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Non “se” ma “quando”

frate indovino

 

 

I dati relativi al PIL di USA (+5%) e UK (+3%) rilasciati nelle ultime settimane ci raccontano di due Paesi in piena crescita.

È tutto oro quello che luccica?

Mi son preso la briga di spulciare i loro conti in una maniera un po’ diversa da come fanno gli economisti “sparanumeri” e i risultati potrebbero essere, per certi versi, stupefacenti.

Parto dai dati ufficiali sul PIL rilasciati nel 2013 dall’istituto inglese CEBR (Centre of Economics and Business Research).
Esso ci dice che il PIL USA nel 2013 è stato pari a 10212 miliardi di Sterline ($ 15580 miliardi al cambio attuale). A detta cifra ci aggiungiamo il +5% del 2014 (10212×5%=510,6) per un risultato complessivo di £10722,6 mld [pari a $16673,64 mld]);
per la UK il PIL 2013 è stato pari a £1617 a cui aggiungiamo il 3% del 2014 (1617×3%=48,51, ovvero $75,43mld) con un risultato complessivo pari a £1665,51 ($2590mld ca).

Non vi è alcun dubbio che, leggendo i numeri, per entrambi si tratta di un risultato più che ragguardevole (soprattutto relativamente agli USA), particolarmente sopra le righe se confrontati con l’asfittica crescita degli altri Paesi avanzati occidentali e addirittura lontani anni luce della decrescita di alcuni di essi. Anche i dati sulla disoccupazione ufficiale parlano di numeri ottimi: gli USA scendono addirittura sotto al 6%, mentre la UK è intorno al 7%. Certamente numeri ben diversi se confrontati con quelli della U€, pari ad un più che allarmante +11,2% con tendenza in ulteriore e drammatico aumento.

Però se attiviamo lo zoom possiamo notare che:
l’incremento dei salari medi è inferiore alle attese e in molti casi al di sotto dell’inflazione reale sia in USA che UK, mentre la disparità sociale tra ricchi e poveri aumenta notevolmente. Le sacche di povertà di entrambi questi Paesi che più di altri hanno sposato il “liberomercato” sono in costante aumento e a testimoniarlo ci sono i circa 45 milioni di buoni pasto che ogni Santo giorno il governo federale USA elargisce ai sempre più bisognosi americani, portando la percentuale di “povertà relativa” (e chi ha bisogno di un pasto è relativamente povero) al 30% circa.

la bilancia commerciale USA, relativamente al 2014, è stata negativa per $495 miliardi circa, ovvero appena $20 mld in meno della crescita del PIL; mentre quella inglese è stata negativa per $174 mld ca, ovvero ben $100 mld in più rispetto alla crescita del PIL.

Se tanto mi da tanto, secondo la matematica, nel 2014 ogni cittadino americano avrà speso $1547 in più di quanto prodotto in Patria, mentre gli inglesi hanno letteralmente esagerato, spendendo la bellezza di $2900 procapite più di quanto abbiano prodotto.

Se andassimo a “leggere” i dati in un modo spurio ed inconsueto, ovvero di quanto realmente sia salita la ricchezza reale data dalla produzione interna di beni e servizi, salterebbe all’occhio un’evenienza: il PIL statunitense sarebbe cresciuto dello 0,08% mentre quello inglese sarebbe crollato del -4,2%.

Questi dati a me dicono una sola cosa: entrambi i Paesi hanno importato la loro crescita dall’esterno. È vero che nella bilancia commerciale vi è la somma del tutto e che è molto diverso se compri, ad es, attrezzatura da lavoro o abbigliamento, ma per quale cifra hanno inciso gli investimenti strutturali in USA e UK? Quanto hanno realmente speso inglesi e americani per beni strumentali e di largo consumo fittizi? Supponendo anche che siano bilanciati al 50% avremmo dati di PIL reale ben diversi da quelli diffusi. Su entrambi i lati dell’atlantico sembra che le classiche vendite del 26 dicembre siano state esplosive e notoriamente il giorno di Santo Stefano non si vendono attrezzi da lavoro ma telefonini, abiti lussuosi e cotillon.

