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ORIGINI, SIGNIFICATO E FUNZIONI DI UN PIANO A e B PER L’ITALIA IN EUROPA di Paolo Savona

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Testo integrale intervento Convegno di Scenari Economici “Un Piano B per l’Italia” del 3 Ottobre 2015

Premessa

Parto dal detto popolare “Non c’è peggiore sordo di chi non voglia intendere”.

Fin dal luglio 2011 – esattamente un anno prima che Mario Draghi annunciasse d’essere pronto a fare whatever it takes to save the euro, ammettendo finalmente l’esistenza della crisi e la necessità di farvi fronte con strumenti adeguati, che mancavano negli accordi europei – avevo invitato le autorità italiane a preparare un Piano B, ossia prepararci al peggio. Nonostante avessi spiegato, anche in un libro edito da Rubbettino nel gennaio 2012 (Eresie, esorcismi e scelte giuste per uscire dalla crisi. Il caso Italia), lo scopo della mia proposta e averla illustrata in dettaglio il 18 giugno 2012 nella trasmissione televisiva L’Infedele diretta da Gad Lerner (che ancora si può visionare su Internet), la mia richiesta fu subito trasformata in “Savona chiede di tornare alla lira”, che era e resta un’ipotesi limite da attivare nel caso in cui l’euro fosse entrato in crisi per la sua architettura difettosa o questa crisi si fosse trasferita sull’economia italiana in forma di disoccupazione crescente, di degrado economico e di spaccatura politica Nord-Sud del Paese.

Il problema permane, nonostante le ripetute dichiarazione che l’Italia “ha svoltato” e l’economia è in ripresa. Mancano però le condizioni affinché questo sussulto ciclico – frutto di fattori contingenti come la svalutazione dell’euro, il ribasso del prezzo del petrolio e provvedimenti di politica economica one-time shock – possa continuare, raggiungendo il saggio di crescita reale necessario per riassorbire la disoccupazione strutturale, come viene riconosciuto dai principali centri di previsione (che indicano nel 2020 e altri nel 2030 la data di questa ripresa, evidentemente consultando la classica “palla di vetro”).

L’economia italiana non è uscita dal pantano in cui si è collocata aderendo prematuramente e senza preparazione all’euro e disfacendosi dei classici strumenti di aggiustamento (svalutazioni, credito per lo sviluppo e spesa pubblica), sommando alle sue “eresie” di politica economica e ai suoi “esorcismi” per correggerne gli effetti, quelli dell’Unione Europea. Il ruolo svolto dal Governo crea incomprensione della realtà da affrontare perché esalta episodi marginali dell’economia e ignora gli andamenti complessivi. Nel mio recente pamphlet edito da Rubbettino nel giugno scorso intitolato J’accuse. Il dramma italiano di un’ennesima occasione mancata spiego perché le due miopie politiche, quella interna e quella europea, impantanano sempre più l’economia e la società italiana.

La mia proposta di un Piano B non si proponeva uno sfoggio di sapienza teorica, ma affrontava la realtà che avevamo e abbiamo di fronte – che la dirigenza italiana rifiuta alimentandosi nelle illusioni – e che faceva tesoro delle esperienze da me vissute in altre crisi del Paese non meno rilevanti: da quella della bilancia dei pagamenti italiana del 1963-64 a quella del dollaro del 1971, quando ero al Servizio Studi della Banca d’Italia guidata da Carli e Baffi, alla crisi petrolifera del 1974, che ho seguito anche nella duplice veste di consigliere economico del Ministro del Tesoro La Malfa negoziando due stand-by con il Fondo Monetario Internazionale e partecipando ai lavori del G5; a quella del nostro debito pubblico e della nostra credibilità internazionale del 1992-93 dopo “mani pulite”, in qualità di Ministro dell’industria del Governo Ciampi, e, infine, come direttore del Dipartimento delle Politiche comunitarie per definire il Piano di riforme previsto dal Trattato di Lisbona.

