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L’ITALIA NON FACCIA LA FINE DELL’ARGENTINA (di Cristian Brutti – Attivista Pentastellato di Perugia)

L’ITALIA NON FACCIA LA FINE DELL’ARGENTINA.

(di Cristian Brutti)

brutti

 

Il default dell’Argentina del 2001, costato quasi cento miliardi di dollari, continua a terrorizzare: il Paese sudamericano è stato recentemente condannato dalla Corte Suprema degli Stati Uniti d’America a pagare 1,3 miliardi di dollari agli Hedge Funds per i famosi Tango bond.

tango bond 1

 

La condanna emessa dalla Corte statunitense (quindi da un organo giurisdizionale di uno Stato sovrano nei confronti di un altro Stato sovrano) ha costretto il Presidente argentino, Cristina Kirchner, a rassicurare la comunità internazionale che non sussiste il rischio di un nuovo crack.

tango bond 2

In realtà il Paese sudamericano rischia un default tecnico dal quale discenderebbe l’impossibilità di reperire fondi nei mercati internazionali con gravissime ripercussioni per la popolazione argentina. La vicenda è nota. In Italia specialmente a quei piccoli risparmiatori (450mila) che a causa dei bond argentini hanno perso gran parte del loro patrimonio: in molti (il 90%) hanno aderito alle Offerte pubbliche di scambio volontarie del 2005 e del 2010, con le quali l’Argentina ha sostituito le vecchie obbligazioni con nuovi titoli svalutati del 70%. Il crack argentino rischia di ripetersi nonostante la ristrutturazione del debito: il danno per il Paese sudamericano sarebbe incalcolabile. A loro volta, i risparmiatori italiani rischiano di perdere tutto. Affinché la storia insegni, giova operare una breve sintesi generale della vicenda, tratta da fonti qualificate, come la Relazione della Consob alla Commissione Finanze della Camera dei Deputati del 27 Aprile 2004, specialmente per comprendere appieno il ruolo di certe banche italiane.

consob

La stampa specializzata, già dal Maggio del 2000, definiva a rischio la situazione di Buenos Aires, tanto che gli esperti sconsigliavano l’acquisto dei bond argentini: gli intermediari professionali e in primo luogo gli istituti bancari avrebbero, sin da quella data, potuto e dovuto allertare i propri clienti sui rischi connessi con l’acquisto di tali obbligazioni, così come la normativa imponeva di fare. Essi, quindi, avrebbero dovuto informare i clienti che si trattava di prodotti ad alto rischio, adatti unicamente per investitori speculativi ed in condizioni di valutare e di sostenere rischi speciali. Invece, le obbligazioni argentine sono state vendute in Italia da alcune banche quando ormai era noto alle stesse il default argentino o la sua imminenza. Peraltro, certi istituti di credito hanno venduto i titoli argentini ai comuni risparmiatori, c.d. clienti “retail”, cioè proprio a quei clienti meno informati sull’andamento dei mercati e che normalmente richiedono investimenti sicuri. Ed è proprio l’esigenza di sicurezza – spiega la Consob – che ha determinato l’ampia diffusione dei titoli argentini presso la clientela retail, in quanto rassicurata dal fatto che i titoli erano emessi da uno Stato sovrano, il che ha ingenerato un particolare affidamento in capo al risparmiatore disinformato. Nella sua Relazione alla Commissione Finanza della Camera dei Deputati, la Consob ha posto chiaramente in evidenza che agli intermediari finanziari era perfettamente nota la rischiosità dell’investimento in relazione al basso merito di credito attribuito dalle agenzie di rating alla Repubblica argentina. Infatti – continua la Consob – sin dal 1999, le principali agenzie di rating, quali Moody’s, Standard & Poor’s e Fict, assegnavano alle obbligazioni argentine un rating “BB”, considerato ad alto rischio. Ciò posto, già dal 1999 il rating “BB” assegnato ai bond argentini dimostrava che si era al di fuori della “categoria investimento” e già nell’ambito della “categoria speculativa”, la quale è caratterizzata da grandi incertezze ed esposizione ad avverse condizioni economiche, finanziarie e settoriali. Inoltre, dal 1999 in poi, la situazione è ovviamente andata sempre peggiorando fino a giungere alla categoria default. Anche il Ministro dell’Economia dell’Argentina dell’epoca, Roberto Lavagna, ha avuto modo di affermare tali circostanze, chiarendo il contegno tenuto da talune banche italiane sul punto: “molti bond argentini sono stati venduti dalle istituzioni finanziarie quando la crisi era già evidente e le istituzioni erano già ben informate.

