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Nicola Ferrigni: note sullo Studio sui Suicidi per Crisi economica

Circa 3 settimane fa, il nostro blog ha pubblicato in anteprima un’interessante STUDIO SUI SUICIDI PER CRISI ECONOMICA di  Nicola Ferrigni e della Università degli Studi Link Campus University.

La ricerca, che ha comportato un grosso lavoro, ha ottenuto una certa diffusione mediatica, perche’ l’argomento e’ di interesse. Tra l’altro lo studio, dice qualcosa di perfettamente LOGICO: se si intensifica una crisi economica, si intensificano i suicidi per cause economiche, cosa semplicemente ovvia. Per cui se aumenta la disoccupazione, crescono i fallimenti, crescono i pignoramenti, crescono le sofferenze bancarie e le chiusure aziendali, cresce anche il bacino di persone la cui vita viene distrutta, e tra costoro una quota si suicida.

Vi sono svariate ricerche internazionali che confermano cio’, ad esempio ne trovate alcune QUI e QUI e QUI . Ad esempio QUI trovate uno studio della Regione Veneto (Commissione regionale Pari opportunità) condotto dalla prof.ssa Marina Bacciconi (Dipartimento di Sanità Pubblica e Medicina di Comunità, Università di Verona) e dal prof. Pierpaolo Martucci (Dipartimento di Scienze Giuridiche, del Linguaggio, dell’Interpretazione e della Traduzione, Università di Trieste), dove a pagina 22 c’è il capitolo “metodologia” dove viene riportato il seguente testo “I dati relativi a questa categoria di delitti sono stati ricavati mediante la lettura sistematica e analitica degli articoli di cronaca nera nelle edizioni web della stampa regionale e locale veneta e delle agenzie giornalistiche“, che poi, per dire, e’ la stessa metodologia è adottata dall’Istituto di ricerca EURES sul suo annuale rapporto sul femminicidio.

Diamo di seguito spazio a queste breve nota di Nicola Ferrigni, che vuole essere piu’ che altro un ringraziamento ai lettori del nostro blog.

La Redazione di Scenarieconomici.it

 

 

 

Nota per i Lettori per lo Studio sui SUICIDI PER CRISI ECONOMICA (di Nicola Ferrigni)

Ringrazio tutti i lettori del blog Scenari Economici che hanno letto lo studio sui suicidi legati alla crisi economica e che hanno inviato numerose mail di complimenti a me e al mio gruppo di ricerca.

Mi occupo di ricerca sociale da più di un decennio, prima per conto di uno tra i più importanti Istituti di ricerca socio-economica del Paese, ora per una prestigiosa Università non statale legalmente riconosciuta dall’Ordinamento Universitario Italiano, la Link Campus University di Roma, e gli apprezzamenti rafforzano la passione che alimenta i miei studi e le mie analisi sulla società.

Sono sempre stato un tenace sostenitore della ricerca della verità e per questo libera e indipendente da qualsivoglia interferenza “esterna”, ciò nel rispetto del secolare dibattito sulla neutralità della scienza. Al riguardo Max Weber ci ha lasciato un grande insegnamento, il concetto intorno al quale si incentra la ricerca sociologica: la libertà dei valori, che esprime con il termine di avalutatività. Weber, in altre parole, raccomandò che la sociologia, al pari delle altre scienze, deve rimanere sgombra da valori personali.

Ciò mi è stato costantemente trasferito in tutto il percorso formativo universitario prima, in quello lavorativo poi, e in modo particolare da uno dei miei maestri, il prof. Franco Ferrarotti. Da allora la sociologia libera da valori ha rappresentato il punto fermo che ha contraddistinto le mie analisi e i miei studi.

Tuttavia, la libertà e l’indipendenza pagano lo scotto elevato di mettere in luce alcune verità scomode che molti vorrebbero sottaciute per interessi personali o, peggio, per motivazioni ancora più subdole e strumentali alla politica.

Il mio report sui suicidi legati alla crisi economica denuncia una tragedia in corso nel nostro Paese e con molta probabilità – a mia insaputa – ha toccato alcune corde sensibili di una parte della società interessata a tenere nascoste alcune verità.

Quello sui suicidi è uno studio avviato 3 anni fa e che, quotidianamente, vede me e i miei ricercatori impegnati con l’analisi della rassegna stampa dei principali quotidiani nazionali e locali, tg, programmi di approfondimento, spacci di agenzie, verifiche telefoniche alle autorità locali e così via. Tra le fonti utilizzate anche alcuni recenti libri che raccontano storie di vita reali di persone che si son tolte la vita per motivazioni legate alla crisi economica.