In tutte queste vicende l’Italia si trovò impreparata o divisa, ma seppe comunque riprendersi usando gli strumenti di intervento classici (svalutazione del cambio, tassi dell’interesse, creazione monetaria e politica fiscale), mentre ora, per avere ceduto questi strumenti indispensabili all’Unione Europea e per l’incapacità delle classi dirigenti di individuare il problema da affrontare e le soluzioni da prendere, il Paese non riesce ad riemergere a seguito dell’innesto della crisi finanziaria americana nelle difficoltà comportamentali italiane e in quelle istituzionali europee.

Che un paese debba avere più Piani B in casi di crisi è noto in letteratura e nella pratica e anche su questa moltitudine di esigenze ho avuto una qualche esperienza. Nel 1963, in qualità di Sottotenente di complemento nel Reggimento Leoni di Liguria (a Sturla, Genova, “zona politica calda”), ho svolto esercitazioni nell’ambito del Piano OP (Ordine Pubblico), nell’ipotesi in cui lo Stato fosse stato attaccato da forze eversive. Il compito a me assegnato era quello di occupare, o di liberare nel caso in cui fosse stata occupata dai ribelli, la sede RAI di Genova. Nel 1992 appresi direttamente da Francesco Cossiga i motivi dell’esistenza dell’organizzazione “Gladio”, i cui compiti si spingevano anche oltre il Piano OP, ma che aveva lo stesso scopo del mio Piano B: prepararsi al peggio per tutelare la sicurezza della Stato, dovere minimo di ogni appartenente ai gruppi dirigenti di un Paese per difendere i principi costituzionali su cui poggia la convivenza della società civile. Tra questi compiti vi sono anche quelli dei servizi informativi e dei compiti operativi dell’Intelligence che comprendono la materia delicata degli “atti illeciti per fini leciti” da me analizzati e discussi con fior di giuristi nelle due commissioni di indagine sui Servizi ai quali ho partecipato. Lo scandalo suscitato da alcuni contenuti del Piano B di Varoufakis indicano il livello di ignoranza anche dei media su questa materia. L’impreparazione dell’invasione degli immigranti in Europa è parte di questa impreparazione.

In conclusione, un paese serio dispone di piani di emergenza per ogni eventualità e quella della fine dell’euro, per tutti o solo per noi, non è tra gli eventi di minore importanza. Oggi, invece, le massime cariche dello Stato fanno finta di ignorare i danni che provengono dall’architettura istituzionale distorta e dalla politica europea inadatta ai tempi che attraversiamo e insistono invece nel denunciare, con fare scandalizzato, gli abusi e le inefficienze interne indicandole come origine della crisi, come se altri e non loro fossero i responsabili incaricati a eliminarli. Di fronte a questi atteggiamenti Guido Carli invitava coloro che esprimevano siffatti giudizi a porsi di fronte a uno specchio e a ordinarsi di procedere; con ironia aggiungeva che ciò andava fatto impartendosi ordini “con suoni gutturali”, come accade in ambito militare.

La BCE può impedire la crisi dell’euro inondando il mercato di base monetaria o solo promettendo di farlo in modo credibile, come testimonia la reazione positiva al solo affermare da parte di Draghi che sarebbe stato pronto a svolgere la funzione di lender of last resort (il whatever it takes); non può però cancellare il fatto che l’euro non ha dietro di sé uno Stato ed è quindi affetto “da zoppia”, come pudicamente Carlo Azeglio Ciampi definisce questa grave anomalia che mina la moneta europea alla radice. L’UE contribuisce alla sopravvivenza dell’euro imponendo riforme aventi contenuti deflazionistici e riducendo l’esercizio delle sovranità fiscali dei paesi in difficoltà fino al suo annullamento, come testimonia il caso della crisi greca. Nel circuito internazionale l’euro è di diritto e di fatto una fiat money come il dollaro, ma è in posizione assai più debole, in quanto la moneta americana ha dietro uno Stato solido con un’economia forte, mentre la moneta europea non ha dietro uno Stato e ha economie forti, ma divise, insieme a economie deboli, con alcune aree affette da dualismo (divari strutturali di produttività). L’euro riceve legittimazione dal mercato internazionale nonostante sia un debito della BCE che i paesi dell’eurosistema non hanno preso impegno di onorare in caso di default e vive essendo entrato nella sfera dei soggetti giuridici caratterizzati da alto debito e quindi to big, to fail. Per consentire all’euro di continuare ad avere la legittimazione del mercato, pende sugli Stati-membri la proposta di aggiungere ai vincoli già esistenti quello di delegare a livello europeo il compito di regolare le sovranità fiscali nazionali, che scatterebbe nel caso in cui un paese entrasse in crisi. La si chiama “condivisione”, ma il contenuto reale è chiaro e in molti lo invocano, come ha fatto lo stesso Presidente della Bundesbank Weidmann il 13 agosto scorso.

