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DUE NOTIZIE CHE MANCANO SUI GIORNALI

 

Treno puntuale non è notizia, treno che deraglia e fa dei morti sì. È la legge del giornalismo. Tuttavia così si corre il rischio di ignorare fatti importanti, anche se non connotati da un evento clamoroso. Dunque a volte è il caso di occuparsi delle non-notizie, e la prima – importante – riguarda lo Stato Islamico.

Fino a qualche tempo fa si parlava continuamente della sua inarrestabile avanzata. Naturalmente si parlava soprattutto delle atrocità commesse da quell’improvvisato esercito, ma fondamentale appariva il fatto che, malgrado l’orrore, nessuno potesse resistergli. E infatti, quando l’esercito di al-Baghdadi ha attaccato la cittadina di Kobanê, gli scommettitori non avrebbero rischiato un penny sulla sua resistenza. Ed ecco la non-notizia:  non soltanto Kobanê non è caduta, ma non se ne parla più. E non si parla neanche di avanzate fulminanti e di avanguardie di fanatici avvistate nei dintorni di Baghdad. Non che le notizie manchino del tutto. L’ultima è che il boia ha decapitato un imprudente giovanotto che è andato lì per aiutare i malati e si è anche convertito all’Islàm, ma ha mantenuto la colpa di essere americano. Ma proprio il fatto che si parli di ciò dimostra che non vi sono notizie militari, e ciò dura da parecchio tempo. Sarebbe opportuno che i giornali ci dicessero se per caso si sono distratti, mentre lì sta cambiando la geografia politica, o se la resistenza al “califfo” è diventata tanto efficiente da averne frenato lo slancio. Tanto che si delinea un esito finale diverso da quello temuto fino ad oggi. Non sarebbe cosa senza importanza.

Un secondo non-avvenimento di cui i giornali sembrano non cogliere l’importanza è che, da quando Israele ha lanciato l’operazione Protective Edge, non si è più parlato di razzi sparati dalla Striscia di Gaza per uccidere civili israeliani. Questa calma – che era lo scopo preciso e dichiarato della Protective Edge e che dura da più di tre mesi – era un risultato tutt’altro che scontato. All’inizio, per nove giorni, gli israeliani infatti si limitarono agli attacchi aerei, sperando che ciò bastasse a convincere Hamas a smettere gli atti di guerra. Si temeva infatti, ragionevolmente, che un attacco di terra sarebbe stato costoso in termini di vite umane, in termini economici, in termini d’immagine internazionale e senza la garanzia che si raggiungesse lo scopo. Ma il corso delle operazioni militari dipende anche dal comportamento del nemico. Durante i giorni dei raid aerei Hamas non solo non accennò a cedere, ma aumentò in modo sbalorditivo il lancio di razzi e di colpi di mortaio (alla fine dell’operazione se ne contarono più di 4.500). Dunque l’azione aerea si dimostrò insufficiente e Gerusalemme decise l’attacco di terra.

La decisione fu presa malvolentieri ma con perfetta logica militare, ecambiò anche lo spirito dell’operazione: se i colpi d’avvertimento non bastavano, bisognava che i colpi effettivi fossero devastanti ed indimenticabili. Non che ciò garantisse il successo (ché proprio per questo si era tanto esitato) ma non si poteva perdere la faccia. E infatti le sofferenze inflitte alla popolazione di Gaza furono immense. Non tanto perché Israele volesse massacrare dei cittadini inermi: se ciò avesse voluto, i risultati sarebbero stati ben diversi. Ricordiamoci di Dresda. Ma Tsahal, anche per diminuire i propri rischi, ha pressoché volontariamente distrutto un’infinità di alloggi e ogni edificio da cui si è sparato contro i soldati. La lezione è stata straordinariamente dura, tanto che, anche se Hamas ha disperatamente cercato di rifiutare la tregua, alla fine – probabilmente spinta dallo scontento della popolazione – ha dovuto cedere: e così completamente che, tre mesi dopo, non abbiamo più notizia di razzi caduti sul territorio di Israele.

Questo silenzio, questa calma dimostrano che i razzi non erano l’iniziativa di privati incontrollabili. Se così fosse stato, i lanci non sarebbero cessati. Dunque si conferma che Hamas è responsabile di quei lanci tendenti ad uccidere civili israeliani ed è dunque, tecnicamente, un’ “organizzazione “terroristica”. Inoltre si ha la dimostrazione della falsità di un pregiudizio occidentale. Nell’epoca del buonismo si pensa che l’autorità non possa nulla, contro il ribellismo: ma ciò è vero soltanto nella misura in cui ci si riferisce ad un potere che limita sé stesso e che, avendo “mala coscienza”, per usare un’espressione di Nietzsche, non osa servirsi dei suoi strumenti. Se invece il potere è disposto ad usare sul serio la forza, o se – come nel caso di Israele – è costretto a farlo, il ribellismo di piazza si sgonfia.

Gerusalemme è costretta, dalla necessità della legittima difesa, alla più concreta Realpolitik, e in questo senso è uno dei pochi Paesi il cui comportamento può essere proficuamente studiato, anche nell’epoca contemporanea, per comprendere le regole eterne della storia.

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it

18 novembre 2014

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