Un lavoro certosino che va oltre la semplice rielaborazione statistica e matematica di un dato fornito da fonti statistiche “ufficiali” (e non per questo aprioristicamente detentrici della verità) e che ha dato vita ad una banca dati solida e sempre aggiornata.

Ricordo che tale metodologia di ricerca è la più adottata in tutte le ricerche sociali in assenza – come avviene in questo caso – di rilevazioni statistiche a cura dell’Istat o degli uffici giudiziari a livello nazionale e periferico.

Si pensi a tutti i lavori di ricerca realizzati da Istituti pubblici e privati e relativi ad esempio agli omicidi domestici[1], agli omicidi familiari, e così via. Anche in questi casi i dati non esistono a livello centrale (Istat) e si dovrà far riferimento necessariamente alla cronaca e/o, quando possibile, alle autorità giudiziarie.

Questa metodologia della ricerca richiede pertanto che i dati vengano ricavati mediante la lettura sistematica e analitica degli articoli di cronaca, individuati mediante una “griglia” di parole chiave.

Per esperienza personale mi sento di sostenere che questa tecnica di ricerca comporta il grande vantaggio di costruire, nel tempo, una banca dati non soltanto strutturata ma sempre più ricca di informazioni dettagliate come conseguenza del lavoro quotidiano del ricercatore. Ogni giorno infatti, la lettura analitica delle centinaia di storie e di articoli affina la conoscenza del fenomeno e stimola l’individuazione di elementi sempre nuovi che andranno ad arricchire la banca dati.

Un lavoro per alcuni aspetti molto più approfondito rispetto alla rielaborazione statistica di un dato fornito da altre fonti e accettato aprioristicamente come portatore di verità e imparzialità.

Tra l’altro non condivido, anzi rinnego, le critiche dietrologiche che alcuni “contestatori di professione” muovono nei confronti dei mass media e dei giornalisti, definiti portatori di false verità su fatti di cronaca nera, per fini sensazionalistici o per accontentare i gusti di lettori o ascoltatori.

Ancora più scandaloso quando apprendo che i contestatori del mio studio diffidano degli articoli di cronaca come fonte perché ipotizzano addirittura pressioni sulla stampa da parte delle autorità!

Io personalmente ho rispetto assoluto per tutte le migliaia di giornalisti che svolgono il loro lavoro con la massima professionalità e con il solo scopo e unico obiettivo di fare informazione pubblica certificata e attendibile. Trovo solo assurdo che si possa pensare alla manipolazione sensazionalistica nei confronti di un suicidio di un imprenditore o di un disoccupato!

E comunque ricordo ancora una volta che il risultato della ricerca è frutto di una attenta analisi ricavata dalla raccolta di articoli di cronaca lanciati sulle agenzie, raccontati nei tg, pubblicati su tutti i principali quotidiani nazionali a prescindere dall’orientamento politico e dalla linea editoriale. Questo significa che eventuali accuse su ipotetiche scelte editoriali volte a enfatizzare o offuscare un fenomeno cadano a monte.

Laddove è stato possibile i dati diffusi dalla stampa sono stati incrociati con quelli delle autorità giudiziarie.

Nel caso specifico inoltre, i dati relativi ai suicidi, si badi bene, sarebbero stati probabilmente più elevati rispetto a quelli comunicati se ogni SINGOLO caso non fosse stato trattato con il massimo rispetto e la scrupolosa verifica della dinamica del triste epilogo. Infatti, io e il gruppo dei miei collaboratori, non ci siamo fatti mai influenzare da frettolose interpretazioni mediatiche che associavano un suicidio ad una probabile difficoltà economica. Con la precisazione che ogni caso è stato scrupolosamente verificato da più fonti documentali. Inoltre non abbiamo considerato l’elevato numero di suicidi la cui motivazione è coperta dalla comprensibile riservatezza dei familiari. Il dato insomma sarebbe stato molto, ma molto più alto.

Un lavoro condotto nella totale indipendenza e ispirato soltanto dalla responsabilità etica e professionale che ispira il sociologo e il ricercatore sociale.

