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M5S: il silenzio assordante di Alessandro Di Battista di Davide Amerio.

 

Di Battista non c’è, è partito? È andato via? Farà un corso da falegname, andrà in India, continuerà la collaborazione con il Fatto Quotidiano. Insomma, Diba, non c’è, né a Ivrea, né nella prossima campagna elettorale del M5S per le Europee.

Dal giorno in cui ha dichiarato quello che molti attivisti avrebbero voluto fortemente sentire dalla voce di Di Maio, in merito al Tav, la voce del più agguerrito personaggio politico del M5S, si è silenziata (oppure è stata silenziata).

In quell’occasione Alessandro Di Battista, in relazione alla posizione della Lega sul Tav che, per bocca di Matteo Salvini, ha profuso la solita tiritera di sciocchezze e falsità sull’argomento (non ostante la relazione Costi/Benefici), lanciò un messaggio chiaro: se Salvini vuole il Tav a tutti i costi se ne vada con Berlusconi (assumendosene le responsabilità) e la smetta di rompere i coglioni.

A distanza di settimane, ora è Di Maio che mugugna verso l’alleato di governo; sono i parlamentari che masticano parole di disagio a denti stretti e, alla nuova kermesse della Casaleggio & C, molte sono le assenze. Ma, ciò che conta, è l’immagine di un movimento che inizia, tardivamente, a prendere atto (ma sarà proprio così?) del cul de sac nel quale si è infilato.

Da tempo sostengo che il Movimento avrebbe dovuto prendersi del tempo per guardare dentro se stesso, alla propria storia, alle esperienze maturate, a tutti quei regolamenti e principi messi insieme sempre in corsa e che mostrano inadeguatezza nei confronti della realtà politica, e denotano assenza di mature strategie.

E’ inutile fare delle manifestazioni, come quelle di Ivrea, a beneficio della Casaleggio, parlando di futuro, se non si è capaci di gestire il presente; se non si ha consapevolezza delle necessarie fasi per transitare dal “qui adesso” al “domani”.

Intendiamoci. Molte battaglie sono state portate avanti dal Movimento con ostinata determinazione e sono oggi una realtà che può cambiare almeno parte della storia del paese. Ma il rischio è che quel sistema, di cui la Lega ha sempre fatto parte, prenda il sopravvento, e vanifichi ogni sforzo. In questo aiutata da troppe approssimazioni di certi ministri pentastellati.

La realtà italiana è complessa, ma soprattutto moralmente inadeguata, nel profondo, a cogliere le sfide. La politica è asfittica, minimalistica, gattopardesca. Sostenuta da intrecci di potere; da una rette fitta di relazioni di convenienza tra i portatori di scheletri – in sconfinati armadi; da un’informazione compiacente e/o succube; da un sistema di rapporti con la criminalità organizzata.

Purtroppo non sono pochi gli Italiani che ancora cercano il “Salvatore” politico, che carichi su di sé i peccati altrui, e risolva tutti problemi; mentre loro, il “popolo”, sorseggiano birra davanti all’ultima partita di Champions, o si deliziano davanti ai palestrati culetti dell’”Isola dei Famosi”.

La nascita del Movimento scaturiva anche da questo bisogno di “rivoluzione culturale”, dopo un periodo ventennale berlusconiano, dove hanno trovato cittadinanza i principi piduisti della Loggia Massonica di Licio Gelli, volta ad infossare il “popolo” dentro una pudribonda amalgama di ignoranza, e qualunquismo. Riportare i cittadini al centro della scena politica, fare della partecipazione il motore pulsante della democrazia; che non è data per sempre, ma deve essere curata e, per svilupparsi, non può esimersi dalla crescita culturale dei suoi membri.

Scoprire ora che la Lega è di “destra”, o un po’ troppo a “destra”, un po’ razzista, un po’ retrograda su certi diritti… denota una ingenuità che un partito di governo, o che ambisce ad essere tale, non si può permettere.

Si evidenzia una assenza di strategia di un Movimento che, se da una parte ha fortemente desiderato aprire le porte della politica alla società civile, ai cittadini abbandonati e delusi, ai numerosi esperti apprezzati all’estero, ma non in patria; dall’altra si è chiusa a riccio, incapace di valutare l’importanza del dissenso, delle critiche, delle osservazioni, interne ed esterne.

Incapace di distinguere i “veri nemici”, dagli “amici veri”, quelli che ti vogliono bene anche se ti criticano, e lo fanno in ragione proprio di quell’affetto. Così si son perse tante preziose occasioni di mantenere vicino a sé, e valorizzare, persone importanti (e altamente qualificate, nei rispettivi settori di competenza), che avrebbero portato utili consigli.

Recentemente mi è giunta una notizia, di cui per correttezza non posso parlare, ma che, se confermata, darebbe la definitiva prova di questa incapacità. E comporterebbe un danno, per il M5S, con conseguenze non indifferenti.

Si è data troppa fiducia al contratto in sé, dimenticando che sono le relazioni tra partner a rendere efficace una governance politica. Si corre ai ripari cercando di rattoppare le carenze strutturali e organizzative, delegando l’intera gestione interna alla figura del “capo politico” (un ossimoro rispetto ai principi originari del movimento) . E questo ha comportato la s-valorizzazione di quella “democrazia diretta” che era uno dei presupposti. Quanto alle carenze della piattaforma Rosseau, al modo di porre  certi “quesiti”, alla selezione dei candidati, stendiamo un velo pietoso.

I principi dell'”uno vale uno”, dei due mandati, del “torni a fare quello che facevi prima”; della restituzione del denaro, sono importanti ma, la loro attuazione, non ha tenuto conto della realtà, politica e sociale del paese , in cui si operava.
Non tutti sono adeguati per ricoprire qualsiasi ruolo; i mandati debbono essere “pieni”, e non si può paragonare un mandato parlamentare con quello di un comune di 30.000 abitanti; ci sono lavori che, se gli abbandoni per dedicarti alla politica, non hai alcuna possibilità di riprendere; dimensionare gli stipendi dei parlamentari alla media europea sarebbe stata un’azione più che sufficiente, per dare un segnale di cambiamento.

Sarò noiso, ma torno a ribadire che i regolamenti e le norme sono cosa diversa dai valori. Se una regola diventa un feticcio, senza porsi questioni sulla sua adeguatezza nel rendere pratico un determinato valore, ci si avventura per i sentieri tortuosi (e insidiosi) della retorica, laddove le parole perdono di significato per chi ci ascolta.

Cosa succederà dopo le elezioni europee è facile da prevedere: se la Lega manterrà il livello di crescita di cui i sondaggi parlano, presenterà il conto, in favore dei propri interessi; e allora ci vorrà (come sul dirsi) un “sac de cul” per uscire dal “cul de sac”, magari ricordando che i “partiti” fondati, e gestiti, sugli “yes man” (a qualsivoglia livello), hanno intrapreso inesorabili fasi di declino, nel nuovo millennio.

Davide Amerio

(Tgvallesusa.it)


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