Il dubbio sorge spontaneo: tutto ciò avrà mica a che fare con l’esplosione del debito privato? E con quali possibili sviluppi? Vedremo un altro caso sub-prime?

Il dubbio non è “se” ma “quando”.

Adesso passiamo all’ambito €uro-peo. Scavando più a fondo per trovare le ragioni della crisi attuale, è ben visibile che, prima dello scatenarsi della crisi dei sub-prime, in tutti quei Paesi che oggi maggiormente soffrono ci fu l’incancrenirsi delle bilance commerciali che portarono ad essi quella crescita EFFIMERA dei PIL di quegli anni, SPONSORIZZATA al 101% dall’ESPLOSIONE del DEBITO PRIVATO, il tutto ad UNICO ed ESCLUSIVO vantaggio della Germania che accumulò proprio in quell’epoca dei surplus commerciali terrificanti, soprattutto a danno degli altri di €Z.

Il governo Merkel, attuando una forte campagna di REPRESSIONE SALARIALE dettagliatamente studiata e pianificata dagli anni ’90, ha fatto in modo che i redditi reali tedeschi restassero asincroni rispetto al surplus commerciale, arrivando addirittura a perdere in un decennio un buon 7% di potere d’acquisto REALE (in pratica i salari sono cresciuti la metà dell’inflazione).
Oramai è risaputo che se i salari tedeschi fossero cresciuti parallelamente al surplus commerciale la crisi di U€ sarebbe stata meno intensa ma, al contrario della vulgata comune diffusa dai tanti sparanumeri, NON sarebbe stata decisiva a reggere in piedi una unione monetaria IMPOSSIBILE da tenere insieme.
Non si farà nulla di quanto davvero occorrerebbe: l’€uro si spaccherà e con esso avrà fine anche la U€ e il sogno a buon mercato dato in pasto ai 500 milioni di cittadini -divenuti nel frattempo sudditi- relativo agli “Stati Uniti d’€Uro-pa”.

Anche qui non un “se” ma un “quando”.

Ancora oggi Francia, Spagna, Portogallo (e anche altri) chiudono ogni anno con passivi di bilancia commerciale più o meno marcati. Ciò è possibile principalmente grazie allo sforamento del famoso 3% di deficit (accettato dalla U€ anche per rapporti di debito/PIL inferiore al nostro). Quando Francia e Spagna dovranno adeguarsi a quel parametro scoppieranno i casini, quelli veri.
Se leggessimo gli stessi dati in modo spurio e inconsueto di prima ci renderemmo conto che la Francia chiuderebbe il 2014 quantomeno con un -3% di PIL. Infatti lo scorso anno il loro deficit si fermò quasi al +6%, proprio quanto bastava per non far crollare il PIL transalpino a -3%.
Per il 2015 Hollande ha già fatto sapere che le previsioni sul deficit francesi saranno, come limite minimo, pari al +4,5%.
Scommettiamo che durante l’anno aumenterà?

Continuo a “vedere” il 2017 come anno della svolta.

Lo studio di CEBR parla largamente del futuro e nel 2028 e rende questa classifica relativa ai PIL nazionali dell’epoca e ai primi 10 posti “vede” nell’ordine: la Cina che sopravanza gli USA di qualche centinaio di miliardi, poi India, Giappone, Brasile, Germania, UK, Russia, Messico, Canada; l’Italia all’epoca sarà 15esima, la Francia 13esima e la Spagna 18esima. Non so quanto possano essere credibili tali previsioni ma gli sparanumeri che hanno redatto il documento (probabilmente consultando le stelle o le interiora di qualche animale che all’epoca risulterà estinto e quindi non credibile) su di una cosa SBAGLIANO grossolanamente: questa simulazione è stata fatta prendendo in considerazione la sopravvivenza della moneta comune. Essi credono che se l’€uro si dovesse rompere la situazione sarebbe nettamente migliore per la Germania e di converso decisamente peggiore per gli altri.

Da quanto vi dico di Non tenere in alcuna considerazione ciò che questa categoria afferma?
Noi siamo concreti e badiamo al reale e senza scomodare “frate indovino” vi dico che il 2015 sarà pessimo per la gente comune e ottimo per i milionari.

Roberto Nardella.

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