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L’Italia per la UE? Un grasso tacchino da spolpare…

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Le vicende ormai note del D.L. 136/2015 c.d. “salva banche” ed il divieto da parte della UE di far intervenire il Fondo di Garanzia dei Depositi per ripagare gli obbligazionisti junior e gli investitori perché considerato “aiuto di Stato” (mentre in effetti si tratta di un fondo interbancario privato) unito alla notizia del salvataggio, questo sì con soldi pubblici, della BANIF da parte del Governo portoghese, portano alla ribalta il problema non più eludibile del senso di questa Unione.

Ormai sta diventando chiaro anche ai commentatori dei media mainstream che per l’Italia le regole si applicano rigidamente e senza deroghe, mentre per tutti gli altri grandi Paesi le regole sono elastiche e le deroghe prassi comuni: dal deficit, che per la Francia può viaggiare per anni sopra al 6%, agli aiuti di Stato, che la Germania può compiere impunemente, come ci fa notare beffardamente il consigliere di Schäuble, Lars Feld, mentre noi dovremo applicare rigorosamente il bail-in a costo di far collassare il sistema bancario e dover chiedere aiuti al MES (con Troika annessa), dall’eccezione (sempre tedesca) al collocamento dei titoli di Stato, che permette loro di tenere artificialmente basso l’interesse sul debito, alle nazionalizzazioni delle banche in difficoltà compiute dall’Olanda (con corollario dell’esproprio dei bond detenuti dai risparmiatori), tutti gli Stati di questa sgangherata UEM hanno potuto interpretare secondo il loro comodo le norme europee. Tutti tranne l’Italia.

La ragione è semplice: noi siamo il concorrente da eliminare ed il tacchino da spolpare.

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Questa era la situazione al 2011: l’Italia, dopo la Cina, era il Paese che più batteva la Germania sui mercati internazionali per numero di prodotti maggiormente concorrenziali. Un avversario da abbattere quindi, o di cui impadronirsi commercialmente. Ed ecco che le politiche di austerità montiane e quelle monetarie della BCE, proseguite poi con i successivi governi, costringono le nostre aziende a chiudere o a svendere le proprie fabbriche ai tanto apprezzati investitori esteri.

Ma, come detto, noi siamo anche il tacchino da spolpare e la ciccia è qui:

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Le famiglie italiane, nonostante la crisi, sono quelle che si sono indebitate meno, che hanno mantenuto una buona propensione al risparmio e che hanno il miglior rapporto risparmio/PIL. Questo è un vero e proprio tesoro che fa gola agli altri Paesi, che hanno un livello di risparmio nazionale scarso e che si sono svenati all’inizio della crisi del 2009 per salvare il loro sistema bancario molto esposto in strumenti finanziari deteriorati (a differenza del nostro che è sempre stato tradizionalmente prudente nell’investire).

Come spiega splendidamente Barra Caracciolo in uno dei suoi ultimi post, il modo per trasferire questa ricchezza dagli italiani agli altri Paesi, ovviamente in primis quelli “core”, passa per il bail-in ed il contestuale divieto di detenere titoli di Stato nazionali da parte delle banche italiane che la Germania ci vuole imporre: con il bail-in gli investitori vedranno passare i loro soldi alle banche per ripianare le perdite, banche che saranno costrette a detenere titoli di Stato esteri anche a tassi negativi, agevolando così il finanziamento degli stessi con guadagno, contemporaneamente lo Stato italiano dovrà finanziarsi solo grazie agli investitori istituzionali esteri (Banche, ma anche fondi pensionistici), i quali fisseranno cosi lo spread evidentemente a livello maggiore, lucrando interessi più alti a carico della fiscalità generale, quindi in ultima analisi attuando un trasferimento di ricchezza dai cittadini italiani tassati ai fondi pensionistici (molti tedeschi) che ridiverranno sostenibili a nostre spese. Praticamente pagheremo le pensioni ai tedeschi permettendo così agli industriali di tenere bassi i salari e rimanere competitivi.

Questa è la vera faccia dell’Unione Europea: un sistema predatorio che permette agli stati del Nord di vivere e prosperare (naturalmente solo le élite…) alle spalle di quelli periferici del Sud, depredandoli e spogliandoli delle loro imprese e dei loro beni in nome di un moralismo economico falso ed ipocrita. E l’Italia è la preda più ambita.

Vogliamo aspettare che ci spolpino?

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