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Qualcuno ha quindi tratto vantaggio dalle asimmetrie informative. Le banche sapevano benissimo come andavano le cose a Buenos Aires, ma non i risparmiatori, ai quali le banche hanno offerto fino all’ultimo la sottoscrizione di obbligazioni, quando già ben si conosceva il rischio paese ed il dissesto imminente” (Intervento del Ministro Lavagna presso la Banca Interamericana di Sviluppo in Milano, il 25 marzo 2003). Addirittura certi istituti bancari avevano già bond argentini nel loro portafoglio e, benché conoscessero la situazione e l’imminenza del default e, quindi, l’altissimo rischio dell’investimento, li hanno del tutto inopinatamente consigliati ai clienti, nel tentativo di liberarsene. Tornando all’attualità e all’insegnamento che dobbiamo trarre dalla storia, la Presidentessa argentina ha ricostruito – a reti unificate – i fatti, in primo luogo, per rassicurare i risparmiatori che l’Argentina continuerà a rimborsare coloro che hanno aderito al concambio, ma soprattutto per significare all’intero Pianeta che la condanna della Corte suprema americana va oltre il caso di specie giacché rafforza un modello economico su scala globale che non esita ad impoverire i Popoli. La vicenda argentina dovrebbe far riflettere l’Eurozona, specialmente dopo i “consigli” che il Fondo monetario internazionale ha dato alla Banca centrale europea sugli acquisti di debito pubblico dei Paesi dell’Unione. La sentenza della Corte statunitense dimostra ancora una volta (qualora ce ne fosse bisogno) che a livello globale le decisioni dei governi sono pesantemente condizionate dall’attuale modello finanziario. In Italia lo stiamo provando sulla nostra pelle, la politica economica è infatti fortemente condizionata dai vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali. L’attività della Parlamento italiano, del Governo e della Magistratura sono sottoposte non solo al vaglio della Corte Costituzionale, ma anche a quello della Corte di giustizia dell’Unione europea e della Corte europea dei diritti dell’uomo. Il Legislatore italiano è costantemente chiamato a confrontarsi con l’ordinamento dell’Unione europea e con i trattati internazionali: i vincoli che ne derivano sono talmente rilevanti che i collegamenti dell’azione giurisdizionale della Corte costituzionale, della Corte di Strasburgo e della Corte di Lussemburgo, possono sempre porre nel nulla il provvedimento legislativo nazionale in contrasto con l’ordinamento comunitario e/o con i trattati stessi. Alla luce dei condizionamenti derivanti dagli obblighi internazionali e dall’attuale modello economico globale, la vicenda argentina rappresenta un monito inquietante per un Paese fortemente indebitato come il nostro; debito nelle mani di un sistema bancario che, almeno in alcuni casi, ha dimostrato come agisce in caso di bisogno.

 

Cristian Brutti

Avvocato Attivista Cinquestelle

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  • […] Source: L’ITALIA NON FACCIA LA FINE DELL’ARGENTINA (di C ristian Brutti – Meetup Perugia Centro M5S) […]

