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Nuovo corso: relazioni economiche internazionali – La teoria classica . Appunti personali del professor Rinaldi

relazioni internazionali

 

Prosegue l’iniziativa “La conoscenza rende liberi”. In questo cosa proponiamo, sempre da appunti del professor Rinaldi, un breve corso introduttivo alle relazioni economiche internazionali. Buona lettura !

 

Il disordine finanziario globale iniziato nell’Agosto del 2007 si è aggravato in una devastante crisi finanziaria e ci ha resi consapevoli rispetto al passato di come gli eventi nell’economia globale influenzino le sorti economiche, le politiche economiche e il dibattito politico in ciascun Paese.

Il commercio internazionale di beni e servizi è aumentato costantemente negli ultimi sessant’anni grazie alla diminuzione dei costi di spedizione, alle migliori tecnologie di comunicazione, alle riduzioni negoziate a livello globale delle barriere commerciali imposte dai governi, nella diffusione dell’outsourcing delle attività produttive e nella maggiore consapevolezza delle culture e dei prodotti esteri.

Il commercio internazionale di attività finanziarie, come valute, azioni e obbligazioni è aumentato rapidamente a un tasso superiore alla crescita del commercio internazionale di beni. Questo processo offre benefici ai possessori della ricchezza, ma crea anche rischi di contagiosa instabilità finanziaria. Questi rischi si sono concretizzati durante la recente crisi finanziaria globale, che si è diffusa rapidamente oltre i confini nazionali e ha rappresentato un costo enorme per l’economia mondiale.

Per questo lo studio dell’economia internazionale non ha mai rivestito tanta importanza come oggi. All’inizio del ventunesimo secolo, i Paesi sono collegati più strettamente rispetto al passato, attraverso lo scambio di beni e servizi e attraverso i flussi monetari e gli investimenti da una economia all’altra.

L’economia globale creata da questi legami è abbastanza turbolenta: per questo sia i politici che gli uomini d’affari di ogni Paese devono costantemente monitorare il contesto internazionale, che tende a mutare sempre più rapidamente. La differenza tra importazioni ed esportazioni è un indicatore di un altro importante aspetto della crescente interdipendenza internazionale: la crescente interdipendenza dei mercati nazionali dei capitali.

L’economia internazionale può essere studiata attraverso la distinzione in due ampi sottoinsiemi: lo studio del commercio internazionale e lo studio dell’economia monetaria internazionale.

L’analisi del commercio internazionale si focalizza sulle transazioni reali, cioè su quelle transazioni che comportano un movimento fisico di beni o un utilizzo tangibile di risorse economiche. L’analisi monetaria internazionale è rivolta invece alla parte monetaria, cioè alle transazioni finanziarie quali l’acquisto di dollari statunitensi da parte di cittadini stranieri, o l’utilizzo di una moneta comune come avviene nell’UEM.

Un esempio di tematiche di commercio internazionale è il conflitto tra Stati Uniti ed Europa sui sussidi europei alle esportazioni di prodotti agricoli; un esempio di tematica di economia monetaria internazionale è invece la disputa sull’opportunità di lasciare fluttuare liberamente il valore del cambio del dollaro invece di stabilizzarlo con politiche governative.

Nel mondo reale non esiste una linea di demarcazione precisa tra argomenti reali e monetari; la maggior parte degli accadimenti di commercio internazionale richiede transazioni monetarie e, allo stesso tempo, molti eventi di carattere monetario hanno importanti ripercussioni sul commercio.

Inizieremo la nostra discussione sulle determinanti del commercio internazionale con l’analisi del modello originariamente sviluppato dall’economista inglese David Ricardo nel 1819. Alla luce di tutti i cambiamenti susseguitisi nel tempo, i principi fondamentali e le vecchie idee sono ancora rilevanti dopo duecento anni.

Secoli addietro, le esportazioni di un Paese erano chiaramente influenzate in larga parte da condizioni climatiche e dalla sua dotazione di risorse naturali. I Paesi tropicali esportavano prodotti come il caffè e cotone; i Paesi ricchi di terra coltivabile come gli Stati Uniti e l’Australia esportavano cibo alle nazioni densamente popolate dell’Europa. Anche le dispute commerciali erano facili da spiegare: la classica contesa politica fra libero scambio e protezionismo, avveniva tra i proprietari terrieri inglesi che chiedevano protezione dalle importazioni di cibo a basso prezzo e i produttori di manufatti inglesi che esportavano gran parte dei loro prodotti.

