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Non sono d’accordo con quello che dici e farò di tutto per non fartelo dire

C’è dell’altro da dire sulla faccenda della Commissione Segre e sull’ossessione tutta post-moderna per il tema dell’odio. Hanno istituito una sorta di burokratura di saggi destinata a fare tutto e niente, quindi qualsiasi cosa, per combattere questa presunta emergenza sociale, e civile. L’odio, ormai, è sulla bocca di tutti; persino gli avvocati, tramite il loro giornale di riferimento (“Il Dubbio”), ne hanno fatto, l’anno scorso,  una questione da prima pagina. Per non parlare delle suffragette del politicamente corretto, le quali mettono immancabilmente  l’odio in cima alla classifica dei loro argomenti preferiti: di prassi, subito dopo la lotta alle discriminazioni di genere e subito prima del catastrofismo climatico. Dunque, bisognerà pur chiedersi perché dilaga, in ogni redazione, da qualsiasi pulpito, dai seggi più “elevati”, questa passionaccia per l’odio, anzi per la guerra all’odio. Il che costituisce, per inciso, un paradosso mica da ridere: si può odiare l’odio? A quanto pare sì. Non solo si può, si deve.

Dobbiamo diventare tutti cittadini sott’odio perché così ha deciso la Matrice, vale a dire quel corto circuito tra interessi finanziari, sistema massmediatico e propaggini politiche cui è devoluto il compito di focalizzare i nostri pensieri, orientare le nostre decisioni, determinare le nostre azioni e, infine, controllare ogni nostro movimento: fisiologico o cerebrale che sia. L’odio – pardon, la lotta all’odio – fa tanto gola in alto loco per una serie di ragioni. Intanto, è uno straordinario specchietto per le allodole: distrae, cioè, le masse dalle vere battaglie su cui dovrebbero concentrarsi le masse; e cioè la lotta non all’odio, ma alla dilagante ingiustizia sociale e alla evaporazione progressiva delle libertà individuali, sociali, civili, politiche. L’odio, poi, è un argomento sufficientemente generico e magmatico da poter essere usato per colpire i dissidenti.

Una volta deciso che l’odio va combattuto, è sufficiente riempire questo vaghissimo vocabolo di concretissimi contenuti per ottenere la censura (nel migliore dei casi) o addirittura la persecuzione (nei peggiori) e financo la morte (civile, se non fisica) degli odiatori. In altri termini, basterà dire che un certo tipo di riflessioni, di considerazioni, di iniziative controcorrente e anti-sistema è “odioso” per metterlo al bando senza passare dal via. Questo spiega anche il motivo per cui il Sistema ha bisogno come il pane di un “Castello kafkiano” di “Uffici preposti” per stabilire – di volta in volta e a seconda della bisogna del contingente momento storico – chi è un “hater” e chi no. Capite bene che il sottilissimo filo della “effettiva” libertà di espressione e manifestazione del pensiero (quella del celebre motto pseudo voltairiano: “Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo”) va a farsi benedire del tutto. L’uso strumentale, a fini ri-educativi del popolo, di Sentimento e Virtù è una delle strategie preferite di ogni regime totalitario. Regoliamoci di conseguenza.

Francesco Carraro

www.francescocarraro.com


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