantaneamente in titoli high yields sovrani come no. Poi, è bastato che dalle minute della Fed uscissero accenni alla necessità di fare un po’ di tapering, iniziare a moderare il Q3 se la crescita Usa si assestasse intorno al 2% visto che il balance sheet dell’istituto centrale è cresciuto nell’ordine dei trilioni di dollari, perché in pochi giorni si scatenasse il panico. Cioé nell’ordine: stop alla svalutazione rapida dello yen, per l’effetto inverso di indebolimento del dollaro; fuga dagli high yields a livello mondiale; riabbandono dai titoli sovrani di Paesi più a rischio, tra cui ovviamente anche quelli dei paesi eurodeboli.

È una salutare correzione da eccessi di offerta monetaria, e dovrebbe indurre a riporre lo champagne che con troppa frenesia tanti politici avevano stappato, immaginando che stampare moneta sia sostitutivo e gratis rispetto ai tagli di spesa per meno tasse e meno debito pubblico, e alla promozione di una più elevata produttività. La metto già piatta e tagliente: tanto più si vive e opera in un Paese ad alto debito pubblico da troppe tasse e bassa crescita da poco credito e bassa competitività, tanto meglio è se le illusioni dell’easy money svaniscono presto, o appaiono quanto meno agli occhi di tutti insieme alla portata devastante delle loro arcinote conseguenze negative.

La seconda considerazione riguarda l’Europa. In questi mesi si è diffuso un comune sentire in tutti i Paesi eurodeboli e soprattutto in Italia e Francia, la quale ha finalmente scoperto il bluff dei suoi deboli fondamentali economici. Il comune sentire è quello di una “svolta”, ma naturalmente quella più facile, almeno a parole. Spacciando in chiave europea le conseguenze anti austerità della polemica scatenata da Krugman contro Rheinardt-Rogoff, saltando in groppa a ogni ammissione del Fmi di aver sottostimato gli effetti di decrescita della Grecia, l’idea che si radica tra gli eurodeboli è che di riffa o di raffa si debba tornare a spendere con deficit pubblici più elevati, e che o i tedeschi lo capiscono, oppure fa lo stesso. Ora, l’euro è pieno di difetti, alla moneta unica non hanno fatto seguito – dovevano essere precedenti – l’unificazione dei mercati dei beni e dei servizi, necessaria ancor più di una politica davvero comune, fiscale e di bilancio. Ma l’aria che tira sulla “svolta” europea non ha a che vedere coi difetti dell’euro, da sanare se sanabili o da porre alle spalle rinunciandovi in una maniera non traumatica, o meglio la meno traumatica possibile cioè concordata. La svolta che molti invocano vuole semplicemente apprestare una nuova, illusoria, via di fuga. Basata sugli stessi errori che a un Paese come l’Italia sono già costati carissimi: le svalutazioni competitive monetarie, il miraggio che l’inflazione non sia una tassa sui più poveri, e che l’ammontare del debito pubblico in continua crescita non sia un problema ma solo un modo per arricchire gli intermediari e i mercati. Non confido che i tedeschi dicano testardamente no. Mi auguro semplicemente che in Italia sia possibile un dibattito in cui imprenditori come intellettuali restino con la testa sulle spalle, invece di inseguire su questa via Grillo e Berlusconi.

La terza e la quarta riguardano l’Italia. E sono brevissime. È cambiata anch’essa, in sei mesi. Eccome se è cambiata. C’è il governo Letta, dopo Monti e il disastro post elettorale di Bersani. Ed è cambiata nella crisi, che peggiora con l’aumento contestuale del debito pubblico, del fabbisogno e delle entrate pubbliche. Per chi la pensa come noi, non c’è alternativa a una quotidiana fatica improba, continuando a chiedere tagli di spesa pubblica per meno imposte su lavoro e impresa, interventi a favore della produttività e della concorrenza, misure nel credito per liberare capitale bancario oggi assorbito da titoli pubblici e sofferenze in verticale aumento. È cambiata l’Italia anche per chi si è illuso – parlo di me e per me – di una possibilità più ampia di dare un matto ai liberali in politica. È stato un errore. La storia non ammette accelerazioni improvvise, se non populiste. E di quelle non ne mancano davvero, in Italia. Bisogna molto lavorare di cultura e consapevolezza, intorno ai temi che sono nostri cioè del Bruno Leoni, perché un domani non centinaia di migliaia, ma qualche milione di italiani le abbracci se troverà chi vorrà dar loro gambe pubbliche diverse da quelli delle iniziative culturali. Mi limito a un esempio. Vi leggo tra le 80 misure del “decreto del fare”, ciò che nel comunicato stampa passava come semplificazione e come no al pignoramento dei beni d’impresa per ragioni di debito fiscale, venendo incontro alle difficoltà delle aziende. Si prevede che “i beni di cui all’articolo 515, comma 3, del codice di procedura civile, anche se il debitore è costituito in forma societaria ed in ogni caso se nelle attività del debitore risulta una prevalenza del capitale investito sul lavoro, possono essere pignorati nei limiti di un quinto, quando il presumibile valore di realizzo degli altri beni rinvenuti dall’ufficiale esattoriale o indicati dal debitore non appare sufficiente per la soddisfazione del credito”. Ecco, in quel “presumibile” c’è tutta la discrezionalità pubblica contro cui dobbiamo combattere. E fa irrimediabilmente capolino persino laddove si annuncia il contrario, tanto è forte la presa, nel nostro Paese, dello Stato e delle sue deformazioni

 

Commento: come la pensa Oscar Giannino e cosa propone su Spesa Pubblica, Ristrutturazione della Burocrazia,  Conti Pubblici, Riforme etc lo sapevamo gia’ (e fondamentalmente lo condividiamo).

Decisamente interessanti le analisi sull’easy Money (specie sul caso Giappone) e sull’attacco alla diligenza dello sforamento del 3% in tre quarti delle nazioni europee.

Inedita la posizione sull’EURO di Giannino che riconosce (era ora!) che l’EURO e’ un problema (l’euro è pieno di difetti, alla moneta unica non hanno fatto seguito – dovevano essere precedenti – l’unificazione dei mercati dei beni e dei servizi, necessaria ancor più di una politica davvero comune, fiscale e di bilancio) e che l’uscita dall’EURO e’ un opzione (…difetti dell’euro, da sanare se sanabili o da porre alle spalle rinunciandovi in una maniera non traumatica, o meglio la meno traumatica possibile cioè concordata). Ovviamente pone la questione in secondo piano rispetto ai suoi tradizionali cavalli di battaglia, piu’ che altro perche’ teme che tale questione venga usata dai politici come alibi per non fare le riforme e gli interventi su spesa e tasse che ritiene necessari (dimostra comunque consapevolezza che la questione degli squilibri esiste ed e’ cosa seria).

 

By GPG Imperatrice

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