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DUE MONETE, DUE GUAI

DUE MONETE, DUE GUAI

Per uscire dalla crisi viene proposto con sempre maggiore insistenza il progetto di affiancare una moneta nazionale all’euro. Chi scrive ha pubblicato anni addietro articoli contro la moneta unica, quando criticarla era ancora un’apostasia, ma questa della doppia moneta non è una soluzione: è la scorciatoia per l’abisso.
In un’intervista rilasciata al Giornale di Domenica 30 Novembre, il Prof Marco Giorgino, docente di Finanza aziendale del Politecnico di Milano afferma: «L’operazione è tecnicamente fattibile – ma in prima battuta andrebbero approntate misure per evitare fughe di capitali. Poi, bisognerebbe convertire, per esempio, le attività e le passività che l’Italia ha verso quei Paesi con cui prima condivideva la moneta». Certo, tutto può essere tecnicamente fattibile ma bisogna prevedere le conseguenze che non sono quelle che il docente anticipa.

In pratica, si vorrebbe la creazione di un sistema monetario parallelo e concorrente all’euro, il che significa quotare beni e servizi in euro e in una nuova valuta locale, l’eurino e, naturalmente, tenere una doppia contabilità. E qui nasce il primo problema: il cambio fra le due monete. Ora un cambio fissato per legge verrebbe immediatamente «sconfessato» dal mercato poiché l’eterna legge di Gresham, per la quale la moneta buona scaccia la cattiva e che il docente del Politecnico sembra ignorare, è sempre operante. La corretta formulazione di questa legge è che la moneta artificialmente sopravalutata elimina dalla circolazione quella artificialmente sottovalutata. Ora è evidente che produttori e consumatori percepirebbero l’euro come moneta buona e la tesaurizzerebbero, mentre spenderebbero subito l’eurino, la moneta percepita come insicura. La prima si rivaluterebbe mentre la seconda si svaluterebbe. Infatti, il valore di una moneta, cioè il suo potere d’acquisto, come quello di qualsiasi altro bene, dipende dalla domanda e offerta. La conseguenza è che ben presto l’euro sparirebbe dalla circolazione ordinaria creando una contrazione monetaria che causerebbe ancora più deflazione di quella esistente. Allora, il governo, per contrastarla, sarebbe costretto ad emettere l’eurino ad libitum, inflazionandolo come gli assegnati della rivoluzione francese. I prezzi delle merci quotate in questa valuta schizzerebbero alle stelle e l’esperimento si concluderebbe nel falò iperinflazionistico della nuova valuta locale. Svergognati, si ritornerebbe all’euro ma non senza, prima, aver devastato l’economia.

Il docente afferma: «All’atto del change over è prevedibile un deprezzamento della nuova moneta, anche se non quantificabile con precisione: ciò porterà a un aumento della competitività delle nostre merci sui mercati internazionali. In buona sostanza, avremmo un immediato effetto benefico sulle esportazioni. Senza tuttavia dimenticare che il nostro Paese importa energia anche dalla Germania e che, quindi, c’è il rischio di un peggioramento del deficit energetico»

Ma non ci sarebbe alcun change over perché la nuova moneta non si deprezzerebbe ma si azzererebbe. Non è affatto vero, poi, che i prodotti diventano più competitivi svalutando, come dice la vulgata. Più competitivi si diventa con incrementi di produttività, non con le scorciatoie della svalutazione. Un’azienda per sopravvivere può abbassare i prezzi e avere un effetto benefico temporaneo ma se continua con tale politica va in malora. Lo stesso per un paese, svalutando peggiora le sue ragioni di scambio con gli altri paesi, i soli a beneficiare della svalutazione. Nei mercati internazionali la competizione fra paesi avanzati avviene non sul «prezzo» ma sul «valore», due categorie ben diverse. Il prezzo è l’arma dei paesi emergenti che non possono offrire valore aggiunto. E’ da illusi pensare di far assorbire tutte le proprie inefficienze dalla moneta che è solo un mezzo di scambio.

L’eurino potrebbe funzionare se tra paesi ci fossero solo compensazioni bilaterali per cui l’Italia commercializzando con gli USA pagherebbe le importazioni con l’eurino ricevendo in pagamento per le sue esportazioni la stessa moneta. Lo scambio bilaterale infatti equivale ad un baratto mediato dalla moneta. Ma viviamo in un mondo multilaterale dove i mezzi di pagamento internazionali sono «creazioni di credito». Quando, ad esempio, l’Italia importa energia dagli USA e ha un debito in dollari, può compensarlo con un credito in euro che ha nei confronti della Germania o della Francia e che cede agli USA. E può cederlo perché l’euro è una delle principali valute, universalmente riconosciuta e accettata. Come farebbe l’Italia a cedere i crediti denominati in eurino? Quale è quel paese folle da accettare al posto di un credito in euro quello denominato in una valuta locale svalutabile che convive con la moneta comune?

Il docente afferma: «andrebbero approntate misure per evitare fughe di capitali». Ma dimentica che imporre controlli sui capitali è contrario al trattato europeo che ne prevede la libera circolazione e la sua affermazione significa l’uscita tout court dalla moneta comune. Ci sono diversi modi per uscire dall’impasse in cui siamo ma il doppio monetaggio, francamente, ci sembra il più assurdo.

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