  • […] “Il default dell’Argentina del 2001, costato quasi cento miliardi di dollari, continua a terrorizzare: il Paese sudamericano è stato recentemente condannato dalla Corte Suprema degli Stati Uniti d’America a pagare 1,3 miliardi di dollari agli Hedge Funds per i famosi Tango bond. La condanna emessa dalla Corte statunitense (quindi da un organo giurisdizionale di uno Stato sovrano nei confronti di un altro Stato sovrano) ha costretto il Presidente argentino, Cristina Kirchner, a rassicurare la comunità internazionale che non sussiste il rischio di un nuovo crack. In realtà il Paese sudamericano rischia un default tecnico dal quale discenderebbe l’impossibilità di reperire fondi nei mercati internazionali con gravissime ripercussioni per la popolazione argentina. La vicenda è nota. In Italia specialmente a quei piccoli risparmiatori (450mila) che a causa dei bond argentini hanno perso gran parte del loro patrimonio: in molti (il 90%) hanno aderito alle Offerte pubbliche di scambio volontarie del 2005 e del 2010, con le quali l’Argentina ha sostituito le vecchie obbligazioni con nuovi titoli svalutati del 70%. Il crack argentino rischia di ripetersi nonostante la ristrutturazione del debito: il danno per il Paese sudamericano sarebbe incalcolabile. A loro volta, i risparmiatori italiani rischiano di perdere tutto. Affinché la storia insegni, giova operare una breve sintesi generale della vicenda, tratta da fonti qualificate, come la Relazione della Consob alla Commissione Finanze della Camera dei Deputati del 27 Aprile 2004, specialmente per comprendere appieno il ruolo di certe banche italiane. La stampa specializzata, già dal Maggio del 2000, definiva a rischio la situazione di Buenos Aires, tanto che gli esperti sconsigliavano l’acquisto dei bond argentini: gli intermediari professionali e in primo luogo gli istituti bancari avrebbero, sin da quella data, potuto e dovuto allertare i propri clienti sui rischi connessi con l’acquisto di tali obbligazioni, così come la normativa imponeva di fare. Essi, quindi, avrebbero dovuto informare i clienti che si trattava di prodotti ad alto rischio, adatti unicamente per investitori speculativi ed in condizioni di valutare e di sostenere rischi speciali. Invece, le obbligazioni argentine sono state vendute in Italia da alcune banche quando ormai era noto alle stesse il default argentino o la sua imminenza. Peraltro, certi istituti di credito hanno venduto i titoli argentini ai comuni risparmiatori, c.d. clienti “retail”, cioè proprio a quei clienti meno informati sull’andamento dei mercati e che normalmente richiedono investimenti sicuri. Ed è proprio l’esigenza di sicurezza – spiega la Consob – che ha determinato l’ampia diffusione dei titoli argentini presso la clientela retail, in quanto rassicurata dal fatto che i titoli erano emessi da uno Stato sovrano, il che ha ingenerato un particolare affidamento in capo al risparmiatore disinformato. Nella sua Relazione alla Commissione Finanza della Camera dei Deputati, la Consob ha posto chiaramente in evidenza che agli intermediari finanziari era perfettamente nota la rischiosità dell’investimento in relazione al basso merito di credito attribuito dalle agenzie di rating alla Repubblica argentina. Infatti – continua la Consob – sin dal 1999, le principali agenzie di rating, quali Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch, assegnavano alle obbligazioni argentine un rating “BB”, considerato ad alto rischio. Ciò posto, già dal 1999 il rating “BB” assegnato ai bond argentini dimostrava che si era al di fuori della “categoria investimento” e già nell’ambito della “categoria speculativa”, la quale è caratterizzata da grandi incertezze ed esposizione ad avverse condizioni economiche, finanziarie e settoriali. Inoltre, dal 1999 in poi, la situazione è ovviamente andata sempre peggiorando fino a giungere alla categoria default. Anche il Ministro dell’Economia dell’Argentina dell’epoca, Roberto Lavagna, ha avuto modo di affermare tali circostanze, chiarendo il contegno tenuto da talune banche italiane sul punto: “molti bond argentini sono stati venduti dalle istituzioni finanziarie quando la crisi era già evidente e le istituzioni erano già ben informate. Qualcuno ha quindi tratto vantaggio dalle asimmetrie informative. Le banche sapevano benissimo come andavano le cose a Buenos Aires, ma non i risparmiatori, ai quali le banche hanno offerto fino all’ultimo la sottoscrizione di obbligazioni, quando già ben si conosceva il rischio paese ed il dissesto imminente” (Intervento del Ministro Lavagna presso la Banca Interamericana di Sviluppo in Milano, il 25 marzo 2003). Addirittura certi istituti bancari avevano già bond argentini nel loro portafoglio e, benché conoscessero la situazione e l’imminenza del default e, quindi, l’altissimo rischio dell’investimento, li hanno del tutto inopinatamente consigliati ai clienti, nel tentativo di liberarsene. Tornando all’attualità e all’insegnamento che dobbiamo trarre dalla storia, la Presidentessa argentina ha ricostruito – a reti unificate – i fatti, in primo luogo, per rassicurare i risparmiatori che l’Argentina continuerà a rimborsare coloro che hanno aderito al concambio, ma soprattutto per significare all’intero Pianeta che la condanna della Corte suprema americana va oltre il caso di specie giacché rafforza un modello economico su scala globale che non esita ad impoverire i Popoli. La vicenda argentina dovrebbe far riflettere l’Eurozona, specialmente dopo i “consigli” che il Fondo monetario internazionale (FMI) ha dato alla Banca centrale europea (BCE) sugli acquisti di debito pubblico dei Paesi dell’Unione. La sentenza della Corte statunitense dimostra ancora una volta (qualora ce ne fosse bisogno) che a livello globale le decisioni dei governi sono pesantemente condizionate dall’attuale modello finanziario. In Italia lo stiamo provando sulla nostra pelle, la politica economica è infatti fortemente condizionata dai vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali. L’attività della Parlamento italiano, del Governo e della Magistratura sono sottoposte non solo al vaglio della Corte Costituzionale, ma anche a quello della Corte di giustizia dell’Unione europea e della Corte europea dei diritti dell’uomo. Il Legislatore italiano è costantemente chiamato a confrontarsi con l’ordinamento dell’Unione europea e con i trattati internazionali: i vincoli che ne derivano sono talmente rilevanti che i collegamenti dell’azione giurisdizionale della Corte costituzionale, della Corte di Strasburgo e della Corte di Lussemburgo, possono sempre porre nel nulla il provvedimento legislativo nazionale in contrasto con l’ordinamento comunitario e/o con i trattati stessi. Alla luce dei condizionamenti derivanti dagli obblighi internazionali e dall’attuale modello economico globale, la vicenda argentina rappresenta un monito inquietante per un Paese fortemente indebitato come il nostro; debito nelle mani di un sistema bancario che, almeno in alcuni casi, ha dimostrato come agisce in caso di bisogno.” Avv. Cristian Brutti […]

