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Nel lungo periodo saremo tutti morti. E l’Europa non l’ha mai capito

Di fronte alla crisi energetica e produttiva, l’Unione Europea sceglie l’inazione, scaricando i costi su cittadini e imprese. Un’analisi keynesiana dell’austerità silenziosa che rischia di deindustrializzare definitivamente l’Europa.

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C’è una frase di John Maynard Keynes che dovrebbe campeggiare sulle scrivanie di chi oggi governa l’Unione Europea: “Nel lungo periodo saremo tutti morti”. Non è una provocazione intellettuale, è una condanna senza appello contro l’alibi più antico della cattiva politica economica: rinviare le decisioni, sperando che il tempo faccia il lavoro che la politica non ha il coraggio di fare.

Eppure è esattamente ciò che sta accadendo. Nel pieno di una crisi energetica che sta erodendo salari reali, comprimendo i consumi e strangolando la competitività industriale, l’Europa ha scelto la strada più comoda e più pericolosa: non decidere davvero. O, peggio, fingere di decidere.

Perché al di là dei documenti, delle dichiarazioni e delle conferenze stampa, il messaggio concreto che è arrivato ai cittadini europei è disarmante nella sua semplicità: consumate meno, abbassate il riscaldamento, usate meno l’auto, lavorate da casa. Una sequenza di raccomandazioni che assomiglia più a un vademecum delle giovani marmotte che a una strategia economica degna di un’unione che ambisce a essere una potenza globale.

Qui il punto non è lo stile, è la sostanza. Trasformare una crisi sistemica — che investe prezzi, produzione, redditi e struttura industriale — in un problema di comportamenti individuali è un errore concettuale prima ancora che politico. È l’ammissione implicita che non si vuole intervenire davvero. E allora si sposta il peso dell’aggiustamento su famiglie e imprese, chiamate a fare sacrifici mentre le istituzioni si limitano a raccomandarli.

È una forma di austerità silenziosa, non dichiarata ma perfettamente reale. Non passa per tagli espliciti, ma per compressione dei redditi, riduzione dei consumi, rinuncia agli investimenti. In altre parole: meno crescita, meno industria, meno futuro. E tutto questo viene presentato come responsabilità collettiva, come se l’adattamento passivo fosse una virtù e non il sintomo di un fallimento politico.

Keynes aveva già smontato questo schema quasi un secolo fa, osservando la Grande Depressione. L’idea che i mercati possano autoregolarsi in tempi compatibili con la tenuta sociale non è realismo: è un atto di fede. E quando questa fede diventa politica economica, il risultato è sempre lo stesso: disoccupazione, perdita di capacità produttiva, impoverimento diffuso.

Oggi il copione si ripete, ma con una differenza sostanziale: mentre altre grandi economie intervengono con decisione, utilizzando la leva pubblica per sostenere l’industria dal caro energia e le famiglie nella difesa del potere d’acquisto, l’Europa resta intrappolata in un paradigma che scambia l’inazione per prudenza e il rinvio per responsabilità. È una visione che non solo non risolve la crisi, ma la cristallizza.

La questione energetica è il punto di rottura. Non è un dettaglio tecnico né un semplice fattore di costo: è il cuore della sovranità economica. Senza energia a prezzi sostenibili, l’industria europea non compete, non investe, non cresce. E senza industria, ogni discorso su autonomia strategica, transizione e competitività diventa retorica vuota.

Continuare a rispondere a tutto questo con raccomandazioni comportamentali e mezze misure significa non aver capito — o non voler capire — la natura del problema. Significa accettare, consapevolmente o meno, un progressivo declino. Un equilibrio più povero, più fragile, più marginale.

Ed è qui che la lezione di Keynes torna, implacabile. Il tempo non è una variabile neutra. Ogni mese perso oggi è capacità produttiva che non torna, è investimento che non si realizza, è benessere che si riduce in modo permanente. Il cosiddetto “lungo periodo” non è una terra promessa: è spesso il modo più elegante per giustificare l’assenza di decisioni nel presente.

Alla fine, la verità è molto più semplice e molto più dura di quanto si voglia ammettere. Non si governa una crisi chiedendo ai cittadini di consumare meno. Non si difende un sistema industriale invitando le imprese a resistere. Non si costruisce il futuro spegnendo la domanda nel presente.

E soprattutto, non si può continuare a raccontare che tutto si aggiusterà da solo. Perché mentre si distribuiscono consigli e si evitano scelte, l’economia reale non aspetta. Si contrae, si sposta, si ridimensiona.

Keynes lo aveva detto con brutale chiarezza. Oggi quella chiarezza manca proprio dove servirebbe di più.

E il rischio, sempre meno teorico, è che quando l’Europa si deciderà finalmente ad agire, scoprirà che il problema non è più come uscire dalla crisi, ma cosa è rimasto da salvare.

Antonio Maria Rinaldi

 

Antonio Maria Rinaldi è stato direttore generale di SOFID,  capogruppo finanziaria di ENI e presidente di Trevi Holding, oltre che Professore di Finanza aziendale presso l’Università di Pescara e di Politica Economica presso la Link University. Europarlamentare dal 2019 al 2024.

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