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«NON E’ BENE CHE L’UOMO SIA SOLO». Un nostro furto a Il Pedante

Abbiamo rubato. Si lo abbiamo fatto, e speriamo  che non ce ne voglia male l’autore, ma era un piccolo crimine necessario, perchè le parole dell’autore sono tali da meritare la massima diffusione.

Un attimo di riflessione necessaria, di cui ringraziamo Il Pedante ed il suo blog. 

Se il clima culturale di un momento, se la visione di una frazione maggioritaria o egemone fossero un terreno fertile, assisteremmo a un prodigio botanico: che tutti i semi che vi si gettano partorirebbero la stessa pianta. Se fossero uno spartito, gli eventi ne eseguirebbero il tema con ogni timbro, ma sempre fedeli alla parte. C’è una simmetria perfetta tra l’illusione che i fatti plasmino le civiltà e la realtà, che siano invece le civiltà a produrre i fatti e che li digeriscano e li raccontino, li invochino e persino li fabbrichino per vestire le proprie visioni. Che, in breve, gli avvenimenti siano «epocali» se esaudiscono le aspettative di un’epoca.

Ho scritto quiqui e più in generale anche qui che l’oggetto di questi mesi, una malattia che starebbe cambiando il mondo, è diventata essa stessa il cambiamento, la metafora a cui il mondo si affida per raccontarsi la direzione intrapresa, fingerne la necessità ed evitarsi così lo spavento di smascherarne i pericoli. Con le parole della medicina scrive il proprio mito rifondativo e lo fa in tempo reale, senza cioè darsi il tempo di distinguere l’allegoria dalla cosa.

Il «distanziamento sociale» è insieme uno dei precetti più radicali, apparentemente inediti e rivelatori di questa trasfigurazione sanitaria. L’espressione è in sé già curiosa nel suo proporsi come esempio raro di sineddoche inversa, dove cioè il tutto indica una parte. Se all’atto pratico vi si intende infatti prescrivere una piccola distanza fisica tra le persone per evitare la trasmissione di un un microbo, non è chiaro in che modo debbano perciò risultarne distanziati i rapporti di una società i cui membri già normalmente agiscono tra di loro da luoghi lontani e solo in casi particolari de visu. La licenza retorica sarebbe difficile da spiegare se non, appunto, assumendovi la volontà di portare gli obiettivi di questi provvedimenti dal dominio della fisiologia a quello dell’organizzazione dei rapporti sociali.

Per sgarbugliare l’equivoco va innanzitutto osservato che la prossimità fisica non è una parte o una modalità speciale del relazionarsi, ma ne è la matrice sempre sottesa. Le comunicazioni scritte, telefoniche o via internet alludono sempre all’interezza dei comunicanti e ne riproducono una parte o funzione affinché il destinatario se ne raffiguri la presenza intera completando con l’immaginazione le rappresentazioni mancanti. Così, ad esempio, indoviniamo la mimica dell’interlocutore al telefono, riproduciamo con la mente la cadenza di chi scrive, ci emozioniamo di fronte a persone viste su un monitor, immaginiamo i profumi e le risate del partner in una chat.

L’idea apparentemente moderna che la parte pensata possa invece non solo mantenersi intatta, ma più ancora nobilitarsi se emancipata dal suo sarcofago (σήμα) di carne (σῶμα), fa eco alla ferita platonica che da secoli tenta l’Occidente e si perpetua nella promessa gnostica di un’anima che può e deve scrollarsi di dosso le catene della materialità corrotta. Nella sua declinazione odierna sfocia nei riti della videoconferenza, della didattica a distanza, del lavoro smart e, quindi, nella norma generale del «distanziamento sociale» che si salda in perfetta continuità con l’antecedente precetto della «dematerializzazione». Insieme, muovono spavaldamente guerra al demiurgo Yaldabaoth del mondo sensibile e alla sua ultima effige in ordine di tempo, un virus della polmonite. La parabola tracciata – dal solido all’imponderabile, dal vero all’immaginato, dal visibile all’invisibile – tende alla sua unica meta possibile: la progressiva esautorazione dell’involucro umano e quindi dell’umano tout court, per inseguire il sogno di un’intelligenza pura e libera dalle passioni e dal decadimento delle membra. Nasce da qui, da queste visioni antiche, la fiaba moderna di una «intelligenza artificiale» che pretende di vivere senza e nonostante i suoi creatori.