  • […] […]

  • […] “Il default dell’Argentina del 2001, costato quasi cento miliardi di dollari, continua a terrorizzare: il Paese sudamericano è stato recentemente condannato dalla Corte Suprema degli Stati Uniti d’America a pagare 1,3 miliardi di dollari agli Hedge Funds per i famosi Tango bond. La condanna emessa dalla Corte statunitense (quindi da un organo giurisdizionale di uno Stato sovrano nei confronti di un altro Stato sovrano) ha costretto il Presidente argentino, Cristina Kirchner, a rassicurare la comunità internazionale che non sussiste il rischio di un nuovo crack. In realtà il Paese sudamericano rischia un default tecnico dal quale discenderebbe l’impossibilità di reperire fondi nei mercati internazionali con gravissime ripercussioni per la popolazione argentina. La vicenda è nota. In Italia specialmente a quei piccoli risparmiatori (450mila) che a causa dei bond argentini hanno perso gran parte del loro patrimonio: in molti (il 90%) hanno aderito alle Offerte pubbliche di scambio volontarie del 2005 e del 2010, con le quali l’Argentina ha sostituito le vecchie obbligazioni con nuovi titoli svalutati del 70%. Il crack argentino rischia di ripetersi nonostante la ristrutturazione del debito: il danno per il Paese sudamericano sarebbe incalcolabile. A loro volta, i risparmiatori italiani rischiano di perdere tutto. Affinché la storia insegni, giova operare una breve sintesi generale della vicenda, tratta da fonti qualificate, come la Relazione della Consob alla Commissione Finanze della Camera dei Deputati del 27 Aprile 2004, specialmente per comprendere appieno il ruolo di certe banche italiane. La stampa specializzata, già dal Maggio del 2000, definiva a rischio la situazione di Buenos Aires, tanto che gli esperti sconsigliavano l’acquisto dei bond argentini: gli intermediari professionali e in primo luogo gli istituti bancari avrebbero, sin da quella data, potuto e dovuto allertare i propri clienti sui rischi connessi con l’acquisto di tali obbligazioni, così come la normativa imponeva di fare. Essi, quindi, avrebbero dovuto informare i clienti che si trattava di prodotti ad alto rischio, adatti unicamente per investitori speculativi ed in condizioni di valutare e di sostenere rischi speciali. Invece, le obbligazioni argentine sono state vendute in Italia da alcune banche quando ormai era noto alle stesse il default argentino o la sua imminenza. Peraltro, certi istituti di credito hanno venduto i titoli argentini ai comuni risparmiatori, c.d. clienti “retail”, cioè proprio a quei clienti meno informati sull’andamento dei mercati e che normalmente richiedono investimenti sicuri. Ed è proprio l’esigenza di sicurezza – spiega la Consob – che ha determinato l’ampia diffusione dei titoli argentini presso la clientela retail, in quanto rassicurata dal fatto che i titoli erano emessi da uno Stato sovrano, il che ha ingenerato un particolare affidamento in capo al risparmiatore disinformato. Nella sua Relazione alla Commissione Finanza della Camera dei Deputati, la Consob ha posto chiaramente in evidenza che agli intermediari finanziari era perfettamente nota la rischiosità dell’investimento in relazione al basso merito di credito attribuito dalle agenzie di rating alla Repubblica argentina. Infatti – continua la Consob – sin dal 1999, le principali agenzie di rating, quali Moody’s,Standard & Poor’s e Fitch, assegnavano alle obbligazioni argentine un rating “BB”, considerato ad alto rischio. Ciò posto, già dal 1999 il rating “BB” assegnato ai bond argentini