Osservare, interrogare e leggere rappresentano le tre azioni che sono alla base delle tecniche di ricerca qualitativa nelle scienze sociali. Nel caso dello studio sui suicidi per crisi economica la lettura della documentazione rappresenta la base di partenza dell’impianto metodologico. E come tutti i più importanti manuali di metodologia della ricerca sociale ci insegnano, in mancanza di statistiche ufficiali, è opportuno, ai fini dello studio di un fenomeno, ricorrere alle tecniche della ricerca qualitativa. Fra queste trova posto l’analisi dei documenti. Con questo termine i manuali intendono quel “materiale informativo su un determinato fenomeno sociale che esiste indipendentemente dall’azione del ricercatore. I documenti così intesi possono essere del tipo più diverso: lettere, articoli di giornale, diari, autobiografie, organigrammi di società, atti parlamentari, bilanci, ecc.“. Il fatto che questi documenti vengano prodotti indipendentemente dall’azione del ricercatore comporta il vantaggio, rispetto alle tecniche di ricerca quantitativa, che si tratta di informazioni non reattive, nel senso che non risentono dell’interazione tra studiante-studiato e dei suoi possibili effetti distorcenti. E questo è un aspetto decisamente positivo ai fini della fotografia oggettiva di un fenomeno. Si pensi ancora all’analisi del contenuto, una vera e propria branca della ricerca sociale, che utilizza procedure di scomposizione dei testi o degli articoli di giornale, al fine di codificarli in una matrice dei dati da sottoporre poi all’analisi statistica.

Come Schwartz e Jacobs ci hanno insegnato, l’autentico scopo delle scienze sociali è comprendere il comportamento. E quindi se lo scopo è la comprensione del comportamento, allora anche lo studio di singoli casi può gettare luce sulla realtà che intendiamo studiare.

Spero, attraverso questo studio sui suicidi, di aver contribuito a far comprendere ciò che sta accadendo nel nostro Paese. Vorrei, da sociologo e ricercatore sociale, aver dato il mio contributo oggettivo alla società e alle Istituzioni, a prescindere da tutte le dietrologie che ne possano scaturire. E per questo motivo continuerò quotidianamente con il mio gruppo di collaboratori a studiare il fenomeno con la segreta speranza di poter comunicare, nel prossimo futuro, l’azzeramento dei suicidi. Utopia? Non lo so. Ad oggi, so soltanto che il numero dei suicidi per crisi economica avvenuti nei primi 3 mesi dell’anno 2015 desta ancora tanta preoccupazione.

 

 

Nicola Ferrigni

@nicolaferrigni

www.nicolaferrigni.it

[1] Leggevo ad esempio di un ottimo report di ricerca sugli omicidi domestici curato dalla prof.ssa Marina Bacciconi, professore aggregato Università degli Studi di Verona e dal Prof. Pierpaolo Martucci dell’Università degli Studi di Trieste. Anche nel loro studio, a causa della mancanza di dati centrali, la metodologia adottata è quella della lettura sistematica degli articoli di cronaca nera.

 

 

Qui riproponiamo integralmente lo studio.

 

Esclusivo Studio – Boom dei SUICIDI PER CRISI ECONOMICA (di Nicola Ferrigni)

 

Di seguito troverete uno studio completo sui suicidi per Crisi economica, preceduto dalla bozza di comunicato stampa che verra’ lanciata martedì 7 aprile. Lo studio è il più completo in assoluto perchè è relativo al triennio completo 2012-2014.  Vi invitiamo a visitare il sito www.nicolaferrigni.it dove e’ stata pubblicata la notizia (e non lo studio completo) completa di infografiche. Un ringraziamento a Nicola Ferrigni ed all’Università degli Studi Link Campus University.

La Redazione di Scenarieconomici.it

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COMUNICATO STAMPA

SUICIDI PER CRISI ECONOMICA: PUBBLICATI I DATI COMPLETI RELATIVI AL TRIENNIO 2012-2014 

IN TOTALE 439: NEL 2014 SONO STATI 201, NEL 2013 ERANO 149, NEL 2012 SE NE CONTAVANO 89 

IL PICCO MASSIMO NEL 2° TRIMESTRE DEL 2014, POI IN DIMINUZIONE.  

IL FENOMENO NON CONOSCE PIU’ DIFFERENZE GEOGRAFICHE O DI TIPOLOGIA LAVORATIVA: 45% GLI IMPRENDITORI SUICIDI, 42% I DISOCCUPATI 

 

Crisi economica: negli ultimi 3 anni più che raddoppiati i suicidi. Nell’anno 2014 sono state complessivamente 201 le persone che si sono tolte la vita per motivazioni economiche, rispetto ai 149 casi registrati nel 2013 e agli 89 del 2012. Sale quindi a 439 il numero complessivo dei suicidi per motivi legati alla crisi economica registrati in Italia nel triennio 2012-2014.