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Il fastidio dei singoli corpi produce quello plurale delle masse e da lì, per breve analogia, il fastidio di classe. I poveri si ammassano nelle banlieue e nei tuguri, la classe media negli uffici, sulle spiagge e nei supermercati. Solo i ricchissimi, rari nantes in gurgite vasto, preservano sé stessi e gli altri disperdendosi nella salubre spaziosità delle loro magioni. L’idea ventilata da alcuni governatori, di tradurre con la forza pubblica i positivi al virus in strutture protette, si applicherebbe solo a chi non ha case sufficientemente ampie per metterli in isolamento: cioè agli indigenti. In termini decisamente più espliciti, sul Corriere della Sera del 28 luglio scorso un editorialista rabbrividiva al pensiero delle «turbe (sic) di giovani» che «dalle invivibili periferie, dagli sperduti quartieri dormitori, dalle strade male illuminate che finiscono nel nulla» si riversano nelle vie centrali della movida quasi mossi, nientepopodimeno, che dal «torbido proposito di seminare il contagio, d’infettare la società “per bene” insieme ai posti che essa abita. Di distruggere quanto non possono avere». Come nella fiaba di Fedro, il contagio risale la corrente dagli scantinati agli attici: mai in senso contrario, mai tra gli stessi ottimati. Nelle poche immagini che trapelano dai loro consessi abbiamo visto una Maria Elena Boschi abbracciata agli amici al largo di Ischia senza protezioni, o ancora un ricevimento nella tenuta di un giornalista televisivo i cui illustri ospiti – incluso quello stesso presidente di regione che malediceva gli untori dello spritz – si accalcavano liberi dalla mascherina. Unica, macroscopica eccezione: i camerieri, sui cui volti spiccava come un marchio castale.

Il nesso popolo-massa-malattia si attiva quasi spontaneamente nel richiamare a sé gli stereotipi di pestilenze antiche, baraccopoli da terzo mondo e promiscuità semi-bestiali. Scrivendo del «disprezzo del popolo» (Le mépris du peuple, Éditions Les Liens qui libèrent, 2015) che allignerebbe in modo sempre più scoperto tra i vertici politici contemporanei, il giornalista francese Jack Dion commentava già nel 2015 che «questa democrazia malata ha messo il popolo in quarantena», senza immaginare che di lì a poco lo avrebbe fatto anche letteralmente. Per il politologo canadese Francis Dupuis-Déri, la «paura del popolo» delle élite occidentali (La peur du peuple: Agoraphobie et agoraphilie politiques, Lux, 2016) sarebbe una forma di «agorafobia», cioè precisamente «la paura e il disprezzo del popolo riunito (assemblé)» nell’agorà per coltivare gli interessi comuni. Questa ultima intuizione rivela meglio di ogni altra la progettualità politica che si fa schermo dell’allegoria sanitaria e demateriale.

Sotto qualsiasi regime, la politica è un’attività collettiva perché è collettivo il suo oggetto. Accanto ai collegi istituzionali c’è la libertà dei cittadini semplici di riunirsi e di associarsi (Cost., artt. 17 e 18), una libertà la cui compressione è sempre il segnale di uno sbilanciamento in senso autoritario e di una conflittualità non altrimenti gestibile tra la base e i vertici. Storicamente, l’unione e l’emancipazione dei cittadini meno rappresentati è maturata proprio nei luoghi che si vuole oggi sterilizzare dagli «assembramenti»: le fabbriche, gli uffici, le piazze, i circoli, le università. E la concentrazione dei propri corpi, da (secessio plebis) o verso lo spazio dell’ordine avversario, era l’ultimo strumento di lotta politica per chi non disponeva di eserciti e patrimoni. In un’ottica di controllo sociale è perciò facile applicare all’espediente della dispersione fisica di una cittadinanza scontenta e irrequieta la massima antica del diviser pour régner, tanto più efficace se la si inculca nei destinatari educandoli allo schifo reciproco delle proprie membra pestilenziali. Uno schifo di sé dove a ciascuno è data l’ebbrezza di ergersi aristocratico – se non per censo, almeno per intelligenza e civismo – sulla sottostante marmaglia degli «irresponsabili».