dimostrava che si era al di fuori della “categoria investimento” e già nell’ambito della “categoria speculativa”, la quale è caratterizzata da grandi incertezze ed esposizione ad avverse condizioni economiche, finanziarie e settoriali. Inoltre, dal 1999 in poi, la situazione è ovviamente andata sempre peggiorando fino a giungere alla categoria default. Anche il Ministro dell’Economia dell’Argentina dell’epoca, Roberto Lavagna, ha avuto modo di affermare tali circostanze, chiarendo il contegno tenuto da talune banche italiane sul punto: “molti bond argentini sono stati venduti dalle istituzioni finanziarie quando la crisi era già evidente e le istituzioni erano già ben informate. Qualcuno ha quindi tratto vantaggio dalle asimmetrie informative. Le banche sapevano benissimo come andavano le cose a Buenos Aires, ma non i risparmiatori, ai quali le banche hanno offerto fino all’ultimo la sottoscrizione di obbligazioni, quando già ben si conosceva il rischio paese ed il dissesto imminente” (Intervento del Ministro Lavagna presso la Banca Interamericana di Sviluppo in Milano, il 25 marzo 2003). Addirittura certi istituti bancari avevano già bond argentini nel loro portafoglio e, benché conoscessero la situazione e l’imminenza del default e, quindi, l’altissimo rischio dell’investimento, li hanno del tutto inopinatamente consigliati ai clienti, nel tentativo di liberarsene. Tornando all’attualità e all’insegnamento che dobbiamo trarre dalla storia, la Presidentessa argentina ha ricostruito – a reti unificate – i fatti, in primo luogo, per rassicurare i risparmiatori che l’Argentina continuerà a rimborsare coloro che hanno aderito al concambio, ma soprattutto per significare all’intero Pianeta che la condanna della Corte suprema americana va oltre il caso di specie giacché rafforza un modello economico su scala globale che non esita ad impoverire i Popoli. La vicenda argentina dovrebbe far riflettere l’Eurozona, specialmente dopo i “consigli” che il Fondo monetario internazionale (FMI) ha dato alla Banca centrale europea (BCE) sugli acquisti di debito pubblico dei Paesi dell’Unione. La sentenza della Corte statunitense dimostra ancora una volta (qualora ce ne fosse bisogno) che a livello globale le decisioni dei governi sono pesantemente condizionate dall’attuale modello finanziario. In Italia lo stiamo provando sulla nostra pelle, la politica economica è infatti fortemente condizionata dai vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali. L’attività della Parlamento italiano, del Governo e della Magistratura sono sottoposte non solo al vaglio della Corte Costituzionale, ma anche a quello della Corte di giustizia dell’Unione europea e della Corte europea dei diritti dell’uomo. Il Legislatore italiano è costantemente chiamato a confrontarsi con l’ordinamento dell’Unione europea e con i trattati internazionali: i vincoli che ne derivano sono talmente rilevanti che i collegamenti dell’azione giurisdizionale della Corte costituzionale, della Corte di Strasburgo e della Corte di Lussemburgo, possono sempre porre nel nulla il provvedimento legislativo nazionale in contrasto con l’ordinamento comunitario e/o con i trattati stessi. Alla luce dei condizionamenti derivanti dagli obblighi internazionali e dall’attuale modello economico globale, la vicenda argentina rappresenta un monito inquietante per un Paese fortemente indebitato come il nostro; debito nelle mani di un sistema bancario che, almeno in alcuni casi, ha dimostrato come agisce in caso di bisogno.” Avv. Cristian Brutti […]