Sono questi gli ultimi dati resi noti da Link Lab, il Laboratorio di Ricerca Socio-Economica dell’Università degli Studi Link Campus University, che da oltre tre anni studia il fenomeno e che adesso pubblica i dati complessivi di un’attività di monitoraggio avviata nel 2012.

«La crisi economica continua a contare le sue vittime – dichiara Nicola Ferrigni, docente di Sociologia della Link Campus University e direttore di Link Lab – che negli ultimi tre anni sono cresciute in maniera esponenziale. Dopo l’impennata registrata nel 2013, infatti, i suicidi legati a difficoltà economiche hanno conosciuto un ulteriore e significativo aumento nel corso del 2014 risultando più che raddoppiati rispetto al 2012. Un’escalation che ben rappresenta un drammatico scenario in cui debiti, fallimenti, licenziamenti, stipendi non percepiti, disoccupazione diventano il movente di stragi che si consumano quotidianamente. L’analisi complessiva dei 3 anni, evidenzia un fenomeno che sta interessando in maniera trasversale strati sempre più ampi della popolazione senza alcuna particolare caratterizzazione geografica, investendo con la stessa forza Nord, Sud ed Isole, e che sta trascinando prepotentemente verso la disperazione non più solo imprenditori e titolari di azienda ma un numero sempre più considerevole di disoccupati: 45% gli imprenditori suicidi, 42% i disoccupati». 

Segnale positivo negli ultimi mesi del 2014. « Un segnale positivo tuttavia – prosegue Nicola Ferrigni – arriva dagli ultimi mesi del 2014 che registrano una significativa diminuzione del numero di suicidi: a partire dal mese di agosto con i 12 casi registrati per arrivare ai 10 e 11 casi rispettivamente nei mesi di novembre e dicembre», il numero più basso di vittime dall’inizio dell’anno contro i 26 tragici episodi di aprile che si conferma, come nel 2013, il mese con il maggior numero di suicidi. «Si tratta con molta probabilità – continua il direttore di Link Lab – dell’ennesima iniezione di fiducia degli italiani, in linea con quella registrata dall’Istat a fine marzo che vede imprese e consumatori più ottimisti sulla ripresa dell’economia e del Paese e che riaccende dunque le speranze». 

Si abbassa l’età delle vittime. Dal 2012 si assiste ad un abbassamento dell’età delle vittime: la classe d’età che va dai 35 ai 44 anni, infatti, ha conosciuto un notevole incremento passando dal 13,5% del 2012 al 21,4% del 2014. Appare altrettanto preoccupante il numero dei suicidi legati a problematiche e difficoltà economiche tra i più giovani: tra il 2012 e il 2014, il 5,5% delle vittime ha infatti un’età compresa tra i 25 e i 34 anni (4% nel 2014) mentre l’1,4% ha meno di 25 anni (2,5% nel 2014 a fronte di una percentuale pari a 0 registrata nel 2012). 

Il fenomeno non conosce più differenze geografiche: al Sud come al Nord. L’analisi complessiva dei dati relativi al triennio 2012-2014, pur confermando il triste primato del Nord-Est – che registra complessivamente il 25,3% del totale dei suicidi – rileva una progressiva uniformità della distribuzione del fenomeno nelle diverse aree geografiche. Le regioni dell’Italia centrale infatti dal 2012 al 2014 contano il 22,3% dei suicidi, il Sud il 20,3%, il Nord-Ovest il 20% e le Isole l’11,8%.

Nel dettaglio, dal 2012 scende la percentuale dei suicidi nel Nord-Est che passa dal 30,3% al 25,9% del 2014, mentre sale la quota di suicidi per crisi economica al Sud passando dal 14,6% del 2012 al 23,4% del 2014. Appare altrettanto significativo l’aumento del numero di suicidi nel Nord-Ovest, con una percentuale che passa dal 13,5% del 2012 al 20,4% del 2014. In leggera diminuzione la percentuale di suicidi nel Centro Italia che, se nel 2012 rappresentavano il 25,8% del totale, scendono al 20,9% nel 2014, così come la percentuale dei suicidi nelle Isole che passa dal 15,7% al 9,4%.

Le regioni più colpite dal fenomeno appaiono in ogni caso quelle del Veneto e della Campania che dal 2012 al 2014 fanno registrare rispettivamente il 17,7% e l’11,6% del totale dei suicidi per crisi economica. 

