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LO STATO TOTALITARIO PER CONSENSO

La famosa teoria della “mano invisibile” di Adam Smith, anche se non va esente da critiche, ha parecchio di ragionevole in sé. Tuttavia, non che riconoscere i guasti che si possono provocare intervenendo nell’economia, l’epoca contemporanea sembra credere che tutto possa andar meglio se guidato dall’alto. E, per conseguenza, pensa anche che debba esserlo.
Lo Stato, essendo un’astrazione, è certamente disinteressato: dunque è il migliore operatore possibile quando si tratta di campi che interessano tutti e che non si possono affidare ai privati. Il conflitto d’interessi potrebbe infatti avere esiti fatali. Se si affida a un professionista la direzione dell’esercito si corre il rischio che costui si impadronisca del potere con la forza. La cosa è avvenuta tante volte che ormai ha addirittura un nome: putsch militare. Né si possono affidare ai privati l’amministrazione della giustizia, la repressione della criminalità, la lotta all’evasione fiscale, e molte altre branche d’attività.
Purtroppo, partendo da questo nucleo centrale di compiti naturalmente statali, nel corso del tempo l’intervento pubblico si è dilatato fino a coprire un ambito sempre più vasto, sempre più capillare, sempre più invadente. Non c’è molto che il cittadino possa fare senza sentirsi controllato e guidato dallo Stato. Le leggi si occupano di come i genitori devono educare i figli – è vietato persino dare loro uno scappellotto! – di come i cittadini devono costruire le case, di come devono curarsi, di come devono retribuire la donna di servizio. Se stipulano un contratto con un’impresa per la riparazione di un balcone, devono persino accertarsi che siano rispettati i regolamenti per la prevenzione degli infortuni. In caso di inosservanza di quei regolamenti, se si ha un incidente, lo Stato punisce anche loro. E dire che la stragrande maggioranza degli italiani questo non lo sa neppure.
Nessuno mette in dubbio che questa selva di prescrizioni sia a fin di bene, anche se esse si accavallano in maniera tanto caotica che ci si sperdono perfino i competenti. Il risultato è comunque una “devolution” dall’autonomia individuale al potere dello Stato.
Dalla Repubblica di Platone in poi, per secoli si è sperato potesse esistere un potere statale che ottenesse risultati migliori di quelli dell’iniziativa individuale. E tuttavia, malgrado i sogni dei filosofi, da Platone a Tommaso Campanella e a Thomas Moore, non ci si è mai provato seriamente. L’esperimento – tutt’altro che in corpore vili – si è infine tentato a partire dal colpo di Stato del 1917, a San Pietroburgo. Da quel momento, per circa settant’anni, si sono visti i risultati che ottiene uno Stato che ha tutti i poteri in tutti i campi e che proprio per questo si chiama “totalitario”. La reazione è stata presto del tutto negativa, ma il governo – sempre per il bene del popolo, ovviamente – si è mantenuto al potere con la dittatura, col regime poliziesco e con i campi di concentramento per i dissenzienti. Quando finalmente l’incubo è finito, l’esito finale è stato che tutti i Paesi che avevano assaggiato il “socialismo reale” si sono giurati di tenersene accuratamente lontani.
A questo punto si sarebbe potuto lecitamente pensare che il collettivismo fosse definitivamente morto. Ma non è andata così. Anche perché, mentre le persone colte sapevano tutto dell’Unione Sovietica, i popoli dei Paesi più sviluppati e prosperi non avevano provato sulla propria pelle i guasti di quel mondo, e conservavano molte delle vecchie illusioni. E così, ciò che si è rifiutato in teoria, soprattutto perché collegato alla dittatura, in grande misura lo si è accettato in pratica.
Gli intellettuali si illudono spesso che le loro evidenze siano quelle della massa. L’Illuminismo era appassionato di scienza e credeva, con le sue dimostrazioni razionali, di aver distrutto la religione. Si illudeva: il Cristianesimo dell’Ottocento fu certo melenso e sentimentale, ma anche generale e incontrastato. A questo punto si poteva pensare che la scienza avesse perso e che la religione fosse invincibile: ma ancora una volta ci si sarebbe sbagliati. Quando la scienza, sposandosi con la tecnologia, cominciò a trionfare in ogni aspetto della vita, indusse a poco a poco una miscredenza generalizzata. Dove non è riuscito Voltaire, sono riusciti il frigorifero, la lavatrice e il televisore. È rimasto soltanto un Cristianesimo di facciata, un buonismo condito con qualche rito folcloristico. La gente si sposa dinanzi al sacerdote perché l’ambientazione dell’evento è più bella in Chiesa che in Comune, ma se sta male non prega il suo santo protettore, chiama il medico. Quando si fa sul serio, la scienza trionfa.
Anche il collettivismo ha seguito vie diverse da quelle prevedibili. Se ne rifiuta la teoria, perché lo si è visto associato con la dittatura e la miseria, ma si pensa sia un bene che lo Stato regoli le dimensioni e perfino la curvatura delle banane. E così si rischia d’avere uno Stato “totalitario per consenso”. Ognuno si lamenta dei vincoli che si trova a sperimentare personalmente, ma in generale, soprattutto quando riguardano gli altri, li reputa giustificati. L’impressione complessiva, almeno in Italia, è che i cittadini siano una massa di bambini incoscienti che lo Stato deve accudire e guidare, in modo che non si facciano male e non facciano male agli altri. E poiché tutto questo avviene senza Ghestapo e senza NKVD, la gente non si accorge che, dopo avere rinunziato alla propria responsabilità, ha anche svenduto la propria libertà.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

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