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L’Ossessione da Ragionieri per la Copertura Fiscale

Segnaliamo, questo articolo di Claudio Borghi Aquilini per Il Giornale (l’articolo è di una decina di giorni fa più che attuale ovviamente).

 

Può uno meno uno non fare zero ma meno due? E può uno più uno fare tre invece di due? Nel mondo del bilancio dello Stato è normale. Prima che la disperata ricerca delle coperture ai costi della cancellazione dell’Imu si tramuti nella solita ricerca di qualche altra vittima da vessare sarebbe forse il caso di fermarsi un attimo e riflettere su quanto sia profondamente sbagliata l’attuale impostazione del bilancio pubblico. Annebbiati dai vincoli esterni, accecati dal rapporto debito Pil e ipnotizzati dalle virtù del pareggio di bilancio la politica è entrata in un circolo vizioso dove se si abolisce una tassa il previsto mancato gettito deve essere necessariamente trovato tassando qualcos’altro o tagliando una spesa di pari importo. Ma se le cose stessero così nessuno si è mai posto il banale problema di come mai i conti non tornino mai? Il governo Monti ha tagliato un po’ di spese e aumentato di molto le tasse: se il discorso delle coperture fosse vero ci saremmo dovuti trovare un po’ sofferenti ma con conti in deciso miglioramento invece ci siamo svegliati con un rapporto debito Pil che si sta avviando ad essere di dieci punti percentuali superiore. Un punto di Pil sono circa 15 miliardi. Dove sono andati a finire questi 150 miliardi? La risposta è semplice: il debito Pil è una frazione e nel nostro caso «comanda» il denominatore. Se si riduce il Pil non c’è taglio che tenga e il rapporto peggiorerà. La ragioneria è perfetta per fare i conti ma non serve a nulla quando occorre impostare le strategie. Se l’economia di una nazione funzionasse come la matematica i nostri conti pubblici andrebbero sempre nella direzione che vogliamo, invece, guarda un po’, uno meno uno non fa quasi mai zero. Il fatto è che bisognerebbe imparare a ragionare per moltiplicatori, ovvero sulla base delle conseguenze delle decisioni. Se poi, come nel caso del governo Monti, erano persino sballati i numeri iniziali come afferma la Corte dei conti ecco che la frittata è completa. Eppure il ragionamento dovrebbe essere semplice: la legge finanziaria prevede le spese all’inizio anno mentre invece gli incassi fiscali (per ottenere il pareggio di bilancio) e la crescita/decrescita del Pil (per contenere il famigerato rapporto debito Pil) si conosceranno solo a fine anno e saranno anche conseguenza delle spese. Il governo dovrebbe essere incentivato ad ottenere dei risultati, non a fare dei conticini scritti sulla sabbia destinati a sbriciolarsi contro la realtà dei fatti. Per questo bisogna smetterla con le coperture che non copriranno mai e che aprono la strada a moralismi pericolosi. Se, per esempio, per sfamare i poveri disoccupati metto la tassa sulla nautica dei ricchi, i deputati sono tutti d’accordo e giulivi votano. Peccato però che magari per incassare 100 faccio crollare l’indotto con conseguente contrazione di Pil pari a 1000. Il debito/Pil sale, l’Europa ci bacchetta, lo stato non paga i fornitori e l’anno dopo di barche non ce ne sono più ma i disoccupati da sfamare sono diventati il doppio. In Giappone l’aritmetica del debito pubblico la conoscono bene e sanno che con un rapporto debito Pil del 200% una crescita di 10 provoca una diminuzione del rapporto di quasi 20 (sembra strano ma è così, provare per credere) motivo per cui la priorità assoluta del governo di Tokio è la crescita, stimolata con enormi immissioni di denaro da parte della Banca centrale. Staccare il governo dalla ragioneria spicciola e focalizzarlo sulle conseguenze delle proprie azioni è un primo passo fondamentale per affrontare le decisioni radicali che prima o poi ci attenderanno. Le coperture delle riduzioni fiscali? Segnarle con la voce «crescita».

 

articolo postato da Andrea Lenci (@andrealenci)

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