Aumento vertiginoso tra i disoccupati. Dal 2012 al 2014 sono stati rispettivamente 198 gli imprenditori (il 45,1% del totale) e 183 i disoccupati (41,7% sul totale) vittime di suicidio per crisi economica. Quello che emerge con drammatica evidenza è però proprio l’aumento del numero di coloro che hanno deciso di togliersi la vita in seguito alla perdita del posto di lavoro: i disoccupati suicidi infatti passano dal 31,5% del 2012 al 38,9% del 2013 e al 48,3% del 2014. Tra i disoccupati, a destare preoccupazione è soprattutto il dato relativo ai più giovani, al di sotto dei 34 anni. A fronte infatti del 6,9% del totale dei suicidi registrati dall’inizio del 2012 a fine 2014, tra tutte le categorie occupazionali, si rileva una percentuale più elevata, pari al 12,4% fatta registrare dalla sola categoria dei disoccupati con età inferiore ai 34 anni. 

Nel 2014 più che raddoppiato rispetto al 2012 anche il numero dei tentati suicidi. Preoccupante e significativo – conclude Nicola Ferrigni – anche il numero dei tentati suicidi: sono infatti 115 le persone che nel 2014 hanno provato a togliersi la vita per motivazioni riconducibili alla crisi economica, a fronte dei complessivi 86 del 2013 e dei 48 del 2012.

Salgono così complessivamente a 249 i tentati suicidi registrati in Italia per motivazioni economiche dal 2012 al 2014. 

            Roma, 7 aprile 2015 

 

Ricerca a cura di:

Link Lab, Laboratorio di Ricerca Socio Economica dell’Università degli Studi “Link Campus University”.

Direzione: Nicola Ferrigni

Tel. 06/40.400.201 (283 diretto)

Cell. 347/63.99.376

n.ferrigni@unilink.it

 

 

STUDIO SUI SUICIDI PER CRISI ECONOMICA

Dati: 2012, 2013, 2014 

A cura di LINK LAB

(Laboratorio di Ricerca Socio Economica della Link Campus University)

 

 

Continua a salire vertiginosamente il numero dei suicidi per ragioni economiche: nel 2014 sono 201 infatti le persone che si sono tolte la vita per motivazioni economiche, rispetto ai 149 casi registrati nel 2013 e agli 89 del 2012.

Salgono così complessivamente a 439 i suicidi registrati in Italia per motivazioni economiche nel triennio 2012-2014.

Diversamente dal 2013 durante il quale il numero più elevato di suicidi si rilevava negli ultimi 3 mesi dell’anno (46 casi), nel 2014 l’ultimo trimestre è quello che fa registrare il minor numero di suicidi (37) per crisi economica. Tra l’altro, già nel 3° trimestre dell’anno scorso, il numero dei suicidi – seppur oggettivamente allarmante – aveva conosciuto una diminuzione rispetto ai 64 casi registrati nei mesi aprile, maggio e giugno del 2014.

Il suicidio per ragioni economiche continua ad essere un fenomeno che interessa quasi esclusivamente l’universo maschile: delle 201 vittime registrate nel 2014, infatti, 187 sono uomini e 14 sono invece le donne.

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Nel 2014, aprile si conferma il mese con il maggior numero di suicidi, così come già accaduto nel 2013: sono infatti 26 i casi nel 2014 contro i 24 del 2013. Nel 2012 è stato invece maggio il mese che ha contato il più alto numero di suicidi per crisi economica con 20 casi. Sempre nel 2014, si contano 24 vittime nel mese di luglio, 21 a maggio, 20 a febbraio e 17 a giugno; nel mese di dicembre invece si rileva il numero più basso di suicidi con 11 casi.

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Nel complesso, la fascia d’età maggiormente coinvolta nel tragico epilogo è quella che va dai 45 ai 54 anni con un’incidenza percentuale pari al 36,7%, una tendenza quest’ultima confermata nel 2014 in cui il 36,3% delle vittime di suicidio per crisi economica ha un’età compresa tra i 45 e i 54 anni. Nonostante ciò, si assiste dal 2012 ad un abbassamento dell’età delle vittime: la classe d’età che va dai 35 ai 44 anni, infatti, ha conosciuto un notevole incremento passando dal 13,5% del 2012 al 21,4% del 2014. Di contro scende leggermente la percentuale di suicidi che si collocano nella classe d’età 55-64 anni passando dal 24,7% al 23,9%, così come si abbassa la percentuale dei 45-54enni che passa dal 44,9% del 2012 al 36,3%, come già anticipato, del 2014.