È quasi certo che già oggi una così estrema destrutturazione dell’agglomerato civile non sarebbe tollerabile senza l’anestetico di una relazionalità surrogata e immateriale, come è quella riprodotta dalle moderne tecnologie di comunicazione a distanza. Ciò spiegherebbe, tra l’altro, l’ossessività con cui le si promuove anche là dove non portano evidentemente alcun vantaggio. Perché questa sostituzione, mentre offre con una mano una valvola di sfogo simbolica e mutilata, con l’altra rinforza il dispositivo del controllo fino a renderlo totale. Una piazza in tumulto, un capannello o una riunione a porte chiuse non si spengono con un click. Lo si può invece fare con un sito, un blog, un social network, un account o persino con l’intera rete internet, anzi lo si fa già, esiste già la «grande muraglia di fuoco» cinese che si vorrebbe replicare anche in Europa. In alternativa o in aggiunta si possono censurare, riposizionare o ingigantire i contenuti che viaggiano sulla rete, così da allestire nel virtuale la sceneggiatura di uno spazio pubblico verisimile ma deformabile al bisogno, per orientarne gli attori. In tutti i casi, la reductio ad digitum di ogni singola interazione o condizione – attività, conversazioni, spostamenti, acquisti, redditi, gusti, affetti, voto, salute ecc. – ne archivia ordinatamente i contenuti in un solo vaso per squadernarli alla consultazione di chi controlla le infrastrutture, chiude ogni spiraglio di segretezza e trasforma gli individui in flussi di dati da assoggettare al governo degli algoritmi, cioè di chi li programma. I big datadiventano imago hominum e degli uomini promettono di sciogliere il mistero e l’arbitrio riducendoli alla disciplina panoptica di un database e alla trasparenza degli automi. Per (ri)scoprire l’ovvio: che senza libertà non c’è peccato, senza vita non c’è morte.

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Per quanto gravi, gli effetti di repressione e disgregazione del distanziamento sulla vita sociale – o, se si preferisce, il suo essere funzionale all’accelerazione di questi processi – non è però che il segnale di ricadute più profonde sulla vita interiore e biologica degli individui. Mancano i precedenti storici di società segregate e connesse artificialmente come quella che si vuole sperimentare oggi, ma non gli indizi della loro atrocità. Confermando un caso già descritto nel XIII sec. da Salimbene de Adam, lo psicologo austriaco René Spitz seguì negli anni Cinquanta del secolo scorso un gruppo di neonati di un orfanotrofio che, per quanto adeguatamente nutriti e curati, sviluppavano perdita di peso, letargia e ritardo mentale se privati del contatto fisico affettuoso dei loro tutori. La «fame di contatto» patita dai piccoli orfani era così forte che oltre un terzo di loro finì per morirne entro i due anni (The First Year of Life, 1965). Mentre scrivo, un lettore e direttore sanitario di RSA mi riferisce che durante e dopo il lockdown diversi degenti della sua e di altre strutture avrebbero incominciato a rifiutare il cibo e in alcuni casi a desiderare la morte per la pena di non poter più ricevere le visite dei loro congiunti. Situazioni simili, mi riferiscono i lettori, colpirebbero sempre più frequentemente persone fragili e anziane ricoverate in isolamento negli ospedali.

Questi indizi dovrebbero far squillare un forte allarme quando si legge, ad esempio, che secondo un’ospitatissima veterinaria «nonni e nipoti non potranno stare insieme come prima». O che bisognerebbe abbracciarsi (ma «la cosa più sicura è certamente evitare» di farlo) distogliendo lo sguardo, ad altezza ginocchio o di spalle, trattenendo il respiro (sic) e «niente pianto», come raccomanda uno speciale del Corriere dello scorso luglio. O meglio, chiosa la vicepresidente dell’Associazione nazionale psicologi e psicoterapeuti Giulia Maffioli in un’intervista al Messaggero, «riuscire a sostituire quel segno con altro. Con l’ascolto, con lo sguardo, con la presenza pur a distanza e la parola». O che qualcuno ha portato all’estremo questi consigli vietando a una madre di riabbracciare il proprio figlio dopo mesi di lontananza, e che soprattutto l’autorità pubblica si è prestata all’impresa provvedendo a multare la donna, in applicazione di una legge ormai all’antitesi di quella naturale.

