EconomiaEnergiaIranMaterie primeRussia
Oceani di greggio fantasma: perché il petrolio russo invenduto sta facendo esplodere i prezzi
Milioni di barili russi e iraniani bloccati in mare spingono i prezzi verso l’alto: l’India si sfila e il mercato rischia il corto circuito.

C’è un paradosso energetico che si sta consumando in alto mare, lontano dagli occhi dei consumatori ma vicinissimo ai loro portafogli. Mentre il mondo sembra affogare nel petrolio, con riserve galleggianti che toccano livelli record, i prezzi alla pompa e sui mercati internazionali continuano a salire, o per lo meno non calano.
Com’è possibile? La risposta risiede in un gigantesco ingorgo logistico e geopolitico: il greggio dei paesi sanzionati – Russia e Iran in testa – si accumula sulle petroliere senza trovare compratori, costringendo il mercato a scannarsi per le poche botti “occidentali” disponibili. Benvenuti nel nuovo cortocircuito delle sanzioni.
Il mare come magazzino (costoso)
L’inasprimento delle sanzioni statunitensi ed europee contro le infrastrutture petrolifere dei cosiddetti “nemici stretti” ha creato una situazione surreale. Il petrolio, che un tempo fluiva clandestinamente o tramite accordi sottobanco, ora ristagna. Le petroliere non sono più mezzi di trasporto, ma silos galleggianti.
Secondo i dati forniti dalla società di monitoraggio Vortexa, attualmente ci sono circa 290 milioni di barili di greggio russo e iraniano fermi in mare. Si tratta di un aumento superiore al 50% rispetto all’anno precedente. In un mercato normale, un tale eccesso di offerta (overhang) farebbe crollare i prezzi. Invece accade l’opposto. Perché? Semplice: quel petrolio è “radioattivo” per i mercati finanziari e assicurativi. Nessuno vuole toccarlo per paura delle ritorsioni di Washington e Bruxelles, creando un buco nell’offerta globale che deve essere colmato da altre fonti.
La voce dei Big Trader: “Non è vero che c’è petrolio per tutti”
I grandi operatori del settore, quelli che muovono il mercato reale e non solo quello di carta, hanno lanciato l’allarme. Durante l’International Energy Week di Londra, il tono è stato cupo. Russell Hardy, CEO del Gruppo Vitol (il più grande trader indipendente al mondo), ha spiegato la dinamica con chiarezza chirurgica:
“Gli acquirenti tradizionali di queste due fonti di approvvigionamento si stanno rivolgendo a fonti occidentali o saudite, il che a sua volta sta causando una contrazione del mercato reale. L’equilibrio tra domanda e offerta globale deve tenere conto di alcune di queste situazioni difficili, poiché stiamo parlando di circa un milione di barili al giorno che non trovano raffinerie e sono semplicemente fermi al largo.”
In sintesi: c’è tanto petrolio, ma quello “comprabile” è poco. Greg Sharenow di Pimco ha rincarato la dose, sottolineando come la visione macroeconomica (abbiamo 1,5 milioni di barili prodotti al giorno) non si traduca in prezzi bassi se quei barili non sono negoziabili. Il risultato? Il Brent è schizzato sopra i 70 dollari e ha segnato un +10% da inizio anno.
Il fattore geopolitico: l’India cambia rotta
Uno degli elementi scatenanti di questo ingorgo è il cambio di passo dell’India. Fino a poco tempo fa, Nuova Delhi era il “lavatoio” preferito del greggio russo a sconto. Ora, complice un accordo commerciale bilaterale con gli Stati Uniti voluto dall’amministrazione Trump – che riduce i dazi sulle importazioni indiane al 18% in cambio di un addio al petrolio di Mosca – l’India sta chiudendo i rubinetti.
I dati sono impietosi per il Cremlino:
Dicembre: Import indiano dalla Russia a 1,3 milioni di barili/giorno.
Gennaio/Febbraio: Crollo di 700.000 barili/giorno rispetto ai picchi di ottobre.
Previsioni: Fonti vicine alle raffinerie indiane confermano lo stop agli acquisti per le consegne di aprile.
Carsten Fritsch, stratega di Commerzbank, avverte: “L’unica vera opzione per la Russia resta la Cina, ma anche Pechino ha ridotto gli acquisti. Mosca dovrà concedere sconti brutali e affidarsi ancora di più alla sua flotta fantasma”.
La stretta finale dell’UE e le scorte globali
Come se non bastasse, la Commissione Europea sta preparando il suo ventesimo pacchetto di sanzioni, mirato a vietare completamente il trasporto di petrolio russo tramite petroliere di paesi UE (colpendo duramente gli armatori greci, ciprioti e maltesi) e inserendo nella black-list altre 43 navi della flotta ombra.
Tutto questo avviene mentre l’AIE (Agenzia Internazionale per l’Energia) rileva un paradosso statistico:
Le scorte globali sono aumentate nel 2025 al ritmo più rapido dalla pandemia (+477 milioni di barili previsti).
La produzione globale è crollata di 1,2 milioni di barili a gennaio.
Le scorte nei centri di determinazione dei prezzi (quelli che contano per il listino) sono “relativamente ridotte”.
Jason Prior di Bank of America riassume perfettamente l’impasse logistica: “C’è un’enorme quantità di petrolio che si trova temporaneamente in mare a causa di blocchi e sanzioni. Questo impedisce alle molecole di raggiungere il mercato”.
Navigare a vista
Siamo di fronte a un mercato schizofrenico. Da un lato, oceani pieni di petrolio che nessuno osa scaricare; dall’altro, raffinerie affamate che pagano premi sempre più alti per il greggio “legale”. Se la diplomazia non sbloccherà la situazione (un accordo Russia-Ucraina o un allentamento su Teheran, ipotesi al momento remote), il consumatore finale continuerà a pagare il prezzo di questa inefficienza geopolitica. Il petrolio c’è, ma è come se non ci fosse. E il mercato, come sempre, non perdona l’incertezza.
Però siamo ottimisti: Trump vuole la pace con la Russia entro l’estate, e anche con l’Iran si andrà a una soluazione. Tra qualche mese potremmo vedere una marea, letteralmente, di petrolio invadere tutti i mercati, con un crollo dei prezzi.








You must be logged in to post a comment Login