Appare tuttavia preoccupante soprattutto il numero dei suicidi legati a problematiche e difficoltà economiche tra i più giovani: tra il 2012 e il 2014, il 5,5% delle vittime ha infatti un’età compresa tra i 25 e i 34 anni (4% nel 2014) mentre l’1,4% ha meno di 25 anni (2,5% nel 2014 a fronte di una percentuale pari a 0 registrata nel 2012). 

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È soprattutto il Nord-Est a mietere vittime a causa della difficile situazione economica del Paese: rappresentano infatti il 25,3% del totale i suicidi nell’Italia Nord-Orientale dal 2012 al 2014.

L’analisi complessiva dei dati relativi al triennio 2012-2014, pur confermando nei tre anni il triste primato del Nord-Est, rileva una progressiva uniformità della distribuzione nelle diverse aree geografiche. Le regioni dell’Italia centrale infatti dal 2012 al 2014 contano il 22,3% dei suicidi, il Sud il 20,3%, il Nord-Ovest il 20% e le Isole l’11,8%.

Nel dettaglio, scende la percentuale dei suicidi nel Nord-Est passando dal 30,3% del 2012 al 25,9% del 2014, mentre sale la quota di suicidi per crisi economica nel Nord-Ovest, con una percentuale che passa dal 13,5% del 2012 al 20,4% del 2014. Appare altrettanto significativo l’aumento del numero di suicidi nell’Italia meridionale che passa dal 14,6% del 2012 al 23,4% del 2014.

In leggera diminuzione la percentuale di suicidi nel Centro Italia che, se nel 2012 rappresentavano il 25,8% del totale, scendono al 20,9% nel 2014, così come la percentuale dei suicidi nelle Isole che passa dal 15,7% al 9,4%.

Dunque al Sud come al Nord: il fenomeno dei suicidi legati alla crisi economica non interessa più in maniera esclusiva il Nord Italia, area a forte vocazione industriale ed imprenditoriale, ma va uniformandosi a livello territoriale travolgendo con la stessa forza anche il Sud. 

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La regione più colpita dal fenomeno è quella del Veneto che dal 2012 al 2014 fa registrare il 17,5% del totale dei sucidi per crisi economica. A seguire, la regione Campania con l’11,6% dei suicidi, la Lombardia con il 9,3%, la Sicilia con l’8%, il Lazio con il 6,2%, la Toscana e l’Emilia Romagna con il 5,9%, il Piemonte con il 5,5%, la Liguria con il 5%. In coda invece la Basilicata con lo 0,5%, Valle d’Aosta e Molise che in tre anni contano ognuna lo 0,2% del totale dei sucidi per cause economiche registrati dal 2012 al 2014. 

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Benchè il Veneto si confermi nel 2014 la regione con il più elevato numero di suicidi per crisi economica, quest’ultimo fa registrare un calo rispetto al 2012: nel 2014 infatti la percentuale di suicidi nel Veneto è stata pari al 16,4% a fronte di quella rilevata nel 2012, pari al 25,8%. Piuttosto stabile la percentuale di suicidi in Campania (12,9% nel 2014 contro il 9,4% del 2013 e il 12,4% del 2012), mentre appare importante e preoccupante l’aumento segnalato in Lombardia: l’11,9% dei casi nel 2014 contro l’8,1% del 2013 e il 5,6% del 2012.

Un segnale positivo viene invece soprattutto dalla Sicilia in cui, a fronte del 10,1% dei casi del 2012, nel 2014 si registra una percentuale di suicidi pari al 6% del totale.

Inoltre, dopo l’impennata registrata nel 2013 (10,1% contro il 5,6% del 2012), la percentuale di suicidi nella regione del Piemonte torna a scendere al 2% nel 2014.

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Modalità prevalenti: impiccagione per i suicidi. L’analisi dei dati relativi al periodo gennaio 2012-dicembre 2014 ha evidenziato come tra le modalità scelte dai suicidi prevalga l’impiccagione che ha interessato il 42,3% delle vittime. Rappresentano invece il 12,3% i casi registrati tra coloro che hanno utilizzato un’arma da fuoco e il 9,4% tra quanti sono precipitati nel vuoto.

Tra le altre modalità più utilizzate, ancora, la combustione (4,9%), l’investimento ferroviario (3,7%), l’annegamento (2,6%), l’intossicazione da gas inerte (2,3%), l’accoltellamento (2%), il taglio delle vene (1,7%), l’avvelenamento e il soffocamento (1,4%). 

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Il suicidio legato alla crisi economica coinvolge tutti, imprenditori e disoccupati. Dal 2012 al 2014 infatti, sono stati rispettivamente 198 gli imprenditori (il 45,1% del totale) e 183 i disoccupati (41,7% sul totale) vittime di suicidio per crisi economica.