Non si dovrebbero sottovalutare questi indizi – casomai non bastasse la propria, elementare umanità – quando il presidente della Provincia di Trento Maurizio Fugatti chiede nuovi poteri per allontanare con l’obbligo i soggetti «positivi» dai loro conviventi e rinchiuderli a tempo indeterminato negli «alberghi sanitari». O quando la giunta della Sardegna istituisce due strutture per il ricovero di asintomatici e «guariti» senza spiegare come intenda convincere delle persone perfettamente sane ad abbandonare le proprie famiglie e la propria quotidianità per isolarvisi, e per quanto tempo. O quando si apprende che in Toscana quell’obbligo di internamento è già in vigore con un’ordinanza in cui si saltano a pie’ pari le garanzie del già drastico trattamento sanitario obbligatorio della legge Basaglia. Dopo otto secoli di habeas corpus e nell’indifferenza di uno Stato che osa ancora dirsi di diritto, si avvera l’inaudito giuridico della reclusione senza crimine e senza processo, dell’arresto senza convalida e senza difesa e, insieme, si affonda ancora una volta il cuneo del distanziamento nel vivo degli affetti famigliari, nella radice naturale e prestatuale dell’essere in comunità.

I danni cagionati dalla privazione della presenza e del contatto fisico delle persone a sé care sono sì riconosciuti dai fautori del distanziamento, che però, nell’accettarli in nome della prudenza e dell’igiene, incorrono in un pericoloso eufemismo. Se è dimostrato che la sospensione coatta di quelle interazioni per tempi prolungati o comunque indeterminati può arrivare a uccidere i soggetti più fragili, è logico aspettarsi che in chiunque altro produrrà almeno destabilizzazione, traumi e patologie. In un limpido e accorato appello diffuso online da centinaia di psicologi e psichiatri italiani sugli effetti del lockdown si avverte che «l’isolamento è da sempre associato a conseguenze sul piano psichico e somatico che comportano una caduta sulle possibilità di resilienza (fino a disturbi di tipo funzionale) e di corretto funzionamento del sistema immunitario». Perché (grassetto mio)

la natura umana è intrinsecamente relazionale e il nostro cervello si sviluppa solo grazie a relazioni di una certa natura. Le relazioni familiari quanto quelle sociali, per potersi strutturare ed evolvere, hanno bisogno di potersi appoggiare continuativamente ad una presenza fisica e di poter essere vissute con fiducia, e non con sospetto o paura… Instillare nelle persone, e ancora di più nei bambini, il timore di un “nemico invisibile” di cui il prossimo può essere portatore, equivale ad impoverire od annichilire ogni possibilità di crescita, scambio, arricchimento; equivale in sostanza a cancellare ogni possibilità di vita intensa e felice.

I dispositivi elettronici come alternativa obbligata alla relazionalità in presenza non aiutano, anzi. Se da un lato «ogni surrogato tecnologico in tal senso sarà sempre deficitario», dall’altro «è pericoloso cavalcare il periodo contingente per un potenziamento indiscriminato» della tecnologia, che «non può essere associata all’evoluzione dell’individuo e della società; in diversi casi può compromettere infatti le normali capacità cognitive e la regolazione emotiva».

Il distanziamento fisico, diventato anche nel lessico distanziamento sociale, approda al livello infero del distanziamento da sé, dalla propria singolarità in quanto soggetto plasmato dalle relazioni e membro di una specie che si evolve grazie alle relazioni. L’esperimento di normalizzare la scissione dei vincoli materiali dell’isotopo sociale – già così instabile per tanti altri motivi – sortisce gli effetti distruttivi e mortiferi di una detonazione anche letteralmente nucleare, perché scaturisce dal nucleo profondo dell’essere umani in quanto tra gli uomini. Comunque la si pensi sull’infezione che sta spaventando il mondo, lo sbilancio tra il rischio sanitario che può interessare una parte della popolazione e la certezza di infliggere a tutti un danno esistenziale gravissimo o irreparabile, è talmente macroscopico da non meritare una discussione. Senza entrare nel merito dei numeri e dei criteri «assurdi, ma oggi si ragiona così» con cui li si determina, basterebbero le basi dell’insiemistica per affermare che non si può salvare qualcuno condannando tutti.

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Se in questo programma non c’è dolo, c’è almeno una cecità ben vedente che seleziona con cura i suoi obiettivi. Non deve ad esempio sfuggire che l’intimità fisica non serve solo a condurre «una vita intensa e felice» o una vita tout court, ma ancora prima è la condizione per produrre quella vita in origine, è l’atto che la replica e la perpetua, il confondere le proprie membra per farsi «una sola carne» (Gen 2,24; Mc 10,8) e adempiere al comandamento della creazione: «siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra» (Gen 1,28).