Si va ideando un’accentuazione del paradosso costituzionale di un non-Stato (l’UE) che governa non-più-Stati, alcuni dei quali accettano di divenire colonie politiche con il compito di ratificare, come il caso della Grecia, le decisioni prese da altri al fine di mantenere una parvenza di scelte democratiche e sottarsi alla speculazione dei mercati internazionali. Oltre a essere un paradosso costituzionale, è anche una mistificazione istituzionale, ai limiti di una vera e propria presa in giro dei cittadini europei per evitare di fare ciò che era presupposto per la nascita dell’euro: arrivare all’unificazione politica dell’Europa. La gestione intergovernativa dei problemi europei condurrà alla dissoluzione dell’UE.

A seguito del clamore suscitato dalla mia proposta avevo precisato che il Piano B sarebbe stato utile anche ai fini di una eventuale negoziazione con i partner europei, tipo quella che si è realizzata con la Grecia, per risolvere con i minori danni possibili le crisi nazionali; ho richiamato gli insegnamenti della teoria dei giochi (in cui Yanis Varoufakis eccelle) e precisai che la conoscenza a priori della strategia che si sarebbe seguita – come la dichiarazione di voler stare nell’euro “a ogni costo” – era perdente in partenza. Aggiunsi che la Banca d’Italia, che conosco dall’interno, probabilmente aveva già un Piano B o quanto meno allora lo stesse preparando; ho anche rivelato che il Ministro del Tesoro Tremonti mi confidò che l’Italia aveva questo Piano, invitandomi però a non insistere pubblicamente, forse perché ben sapeva che la sua sola esistenza avrebbe gettato “fumo negli occhi” dei benpensanti di Bruxelles, di Francoforte e di Berlino, rendendoli ciechi e sordi, come accaduto appunto a Varoufakis che ha visto rifiutata la sola proposta di discutere una soluzione alternative a quella che ha prevalso sotto il ricatto di una crisi del sistema bancario greco e dello stesso Stato.

Lorenzo Bini Smaghi, già membro del direttivo della BCE, ha confermato in un suo libro le notizie stampa che avevano indicato che, già da prima del G20 a Cannes d’inizio novembre 2011, le principali capitali dell’UE erano convinte che Berlusconi stesse preparandosi a far uscire l’Italia dall’euro. Fu perciò deciso che andava sostituito. L’esistenza di forti pressioni, anche da parte degli Stati Uniti, affinché Italia e Spagna facessero quanto veniva loro richiesto “per salvarsi” sono state confermate dall’ex premier spagnolo Zapatero. Anche se non esplicitamente, Mario Monti ha asseverato la notizia che le trattative per sostituire Berlusconi erano in corso da tempo. Questo convincimento, giusto o sbagliato che fosse, diede avvio a un attacco speculativo sul debito pubblico italiano facendo schizzare all’insù lo spread sui rendimenti dei BTP rispetto a quelli dei Bund tedeschi, a conferma che il mercato non credeva alla possibilità che la BCE intervenisse. La dimensione dello spread allora raggiunta era nettamente inferiore a quella che portò alla Presidenza del Consiglio Carlo Azeglio Ciampi, tale però da spaventare il Presidente della Repubblica Napolitano che, poche settimane dopo, diede l’incarico di formare un nuovo Governo a Mario Monti, considerato per i suoi trascorsi persona di fiducia dell’UE, senza ricorrere al voto popolare. E’ un tipica reazione da Governo di stampo coloniale, invero non infrequente nella storia d’Italia e, comunque, una caratteristica affermatasi in Europa e rafforzata dai comportamenti della finanza mondiale. Se non hanno pronto un serio Piano B, i paesi “deboli” devono solo ubbidire; se invece ce l’hanno, devono essere pronti a fronteggiare le reazioni destabilizzanti alla sua sovranità democratica  .