Dall’analisi complessiva del triennio emerge, con drammatica evidenza, l’aumento del numero di coloro che hanno deciso di togliersi la vita in seguito alla perdita del posto di lavoro: i disoccupati suicidi infatti passano dal 31,5% del 2012 al 38,9% del 2013 e al 48,3% del 2014. Di contro, appare in diminuzione la percentuale degli imprenditori suicidi che scende dal 55,1% del 2012 al 45,6% del 2013 e al 40,3% del 2014.

Dal 2012 risulta in calo anche la percentuale dei casi di suicidio tra i lavoratori dipendenti (5,5% del 2014 rispetto al 7,9% del 2012) e tra i pensionati (0,9% del 2014 a fronte del 5,5% registrato nel 2012).

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Tra i disoccupati, a destare preoccupazione è soprattutto il dato relativo ai più giovani, al di sotto dei 34 anni. A fronte infatti del 6,9% del totale dei suicidi registrati dall’inizio del 2012 a fine 2014, tra tutte le categorie occupazionali, si rileva una percentuale più elevata, pari al 12,4% fatta registrare dalla sola categoria dei disoccupati con età inferiore ai 34 anni.

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Passiamo ora ad una analisi ancora più dettagliata scorporando il dato sulla condizione professionale della vittima del suicidio per l’area geografica. Dall’analisi complessiva dei dati relativi al triennio 2012-2014 emerge che il numero più elevato di imprenditori e titolari d’azienda si riscontra nel Nord-Est con il 34,3% dei casi. A seguire il Centro (19,7%), il Nord-Ovest (18,7%), il Sud (16,2%) e le Isole (10,6%).

Nelle regioni meridionali invece prevale il numero di vittime tra i disoccupati: il 25,1% dei suicidi tra i disoccupati si registra infatti al Sud, a fronte del 23,5% del Centro, il 20,8% del Nord-Ovest, il 15,8% del Nord-Est e il 14,8% delle Isole. Il maggior numero di lavoratori dipendenti stretti nella morsa della crisi economica e dei debiti che hanno deciso di togliersi la vita si rileva nelle regioni settentrionali: nello specifico si registra il 24,3% dei casi rispettivamente nell’Italia Nord-Occidentale e in quella Nord-Orientale.

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SEZIONE TENTATI SUICIDI  

TENTATI SUICIDI PER CRISI ECONOMICA

Anni 2012 – 2013 – 2014

  

Nel 2014, più che raddoppiato il numero dei tentati suicidi rispetto al 2012. Preoccupante e significativo anche il numero dei tentati suicidi: sono infatti 115 le persone che nel 2014 hanno provato a togliersi la vita per motivazioni riconducibili alla crisi economica, tra cui 101 uomini e 14 donne, a fronte dei complessivi 86 del 2013 e dei 48 del 2012.

Salgono così complessivamente a 249 i tentati suicidi registrati in Italia per motivazioni economiche dal 2012 al 2014.

Anche per i tentati suicidi, gli ultimi 3 mesi dello scorso anno (26) hanno fatto registrare un calo significativo rispetto al 3° trimestre del 2014 che aveva invece fatto registrare il numero più elevato di tentati suicidi (41 casi).

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Il mese di settembre – così come accadeva nel 2013 – conta il numero più alto di persone, 20 nello specifico, che hanno tentato di porre fine alla propria vita per ragioni economiche. Segue il mese di febbraio con 15 casi, i mesi di luglio e ottobre, ognuno con 14 casi, maggio con 10, aprile con 9, agosto e novembre con 7 casi. Il numero più basso si registra all’inizio e alla fine dell’anno con 5 casi di tentativo di suicidio rispettivamente nei mesi di gennaio e di dicembre.

Un dato inoltre non inserito nelle tabelle ma che suona come ulteriore campanello d’allarme è quello relativo a 58 persone che nel 2014 hanno minacciato di uccidersi. Si è trattato per lo più di disoccupati, che in preda alla disperazione, hanno fatto temere per la loro vita.

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Nel triennio 2012-2014 il numero più elevato dei tentativi di suicidio si registra al Sud con il 24,9% del totale degli episodi. A seguire il Centro (23,3%), il Nord-Est (20,1%), il Nord-Ovest (16,5%) e le Isole (15,2%).

