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Nascita di nuove banche centrali: due casi che in futuro potrebbero darci alcune indicazioni.

nuove indipenze

Uno dei principali mezzi di persuasione del cosiddetto partito del TINA (There is no alternative) monetario e valutario parte dal presupposto legato alla difficoltà di costituire una nuova banca centrale, un nuovo ente di governo creditizio e di accreditarlo all’interno dei vari circuiti di clearing internazionale o agli strumenti TARGET 2 e SEPA.

Eppure presto potremmo trovarci di fronte a due casi internazionali che, potrebbero fornire un’indicazione sulle modalità di intervento nella creazione di una nuova autorità bancaria centrale ed, eventualmente, una nuova moneta.

Il primo caso è stato presentato da Jacques Sapir in http://russeurope.hypotheses.org/4296  e riguarda i territori ribelli della zona orientale dell’Ucraina, cioò quella regione comunemente chiamata Dombass o, dai russofoni, Novorossiya.

Donbass

Territorio del Donbass

Le aree in questione sono quelle che rifiutano il governo di Kiev e sono quindi sotto il controllo del governo autonomo filo-russo. Gli accordi fra Kiev , Mosca e governo della Novorossya prevedeva la fine delle “Ostilità economiche e monetarie” fra le due parti attualmente opposte, ma , come accaduto ai patti militari,anche gli accordi economici sono rimasti lettera morta.

All’indomani della rivolta autonomista nell’Ucraina orientale le autorità monetarie di Kiev applicarono  un vero e proprio blocco creditizio alla regione , sotto forma di :

  • blocco delle relazioni fra banca centrale e banche locali
  • blocco delle relazioni fra banche commerciali e loro filiali nella Novorossya
  • blocco dei pagamenti di pensioni e servizi sociali nell’aera.

Si è trattato di decisioni pesanti, e con una valenza ambigua: se da un lato l’interruzione dei pagamenti era vista come uno strumento di pressione economica sulle province viste come ribelli, dall’altro questo tipo di decisioni corrisponde normalmente alla rinuncia della sovranità sull’area: infatti  la Cecenia, praticamente in secessione da Mosca negli anni ’90, comunque riceveva i pagamenti dei servizi sociali proprio come affermazione della continuità nella sovranità di Mosca sulla regione. Anche per questo motivo la Germania aveva insistito con Kiev, a febbraio 2015, affinchè riprendesse questo tipo di pagamenti.

Ora fino a febbraio 2015 la Hrynia circolava come valuta accettata in Novorossya, anche se il rublo russo era anch’esso utilizzato negli scambi. La valuta ucraina proseguiva a circolare perchè , nonostante la guerra civile, proseguivano gli scambi commerciali fra le due parti: l’Ucraina aveva bisogno del carbone del Donbass per le proprie centrali elettriche, ed il Donbass accettava la valuta della controparte con cui alimentava il proprio sistema interno. Però ad un certo punto sono stati interrotti i trasporti ferroviari fra le due parti, per un sabotaggio estremista, per cui il Donbass non ha avuto altra alternativa che vedere ad importatori russi che, ovviamente pagano in rubli. Questo ha ovviamente reso sempre più problematica la circolazione della Hrynia ucraina.

Il governo autonomista ha creato una Banca centrale già nell’ottobre del 2014. Quest”istituto, che vorrebbe essere una sorta di embrione di una futura Banca Centrale Nazionale del Donbass, ed attualmente svolge le attività di gestione del tesoro nazionale, di gestione dei flussi monetari interni ed internazionali (tramite una banca nell’Ossezia del sud) e di camera di compensazione interna ed internazionale. Inoltre funge da banca commerciale ordinaria, con l’emissione di carte di credito.

Attualmente la valuta utilizzata è la Hrynia derivante dalle scorte possedute, ma chiaramente il rublo russo acquista sempre più peso nel paese, per motivi economici e politici. Ad un certo punto quest’istituto dovrà decidere se emettere moneta propria, utilizzare ancora la Hrynia, nell’ambito di una soluzione federale con l’Ucraina, oppure acquisire come valuta il rublo. Tutto questo non potrà che essere definito all’interno di una soluzione a tre fra Ucraina, Russia e Novorossya.

catalogna

 

Un altro caso in cui , probabilmente, si vedrà sorgere una nuova banca centrale è la Catalogna. In questo caso sorge un ulteriore punto di interesse: la Catalogna attualmente fa parte di una nazione la cui  moneta è l’euro, ed è sottoposto ad una banca centrale parte della BCE e dei sistemi TARGET2 e SEPA.

La Catalogna ha un fortissimo movimento separatista che, per la prima volta, si presenterà unito alle prossime elezioni spagnole con l’obiettivo di ottenere oltre il 50% localmente, obiettivo più che realistico. Ora la vittoria del fronte separatista darebbe legittimità difficilmente ignorabile al progetto di indipendenza catalana. Il nuovo stato si troverebbe nella necessità di costruire una struttura statuale, costruendo una nuova autorità fiscale, un nuovo organo per la sicurezza sociale etc. Tra le varie nuove realizzazioni necessarie vi sarebbe quella di una nuova banca centrale, e qui inizia un complesso gioco a tre con Banca di Spagna e Banca Centrale Europea.

Allo stato attuale la BCE ha respinto la richiesta dell’Istituto catalano di finanza di divenire un istituto affiliato alla BCE e questo  è comprensibile, dato che la Banca di Spagna possiede il 8.84% del capitale sociale di Francoforte ed è attualmente membro del SEBC.  Chiaro che Mario Draghi non possa, almeno in questo momento, accettare al proprio interno un ente secessionista. Inoltre almeno secondo una lettura data da Madrid dei regolamenti BCE, l’uscita di un territorio da una nazione membro del SEBC (cioè del board delle banche centrali) condurrebbe automaticamente all’esclusione dal rifinanziamento delle banche locali, in questo caso Caixiabank, Banco Sabadelli e Catalunya Bank, che quindi potrebbero patire forti perdite o perfino fallire. Le banche catalane diverrebbero banche “Straniere” per la BCE, come se fossero americane o giapponesi, e quindi escluse dalla sua copertura. A questo punto la liquidità dovrebbe venir direttamente dall’interno, e potrebbe quindi portare, almeno temporaneamente, all’uscita dall’euro. D’altro canto la Catalogna, regione più ricca ed industriale della Spagna, potrebbe mettere in discussione il diritto di Banca di Spagna di sedere , con le quote attuali, nel board di BCE. Nello stesso tempo ci si troverebbe nella necessità di discutere la partecipazione a Target2 ed a SEPA della nuova banca centrale catalana. Bisogna deire che un atteggiamento di rifiuto della BCE , nello stesso tempo, risulterebbe troppo politicizzato ed andrebbe ad infangare la luce di imparzialità e terzietà che un istituto centrale di credito dovrebbe avere.  Insomma se la volontà, inviolabile, del popolo catalano fosse per l’indipendenza dalla Spagna sarebbe necessario giungere ad una uscita concordata, con le minori scosse possibili, e questo nell’interesse di tutte le parti coinvolte.

 

 

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