Aveva ragione Jean-Jacques Rousseau quando affermò nel lontano 1762 che L’uomo è nato libero, ma ovunque è in catene; ben poco è cambiato da allora e il resto della storia di conquiste delle libertà e della sovranità popolare è stata un’illusione. Il sovrano è stato spodestato dal popolo, ma ha trovato il modo di tornare al potere mimetizzandosi sotto nuove spoglie.

Un’ultima chiosa a questa premessa. Verso la fine del 2011, nel corso della crisi dell’euro si venne a sapere, se ben ricordo tramite il Financial Times, che la Germania aveva pronto un Piano B; la notizia non mi sorprese, né mi sorprende oggi, perché il Governo tedesco è pragmatico, capace di tutelare gli interessi del Paese e si prepara a ogni evento, ben sapendo di non volere la nascita di un’entità statale superiore che legittimerebbe l’euro rendendolo veramente irreversibile e vuole solo “contare” nelle scelte Europee riproponendosi come “paese d’ordine”, una delle vecchia idee tedesche che emerse in evidenza con il Piano Funk nazista del 1936. Il fatto che la Cancelliera Merkel si affrettò a smentire, conferma l’esistenza di un Piano B per la Germania, sulla base di un insegnamento datomi da Ugo La Malfa che, se una notizia è falsa, non si smentisce, ma se è vera, allora si deve farlo prontamente; se la notizia è precisa, occorre farlo con molta energia.

L’Italia dichiara ufficialmente di non volersi preparare all’eventualità che l’euro entri in crisi, accettando che sia l’Italia a seguire questa sorte. Perché questa è la “soluzione” della crisi dell’euro: essere trasferita sull’economia e sulle società “esposte”, come quella italiana. Finché il mercato internazionale accetta l’euro perché la BCE crea moneta per evitare un to-big-to-fail default non vi sarà spazio per soluzione diverse e la crisi si trasferirà sui paesi deboli, ai quali verrà offerta assistenza in cambio della perdita di sovranità, anche fiscale. Il Piano B serve per sventare questa possibilità. Quando, trascorso il tempo necessario, si apriranno gli archivi segreti e si venisse a sapere che l’Italia non si era preparata all’evento, il giudizio che darà la storia sui gruppi dirigenti del Paese di oggi sarà certamente molto più severo del giudizio, talvolta elogiativo, della cronaca, sulla base di dettagli statistici di cui Governi e partiti politici si beano. Uno di questi è particolarmente significativo: mentre le statistiche continuavano a mostrare una disoccupazione crescente, il Governo si è vantato che i posti di lavoro permanenti aumentavano, ignorando che molti di questi scaricano sul sistema pensionistico a termine gli squilibri dell’occupazione. L’Italia è oggi considerata ufficialmente fuori dalla crisi, ma il FMI avverte che i livelli di reddito e di occupazione pre-crisi torneranno solo intorno agli anni 2030. I giovani sono stati definiti in inglese, che come noto “fa più fine”, the lost generation.

