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O si cambia politica con Bruxelles o sarà recessione di Guido Salerno Aletta

 

 

All’Italia serve una politica nuova, decisa e chiara, che affronti senza tentennamenti le problematiche che ci stanno trascinando verso una terza e definitiva recessione, e probabilmente verso l’implosione politica ed istituzionale, prima ancora che economica e finanziaria, innescata ancora una volta dai timori di un default del debito pubblico.

Collasserebbe anche il sistema bancario, oberato da oltre 200 miliardi di euro di sofferenze.
Non possiamo arrenderci alla prospettiva di un autunno gravido di incognite, e di fare ancora una volta l’agnello sacrificale sull’altare dell’euro e della Unione europea: i mercati finanziari mondiali sono tornati ai massimi, tranne qualche poco commendevole eccezione, senza che l’economia reale ed il commercio internazionale ne giustifichino il livello raggiunto. Siamo di fronte ad una bolla, che non sappiamo né quando né dove scoppierà.

La stessa Amministrazione americana deve agire con annunci continui per spandere nuova fiducia, prospettando financo intese win-win con la Cina, per dare corpo all’export americano in cambio di investimenti infrastrutturali cinesi negli States, e ribadendo che il taglio fiscale sarà di eccezionali dimensioni: si deve innescare la pompa dell’economia reale, questa è lo shock positivo che serve per rimetterla in moto, prima che siano i mercati finanziari a cedere, dove non si sa. E non importa.

Sul versante europeo, il risultato delle elezioni francesi, che si colloca a valle della Brexit, della elezione di Donald Trump alla Presidenza degli Usa, ed in vista di una nuova vittoria della Grande coalizione in Germania, sta riproponendo il consueto mantra di un rafforzamento dell’Unione, in cui l’Italia sarà accettata solo a costo di perdere quel poco di sovranità politica ed economica che ci è rimasta. La Francia di Macron userà il cappello a cilindro della novità per prendere altro tempo, metterà in cantiere aggiustamenti nel medio periodo, mentre la Germania, per bocca del Ministro dell’economia Schaeuble ha già annunciato, in una lunga intervista, quale sarà la nuova Troika: il Fondo Salvastati, l’ESM, il cui Statuto sarà adattato alla bisogna.

Bisogna intervenire subito. Il risanamento delle finanze pubbliche italiane, per come è stato immaginato nell’ultimo Def, è semplicemente insostenibile: il pareggio strutturale si ottiene aumentando l’avanzo primario, che da solo dovrà sostenere la quasi totalità degli interessi sul debito. All’orizzonte del 2020, si prevede un drenaggio progressivo di risorse dall’economia reale che arriverà al 3,4% del pil, a fronte di un servizio del debito che arriverebbe al 3,8%. Se già oggi siamo ad una crescita del prodotto inferiore all’1% con un avanzo primario pari ad appena l’1,5% del pil, è evidente che un avanzo primario più che doppio rispetto ad oggi renderà enormemente difficile qualsiasi prospettiva di sviluppo.

La questione del debito pubblico va affrontata con determinazione: la prospettiva di un azzeramento del deficit deve andare di pari passo con l’assorbimento di una quota del debito corrispondente alla circolazione monetaria, sulla base di quanto è stato prospettato da Paolo Savona su queste colonne. La Banca d’Italia dovrà continuare ad acquistare debito sul mercato ed a sottoscrivere direttamente le nuove emissioni, fino a pareggiare l’entità dei depositi liquidi nel sistema bancario, retrocedendo all’Erario gli interessi incassati, al netto di una commissione per il servizio reso, come fa ancora adesso la Federal Reserve americana e come faceva la stessa Banca d’Italia prima del divorzio dal Tesoro. Questa operazione ridurrà il costo degli interessi netti, riporterà il rapporto debito/pil ad un livello di sicurezza, e toglierà ogni scusa alla speculazione.

In pratica, occorre portare il debito pubblico sul mercato all’80% del pil, pagare interessi netti solo su questo ammontare, azzerando il ricorso a nuove emissioni. Questa, e solo questa, è una prospettiva sostenibile, finanziariamente ed economicamente, in una ottica di pareggio strutturale del bilancio compatibile con la crescita economica. Serve un Qe, ma a misura dei nostri problemi, asimmetrico come la realtà.