Le determinanti del commercio moderno sono differenti: risorse umane e risorse create dall’uomo (nella forma di macchinari e altre tipologie di capitale) sono spesso più importanti delle risorse naturali. Gli scontri politici in materia di commercio coinvolgono tipicamente lavoratori le cui qualifiche si svalutano a seguito delle importazioni di determinati beni e servizi: lavoratori nel settore dell’abbigliamento che affrontano la concorrenza dello stesso settore per via delle importazioni, e lavoratori nei settori tecnologici che oggi affrontano la concorrenza dei paesi asiatici.

Come vedremo, comunque, la logica sottostante al commercio internazionale rimane la stessa. Modelli economici sviluppati molto prima dell’invenzione degli aeroplani e di Internet rimangono fondamentali per comprendere gli elementi essenziali del commercio internazionale del ventunesimo secolo.

MODULO 1:

Dalla Teoria Classica alla Nuova Economia Internazionale. Alcuni aspetti.

La teoria classica.

La teoria del commercio e della specializzazione internazionale cerca di spiegare le motivazioni e i vantaggi che sono alla base degli scambi che avvengono fra i vari Paesi. Per alcuni prodotti la motivazione è evidente: i prodotti minerari sono presenti solo in alcuni Paesi, i prodotti della terra richiedono condizioni e clima ottimali in certe località e non in altre.

Per altre merci invece la convenienza al ricorso al commercio internazionale viene ricondotta alla stessa convenienza degli scambi sul mercato interno: secondo A. Smith ogni Paese anziché imparare a produrre tutto ciò di cui ha bisogno, è opportuno che si specializzi nella produzione di quei beni che riesce a fare meglio (con maggiore efficienza), per poi scambiarli con altri Paesi.

Per cui, anziché produrre tutto ciò che serve al fabbisogno nazionale, si ha convenienza a specializzarsi nelle produzioni dove si è più efficienti, e a procurarsi poi gli altri prodotti attraverso gli scambi con altri Paesi.

Il vantaggio del commercio internazionale scaturisce dunque dalla possibilità di sfruttare le opportunità offerte dalle diversità esistenti fra i Paesi.

Secondo Ricardo, entrando nel merito dell’efficienza produttiva, se due Paesi presentano costi comparati diversi nelle due produzioni considerate, entrambi hanno la possibilità di trarre vantaggio dall’apertura degli scambi. Tale vantaggio deriva dalla convenienza di ogni Paese a specializzarsi nelle produzioni più efficienti (quindi più competitive), che dia un maggior rendimento e una maggiore disponibilità. Ogni Paese può infatti importare il bene nella cui produzione è relativamente meno efficiente, esportando in cambio il bene che riesce a produrre invece a costi unitari relativamente più bassi. In questo modo entrambi i paesi possono conseguire dei risparmi in termini di quantità di lavoro (altrimenti necessari per produrre all’interno le unità importate).

La ragione di scambio.

La ragione internazionale di scambio dipende dai prezzi che i produttori dei due Paesi riescono a praticare sul mercato internazionale per i beni rispettivamente esportati. E tali prezzi dipendono dalla domanda e dall’offerta. Ogni Paese ovviamente è avvantaggiato quando aumenta il prezzo del bene che esporta e/o diminuisce il prezzo del bene che importa. (Le importazioni diventano meno care: per acquistare i beni di importazione bisognerà cedere in cambio una minore quantità del bene di esportazione. Ma questo non sempre è benevolo, lo vedremo quando tratteremo i regimi valutari.)

La misura in cui un Paese dovrà ridurre il prezzo di un bene per farne aumentare la domanda ed esportare di più, dipende dall’elasticità della domanda del consumatore che importa quel bene. Se la domanda è molto elastica (aumenta cioè sensibilmente a ogni piccola variazione di prezzo), basterà ridurre di poco il prezzo, per farla aumentare. Se invece è poco elastica, occorrerà una notevole riduzione di prezzo per convincere i consumatori esteri ad acquistarne di più.

(Le domande reciproche dei due Paesi di quel bene in valore devono essere uguali, cosicché ogni Paese riesce a pagare le proprie importazioni esattamente con le proprie esportazioni. Se questa uguaglianza non si verifica, ci saranno aggiustamenti continui nei prezzi dei beni finché si verifica l’uguaglianza fra le due domande reciproche.)

Altre teorie come quella di Heckscher e Ohlin (teoria H-O), spiegano come dietro le diversità di efficienza produttiva vadano ricercate le diverse dotazioni fattoriali: in particolare è stato evidenziato il ruolo svolto dalla conoscenza tecnologica e dalla maggiore o minore disponibilità di lavoratori qualificati e quindi di capitale umano.