Nel 2014 è ancora il Sud in testa a questa triste classifica con il 27,8% dei casi, in lieve calo rispetto al 2013 (29,1%) ma in netto aumento rispetto al 2012 (10,4%). In crescita anche il numero di tentati suicidi nelle regioni del Nord-Ovest che nel 2012 era pari al 18,8% del totale, scendendo vertiginosamente nel 2013 al 9,3% per poi risalire significativamente nel 2014 al 20,9%.

Rappresentano invece il 16,5% i tentativi di suicidio registrati nel 2014 nel Nord-Est (contro il 31,3% del 2012), il 20% al Centro (rispetto al 27,1% del 2012), il 14,8% nelle Isole (a fronte del 12,4% del 2012).

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A livello regionale, il numero più elevato di tentativi di suicidio dal 2012 al 2014 si ha in Sicilia e nel Veneto con l’11,6% dei casi per ciascuna delle due regioni. A seguire la Campania (11,2%), il Lazio (9,6%), la Lombardia (9,2%), la Toscana (6,8%), l’Emilia Romagna (6,4%), la Puglia (5,6%), le Marche (4,8%) e il Piemonte (4,4%). In coda la Basilicata, il Friuli Venezia Giulia e il Trentino Alto Adige.

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 Nel 2014 la Campania risulta la regione con il più elevato numero di tentativi di suicidio: 13,9% del totale, diversamente da quanto accadeva nel 2013, quando la percentuale più elevata si è riscontrata in Sicilia (12,8%), e nel 2012 quando il primato spettava al Veneto con il 20,8% dei casi.

Nel 2014 appaiono in crescita i tentativi di suicidio in Lombardia (dall’8,3% del 2012 al 10,4% del 2014), in Toscana (passando dal 4,2% del 2012 al 7% del 2013 e al 7,8% del 2014), in Puglia (7% del 2014 contro il 2,1% del 2012), nelle Marche (dal 4,2% del 2012 al 7% del 2014) e soprattutto in Liguria in cui i tentativi di suicidio, nulli nel 2012, salgono al 6,1% nel 2014.

Segno negativo per alcune regioni che hanno visto invece diminuire nel 2014 il numero di tentati sucidi rispetto al 2012, quali il Lazio (che passa dal 14,6% del 2012 al 4,3% del 2014) e il Piemonte (4,3% del 2014 contro il 10,4% del 2012).

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Modalità prevalenti: precipitazione per i tentati suicidi. Nel triennio 2012-2014, tra le modalità scelte da coloro che hanno tentato di togliersi la vita per problemi economici, prevale la precipitazione, con il 34,3% dei casi. A seguire invece chi ha utilizzato come modalità la combustione (14,4%), l’impiccagione e l’avvelenamento (8,5%), l’annegamento (6,5%), il taglio delle vene e l’intossicazione da gas inerte (6%), l’investimento ferroviario (5%), un’arma da fuoco o l’accoltellamento (2%).

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Sono 138 i disoccupati che nel triennio 2012-2014 hanno tentato di togliersi la vita. Dal 2012 al 2014 il numero più elevato dei tentativi di suicidio si registra tra coloro ai quali la crisi economica ha portato via il lavoro e con esso, evidentemente, anche la speranza di proseguire o ricostruire altrove il proprio percorso lavorativo. Sono infatti 138 i tentativi di suicidio tra i disoccupati a fronte dei 53 registrati tra gli imprenditori, i 23 tra i lavori dipendenti e i 5 tra i pensionati.

Nel 2014 rappresentano il 59,1% del totale i disoccupati che hanno tentato di togliersi la vita per ragioni economiche, percentuale che risulta sensibilmente in crescita rispetto a quella registrata nel 2013 (58,1%) e soprattutto nel 2012 (41,7%).

Sempre nel 2014 appare in calo invece la percentuale di imprenditori che hanno provato a suicidarsi: 18,3% nel corso del 2014 rispetto al 18,6% registrato nel 2013 e al 33,3% del 2012.

In diminuzione rispetto al 2012 e al 2013 anche il numero dei tentati suicidi tra lavoratori dipendenti, passando dal 12,5% e del 12,8% (rispettivamente negli anni 2012 e 2013) al 5,2% del 2014.

Si azzera infine nel 2014 la percentuale di pensionati che hanno tentato il suicidio per motivazioni economiche; questa invece è stata pari all’1,2% nel 2013 e all’8,3% nel 2012.

 

 

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prof. Nicola Ferrigni

Direttore Link Lab – Laboratorio di Ricerca Socio-Economica

Università degli Studi “Link Campus University”

Via Nomentana, 335 – 00162 ROMA

Tel. 347/63.99.376

E-mail: n.ferrigni@unilink.it – www.unilink.it

 

 

 

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