I contenuti della mia proposta

La mia richiesta di preparare un Piano B resta una doverosa cautela per l’impraticabilità di un accordo monetario europeo dovuto alla sua architettura istituzionale errata (per taluni) o imperfetta (per altri) e alle politiche di austerità che l’hanno accompagnata. Non chiedo di uscire dall’euro, ma essere preparati a farlo ove venisse compromesso il futuro del Paese; su questa possibilità esistono versioni analitiche rispettabili, come quella avanzata da Alberto Bagnai, che prevedono effetti negativi assorbibili e, comunque più che compensati da quelli positivi, e versioni scomposte, un po’ garibaldine, avanzate da forze politiche o persone che si dichiarano contrarie alla permanenza dell’Italia nell’euro e intendono uscirne senza alcuna preparazione.

Personalmente sono ancora convinto che la costruzione logica di un mercato comune europeo con moneta unica è valida nell’attuale contesto geopolitico caratterizzato dalla competizione tra aree a densa popolazione e disordini valutari, monetari e finanziari, ma l’architettura istituzionale creata presenta troppi difetti perché possa reggere alla lunga.

In particolare è necessario:

1. pervenire a una forma di Stato sovranazionale, condizione che era alla base della stessa nascita dell’euro, che fu condivisa dagli Stati firmatari chi in buona fede, perché ne erano convinti, e chi in mala fede, perché ben sapevano di non volerla e celiavano in materia. Considero il Regno Unito il paese più serio perché, non facendosi illusioni in proposito, dichiarò immediatamente che non avrebbe partecipato all’eurosistema, ottenendo la clausola dell’opting out, che l’Italia avrebbe dovuto invocare perché era impreparata a fronteggiare i vincoli e le carenze istituzionali dell’euro;

2.  avere un’unica regolamentazione dei mercati dei beni, dei servizi e della moneta-finanza, in particolare escludendo diversità nei trattamenti tributari con effetti distorsivi sulle scelte di investimento e di portafoglio. Stringere su un solo punto, come l’unione bancaria, senza risolvere il problema di fondo dell’unificazione politica, continua a squilibrare l’eurosistema;

3.  concordare una politica di governo della “non-ottimalità” dell’area monetaria europea per evitare che le diversità strutturali nei saggi di produttività facciano divergere i tassi di crescita del reddito e dell’occupazione, distorcendo la direzione dei flussi di risparmio e di investimento, creando ingiustizie e rendendo impossibile l’unificazione politica necessaria per l’eurosistema regga nel lungo periodo;

4.  impedire che l’eliminazione del rischio di cambio all’interno e il suo trasferimento sui debiti pubblici nazionali, in quanto denominati in una moneta la cui creazione è fuori dai poteri degli Stati nazionali, complichi ulteriormente il funzionamento del mercato comune europeo e dell’euro. La BCE deve essere dotata di poteri completi per esercitare la funzione di lender of last resort;

5.  dotare l’UE di regole di intervento attivabili prontamente nel caso di shock esterni come la crisi finanziaria americana del 2008 senza dover costringere la BCE a svolgere un ruolo sostitutivo, non convenzionale. Sarebbe stato necessario introdurre fin dal Trattato di Maastricht un fondo di stabilizzazione delle economie più colpite gestito dalla Commissione Europea in parallelo con la possibilità per la BCE di svolgere liberamente le funzioni di prestatore di ultima istanza. Il primo strumento è stato creato dopo l’aggravarsi della crisi dei debiti sovrani e delle banche, ma è stato sottoposto a vincoli nell’utilizzo che lo rendono inefficace e, per certi versi, pericoloso, in quanto approfondisce gli stati deflattivi delle economie colpite. Per il secondo è accaduto lo stesso, con acrobazie interpretative di Draghi sui contenuti del mandato assegnato all’eurosistema, ma anch’esse condizionate da vincoli operativi che ne impediscono una piena efficacia. L’esclusione della Grecia dai benefici del QE è un chiaro esempio.