In secondo luogo, serve una iniziativa internazionale immediata sulla questione dell’immigrazione che proviene dalla Libia. Occorre un Accordo con l’Egitto, da finanziare trattenendo quanto serve, a valere sull’Iva comunitaria. Deve essere una soluzione simmetrica rispetto a quella che è stata raggiunta con la Turchia, per bloccare la rotta balcanica ed evitare una invasione della Germania. L’accoglienza in Italia è una non soluzione: si devono costruire interi villaggi ed utilizzare le tecnologie in campo idrico, agricolo ed energetico, già ampiamente diffuse in Israele, per dare vita a comunità ampiamente autosufficienti e produttive in aree prima desertiche. La Protezione civile italiana può essere messa a disposizione per dare corso ad un progetto di immediata operatività: il costo diretto ed indiretto sarà di gran lunga inferiore, con migliori prospettive di integrazione e di ritorno nelle aree di origine.

Occorre, in terzo luogo, sbloccare tutti i Fondi europei, ribaltando la logica del cofinanziamento che prevede la necessità di ulteriori fondi nazionali, che non ci sono: vanno invece utilizzati per cofinanziare i piani di investimento nazionali e locali già esistenti, integrando i capitoli di spesa ordinari. Il sistema degli assi, dei programmi, dei piani e dei bandi è solo una sovrastruttura di carte che serve a perdere tempo ed a mandare in economia risorse solo apparentemente, europee, e che invece non sono altro che una piccola parte del nostro contributo finanziario al bilancio comunitario.

La appartenenza all’Unione europea deve tornare ad essere coerente con i nostri interessi nazionali: non è accettabile che trascorrano mesi e mesi senza che che a Bruxelles si prendano decisioni definitive sulle nostre banche e soprattutto che vengano poste condizioni inaccettabili, ad esempio sullo smaltimento delle sofferenze o sui tempi delle ricapitalizzazioni pubbliche. Serve condivisione nelle scelte, non soggezione.
Ci sono poi le misure da mettere in cantiere per lo sviluppo strategico internazionale.
Ci sono i rapporti con la Cina, da sviluppare considerando che l’Italia è il terminale naturale della Via della Seta, sia per quanto riguarda il percorso marittimo, che attraversa il Mediterraneo, sia per quanto riguarda quello terrestre che passerà per la Russia. I diversi approdi italiani, non solo portuali ma soprattutto di lavorazione, vanno considerati in funzione dei mercati finali di sbocco, dal nord Africa ai Balcani centrali e meridionali, fino al Nord Europa. I rapporti dell’Italia con i Paesi balcanici sono già stretti, dalla Albania al Montenegro, fino alla Macedonia: anche se sono Paesi piccoli, è lì che si creeranno le nuove occasioni di crescita e di sviluppo.

I rapporti di integrazione produttiva dell’Italia nei confronti dei partner storici vanno rivisti: da noi si devono effettuare le operazioni a valore aggiunto sui semilavorati, di configurazione e di adeguamento alle esigenze dei mercati di sbocco europei ed internazionali. Non possiamo più fare i subfornitori dell’industria tedesca, che trova ormai molto più conveniente acquistare e decentrare le lavorazioni nei Paesi dell’est europeo. Noi, al contrario, possiamo dare valore aggiunto a prodotti che necessitano di migliore qualità.

Va ridisegnata la posizione dell’Italia nella distribuzione internazionale del lavoro: per la nostra storia, cultura e natura, possiamo essere la scuola del mondo. La formazione delle classi professionali elevate è sicuramente alla nostra portata, con una offerta molto articolata, che copre ogni settore tradizionale e non. Le nostre città d’arte, che sono state sempre sedi di Università, non possono essere ridotte a mere vetrine turistiche, ma devono tornare ad essere fucine di cultura e di talenti. L’italiano, tra l’altro, è ancora tra le lingue più studiate al mondo.
Serve un dibattito aperto e profondo sulle scelte da fare: al di là degli slogan, delle appartenenze, della età anagrafica e delle esperienze, serve una nuova stagione di condivisione e di impegno politico. Le sfide che ci sono davanti sono enormi, per tutti, in ogni Paese. Aspettare gli eventi, cercare di scansare la tempesta che sappiamo in arrivo, lasciarci sbranare un’altra volta, questo sì che sarebbe davvero colpevole.

Guido Salerno Aletta, Milano Finanza 13 maggio 2017

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