I vantaggi delle diverse dotazioni fattoriali ci da una motivazione che induce i vari Paesi ad aprirsi al commercio internazionale, ma non spiega l’evidenza empirica del crescente commercio tra paesi industrializzati piuttosto simili nelle dotazioni fattoriali.

Tale teorema si propone di spiegare i divari nei costi comparati di due merci nei due Paesi: il costo monetario di produzione delle merci dipende dal prezzo (o costo) d’uso dei fattori di produzione utilizzati: capitale e lavoro, che a loro volta dipendono dalla domanda e dall’offerta dei fattori stessi e dalla loro disponibilità.

La diversa efficienza dei vari Paesi di produrre taluni beni quindi, dipende dalla diversa disponibilità dei fattori produttivi (capitale e lavoro). Ogni Paese ha convenienza a specializzarsi nella produzione di quel bene che impiega intensivamente il fattore produttivo relativamente più abbondante, di modo che il costo di produzione sarà relativamente più basso.

I Paesi relativamente ricchi di lavoro hanno convenienza a specializzarsi nelle produzioni ad alta intensità di lavoro, mentre quelli relativamente più ricchi di capitale hanno invece convenienza a specializzarsi nelle produzioni ad alta intensità di capitale.

Altri contributi in grado di spiegare i vantaggi del commercio fra Paesi simili viene da Linder, motivandola con la presenza di prodotti differenti e con la possibilità di sfruttare le economie interne di scala: differenziazione dei prodotti rispetto ad altri Paesi; sfruttamento dei rendimenti crescenti all’aumentare della dimensione media aziendale

(in pratica: ridurre i costi di produzione, praticare prezzi più bassi e aumentare la competitività).

È evidente che l’esigenza di concentrarsi sulle produzioni di poche varietà per poter sfruttare le connesse economie interne di scala, si scontra in pratica con quella di riuscire a soddisfare il gusto per la varietà dei consumatori nazionali. Per cui un Paese potrebbe trovare conveniente specializzarsi nella produzione di un limitato numero di beni e commerciare con altri per compensare la domanda differenziata del consumatore; tutto ciò a prescindere quindi dall’esistenza o meno di diverse dotazioni fattoriali.

Tuttavia la possibilità di sfruttare le economie di scala può essere una buona motivazione nel tentare di spiegare su cosa si basa il commercio internazionale, oltremodo ogni Paese dovrebbe ricercare una propria specializzazione produttiva proprio perché indotta dall’apertura dei mercati.

L’aumento della dimensione del mercato consente alle imprese di realizzare una migliore divisione del lavoro e un’appropriata suddivisione delle operazioni produttive, con conseguente aumento di livelli di specializzazione (e quindi di produttività per ogni lavoratore).

Ricapitolando, le motivazioni che inducono i vari Paesi ad aprirsi al commercio internazionale secondo la teoria classica vanno ricercate nelle parole di A. Smith (The Wealth of Nations, 1776):

“La possibilità di vendere verso mercati più vasti la parte di prodotto eccedente il fabbisogno interno incoraggia i Paesi ad aumentare le loro capacità produttive e a spingere al massimo la produzione annua, accrescendo così il reddito reale e la ricchezza della società”.

Nello specifico:

– Sfruttare i vantaggi scaturenti dalla diversità esistenti in termini di dotazioni fattoriali e conoscenza tecnologica. In presenza di tali divari, ogni Paese ha infatti convenienza a specializzarsi nelle produzioni che riesce a realizzare in condizioni di maggiore efficienza relativa rispetto agli altri.

– Sfruttare, grazie all’allargamento del mercato, i vantaggi legati alla presenza di economie di scala a livello di impresa in alcune produzioni.

A seguito di questo primo approccio motivazionale, si è tentato di spiegare il ruolo svolto dalle economie esterne alle imprese: l’autore di questo contributo è Porter che ha cercato di spiegare i vantaggi scaturenti dalla concentrazione delle attività produttive in alcune circoscritte aree geografiche, le cosiddette economie di agglomerazione in grado di rendere un Paese molto competitivo a livello internazionale nelle produzioni realizzate in tali aree.

Successivamente, a seguito della liberalizzazione dei mercati a fronte di una competizione sempre più globale, e del conseguente e diffuso fenomeno delle esternalizzazioni produttive, l’attenzione si è spostata dalla specializzazione internazionale nei settori produttivi a un livello molto più dettagliato, spingendosi cioè fino alle diverse fasi di lavorazione all’interno di uno stesso ciclo di produzione e alla diversa qualità dei beni prodotti.

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