Al pari degli affetti famigliari, di cui è il presupposto generativo, anche la sessualità finisce sotto la lente dello scrutinio igienista. I virologi entrano nelle alcove per ricordare agli amanti che sui loro piaceri privati incombe il dolore di tutti e che al sollazzo deve condirsi un po’ di sana paura. A uscire scassato dalle linee guida sul sesso in tempi di Covid, quelle che dalle note del New York City Health Department hanno poi trovato volenterosi megafoni in tutto il mondo, è proprio l’erotismo relazionale e procreativo. Su tutte le opzioni sarebbe infatti da preferirsi la masturbazione: «sei tu – scrivono gli esperti americani – il tuo partner sessuale più sicuro». I più irriducibili possono praticarla in compagnia, purché si attrezzino come in sala operatoria: lavandosi le mani prima e dopo l’atto, restando distanti, coprendosi il volto ed evitando di baciarsi. In alternativa soccorre l’onnipresente rimedio tecnologico, grazie al quale ciascuno può comodamente toccarsi a casa propria, con le mutande calate sotto il tavolo e godendosi l’ectoplasma del partner da dietro uno schermo. Il vizio solitario diventa una virtù pubblica da diffondere sfoggiando l’esempio di coraggiosi pionieri. Come la giornalista Veronica Mazza, che dalle pagine del Cosmopolitanfa sapere di essersi masturbata quotidianamente per un mese, a volte anche controvoglia ma uscendone infine «felice e più stabile mentalmente». E rassicura i lettori: il suo clitoride «è come prima, anzi ora che abbiamo fatto così tanta amicizia, credo che il nostro rapporto sarà sempre più intenso e migliore».

I rapporti di coppia sono ammessi in seconda scelta, ma solo tra persone che già convivono. Se applicata in modo esteso o peggio obbligatorio, la raccomandazione metterebbe sì un freno ai problemi – non solo e non principalmente sanitari – della crapula indiscriminata, ma d’altro canto renderebbe impossibili le sperimentazioni tra gli amanti che si incontreranno per formare una coppia, o tra gli stessi coniugi che convoleranno per la prima volta sotto un tetto comune. Senza nuove coppie non ci sarebbero nuovi concepimenti e gravidanze, né quindi nuove persone. Nel volgere di pochi decenni si arriverebbe all’estinzione per obsolescenza di famiglie e popoli, se non proprio della specie.

In questo passaggio cruciale, dalla sterilizzazione dei patogeni alla sterilità degli ospiti, si assapora più che altrove la rappresentazione sottesa ai paradossi della crociata sanitaria. Qui si vede il rispecchiamento di una civiltà che parla del microbo per parlare di sé, che nella malattia proietta la propria creduta patologia di esistere e di abitare il mondo come una colonia sporca, aggressiva, brulicante e letale. Il virus e i suoi portatori si confondono e si identificano in un processo di traslazione dove il primo perde la sua singolarità biologica ma si rinforza in astratto, come allegoria dei secondi. Non è il virus che si diffonde in modi imprevedibili e angoscianti, ma è l’angosciante imprevedibilità degli uomini che si diffondono, si riproducono e si incontrano senza disciplina. Non è il virus che uccide i corpi per saziare una fame irrazionale di vita, ma è la brama irrazionale degli uomini di vivere, lavorare e godere in modo libero e degno.

Nella maschera-virus sembra insomma rappresentarsi l’uomo caduto che ha «avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto» (Gen 3,10) e nel vergognarsi della propria carne nuda, della propria nuda essenza, la respinge come insopportabile e oscena. Non è perciò il virus da contenere, ma gli uomini: localizzati, imbavagliati, braccati, disinfettati e reclusi, accerchiati da un crescendo di condizioni e divieti che dal quotidiano si sono spinti nel tabernacolo del senso, dell’accudimento reciproco e della generazione delle loro vite. Fino cioè all’eradicazione, al compimento estremo della metafora virale. Tolto ogni travestimento, è forse questo rigetto di esistere e questa inversione microbiomorfa del nostro essere fatti a somiglianza del Cielo (Gen 1,26), o anche più laicamente degni di abitare la terra senza attentare alle leggi della nostra natura, la patologia di cui ci dovremmo occupare.


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