Per ciascuno di questi difetti di architettura istituzionale è stata trovata una giustificazione da parte degli ideologi dell’UE e dell’euro a ogni costo, sostituendo all’iniziativa di correggerli quella che l’euro è “irreversibile” e, quindi, debbono essere pagati i costi relativi, un’interpretazione giuridica infondata per qualsiasi Trattato internazionale; per l’Italia lo è giuridicamente in vigenza dell’art. 11 della Costituzione italiana che prevede una limitazione di sovranità solo per ottenere benefici in termini di pace e di benessere e purché la limitazione sia a parità di condizioni con gli altri paesi. Poiché questa reversibilità in fieri non si può ignorare, si è fatto ricorso alla politica di spargere terrore sul dopo, perché quel dopo non è stato preparato per superficialità (o mala fede?) dei negoziatori, e ad alimentare le speranze che l’organizzazione anticrisi migliori, mentre diviene una camicia di forza sempre più stretta per i paesi che si vengono a trovare in difficoltà. La “camicia di forza” europea è tale che, pur avendo un risparmio in eccesso, l’Italia non lo può utilizzarlo e la Germania, che ne ha quasi dieci volte tanto, non lo vuole rimettere in ciclo. Nel mentre ristagna anche l’esecuzione di infrastrutture affidate a un assurdo marchingegno finanziario, quello ideato dal Piano Junker in un contesto globale dove la liquidità abbonda.

Poiché non si intende muovere verso l’indispensabile unificazione politica, ma solo verso la perdita di ogni sovranità residua, appunto quella fiscale, si viene a “perfezionare” un’organizzazione politica dove gli Stati-membri sono sprovvisti di sovranità e ubbidiscono a un non-Stato europeo. E’ un vero paradosso giuridico, politico ed economico che alimenta l’ascesa al potere di forze politiche nazionali che propongono di “rompere tutto”, senza un’idea di come ricostruire un’unità di intenti che riporti l’Europa nella posizione che tradizioni, popolazione e reddito meriterebbe d’avere. Tornano ad affermarsi i nazionalismi più beceri degli Stati forti e l’assuefazione più vili di quelli deboli, condizioni nocive che si sperava fossero state condannate dalla storia. La responsabilità principale di una tale situazione ricade sui seguaci di questa Europa, non di chi dichiara la sua impraticabilità allo stato attuale degli accordi e delle interpretazioni politiche che a essi sono state date.

I possibili contenuti di un Piano A e di un Piano B

Allo stato attuale dei rapporti intraeuropei e del consenso-dissenso sull’architettura istituzionale europea vigente, la richiesta di uscire dall’euro è una necessaria conseguenza per tentare di riportare l’Italia sul sentiero dello sviluppo. Tuttavia, prima di prendere questa decisione occorrerebbe espletare un serio tentativo di correggere i difetti di architettura e mutare politica nell’Unione Europea, la qualcosa non è stata ancora dotata di una proposta adeguata. Ciò equivale a mettere a punto un Piano A per fare sopravvivere le istituzioni europee esistenti che, solo se non accettato, si dovrebbe passare all’attuazione di un Piano B di uscita dall’euro, ben congegnato per minimizzare i danni della speculazione che si avvierebbe.

Riassumo brevemente le soluzioni “a matrioska” (dalla più piccola componete alla più grande) che intravvedo per un Piano A da negoziare con i partner europei come sostituto dell’unificazione politica:

  1. attribuzione alla BCE di uno Statuto simile a quello delle principali banche centrali (Fed, BoE, BoJ, PBoC) con un duplice obiettivo (stabilità monetaria e crescita reale) e libera scelta nell’uso di tutti gli strumenti conosciuti (finanziamenti alle banche, all’estero e al Tesoro), ivi incluso lo svolgimento in piena autonomia della funzione di lender of last resort;
  2. assegnazione alla Commissione, sotto vigilanza del Parlamento europeo, di un Fondo comune di stabilizzazione finanziaria per la sistemazione degli eccessi di debito pubblico nazionale rispetto al parametro di Maastricht del 60% del rapporto debito pubblico/PIL nei tempi e a costi adeguati alle possibilità di rimborso dei paesi che richiedono di farne parte, in contropartita del rispetto dell’azzeramento del deficit di bilancio pubblico introdotto con la direttiva del fiscal compact;
  3. pieno utilizzo della BEI, come previsto dal Trattato di Maastricht, per finanziare i piani di adattamento e di sviluppo infrastrutturali di rilevanza europea, con una sezione specificamente dedita all’eliminazione dei dualismi strutturali di crescita della produttività;
  4. completa armonizzazione fiscale per evitare gli effetti distorsivi sulla crescita reale e sui flussi finanziari dei divari di tassazione, con assegnazione alla Commissione, sotto vigilanza del Parlamento europeo, delle deroghe funzionali all’eliminazione dei divari di crescita del reddito e dell’occupazione;
  5. introduzione del divieto di mantenere surplus commerciali con l’estero al di là di tempi e modi concordati per il loro riassorbimento;
  6. creazione di una scuola comune europea a tutti i livelli e vera libera circolazione delle persone in ambito comunitario.

I contenuti di un Piano B di uscita dall’euro deve essere stabilito nell’ipotesi che il Piano A non venga accettato e siano due le ipotesi alternative: che sia il solo Paese a farlo o che si formi un blocco di Stati-membri dell’eurosistema favorevoli al Piano A e alla creazione di un nuovo euro che entri in concorrenza con il blocco contrario a cambiare l’architettura europea e favorevole a mantenere l’euro attuale, lasciando fluttuare il cambio tra le due monete. La proposta che segue ipotizza che la soluzione sia la prima, ossia l’uscita isolata (lo sviluppo del Piano è sempre a matrioska).

In ogni caso, ossia si stia o si esca dall’euro, occorre provvedere immediatamente a un’operazione straordinaria di allungamento delle scadenze del debito pubblico e riduzione degli oneri correnti e potenziali, secondo le linee indicate dal progetto elaborato con Michele Fratianni e Antonio Rinaldi, per procurarsi il tempo necessario per un serio negoziato e un altrettanto serio piano di uscita.

Nel mentre si dà corso a questa operazione si deve:

  1. preparare un piano tecnico per un ritorno immediato a una moneta nazionale per governare quantità, tassi e cambio estero, accompagnato da una direttiva per sistemare le posizioni di debito e credito interne e internazionali;
  2. stipulare alleanze internazionali con Paesi interessati a proteggere l’autonomia politica dell’Italia od opporsi all’influenza del blocco di paesi che gravita sulla Germania, che forniscano concreti impegni di fungere da lender of last resort per fronteggiare la speculazione che si innesterebbe nella decisione di abbandonare l’euro;
  3. creare un Comitato di consultazione composto dai principali leader bancari, di impresa, del mondo del lavoro ed economisti con esperienza operativa e prestigio internazionale per affiancare il Governo nella transizione;
  4. bloccare ogni incremento di tassazione fino al completamento del rientro nella normalità dei mercati finanziari e reali;
  5. prendere impegno di informare costantemente la pubblica opinione interna e internazionale delle scelte compiute e dei loro effetti sullo sviluppo;
  6. sostituire la dirigenza statale che ha mostrato una stretta dipendenza dalle influenza europea e scarso rispetto per la sovranità nazionale.

La stesura del decreto del Governo in attuazione del Piano va preparato in dettaglio ed essere conosciuto dal Presidente della Repubblica; esso deve rendere espliciti nomi e funzioni per orientare immediatamente la pubblica opinione interna e internazionale sulla reale preparazione del Paese all’evento di un attacco speculativo e la sua capacità di sconfiggerla. Il capo responsabile, l’equivalente del compliant nei confronti del Governo in carica, deve essere di provata esperienza e indipendenza dai partiti, come pure devono esserlo i responsabili ai diversi livelli; essi hanno il compito di mantenere aggiornati i rispettivi impegni venga o meno attuato il Piano di uscita. La sua attuazione non è compito né facile, né indolore, ma è nelle possibilità del Paese.

Paolo Savona

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