  • […] “Il default dell’Argentina del 2001, costato quasi cento miliardi di dollari, continua a terrorizzare: il Paese sudamericano è stato recentemente condannato dalla Corte Suprema degli Stati Uniti d’America a pagare 1,3 miliardi di dollari agli Hedge Funds per i famosi Tango bond. La condanna emessa dalla Corte statunitense (quindi da un organo giurisdizionale di uno Stato sovrano nei confronti di un altro Stato sovrano) ha costretto il Presidente argentino, Cristina Kirchner, a rassicurare la comunità internazionale che non sussiste il rischio di un nuovo crack. In realtà il Paese sudamericano rischia un default tecnico dal quale discenderebbe l’impossibilità di reperire fondi nei mercati internazionali con gravissime ripercussioni per la popolazione argentina. La vicenda è nota. In Italia specialmente a quei piccoli risparmiatori (450mila) che a causa dei bond argentini hanno perso gran parte del loro patrimonio: in molti (il 90%) hanno aderito alle Offerte pubbliche di scambio volontarie del 2005 e del 2010, con le quali l’Argentina ha sostituito le vecchie obbligazioni con nuovi titoli svalutati del 70%. Il crack argentino rischia di ripetersi nonostante la ristrutturazione del debito: il danno per il Paese sudamericano sarebbe incalcolabile. A loro volta, i risparmiatori italiani rischiano di perdere tutto. Affinché la storia insegni, giova operare una breve sintesi generale della vicenda, tratta da fonti qualificate, come la Relazione della Consob alla Commissione Finanze della Camera dei Deputati del 27 Aprile 2004, specialmente per comprendere appieno il ruolo di certe banche italiane. La stampa specializzata, già dal Maggio del 2000, definiva a rischio la situazione di Buenos Aires, tanto che gli esperti sconsigliavano l’acquisto dei bond argentini: gli intermediari professionali e in primo luogo gli istituti bancari avrebbero, sin da quella data, potuto e dovuto allertare i propri clienti sui rischi connessi con l’acquisto di tali obbligazioni, così come la normativa imponeva di fare. Essi, quindi, avrebbero dovuto informare i clienti che si trattava di prodotti ad alto rischio, adatti unicamente per investitori speculativi ed in condizioni di valutare e di sostenere rischi speciali. Invece, le obbligazioni argentine sono state vendute in Italia da alcune banche quando ormai era noto alle stesse il default argentino o la sua imminenza. Peraltro, certi istituti di credito hanno venduto i titoli argentini ai comuni risparmiatori, c.d. clienti “retail”, cioè proprio a quei clienti meno informati sull’andamento dei mercati e che normalmente richiedono investimenti sicuri. Ed è proprio l’esigenza di sicurezza – spiega la Consob – che ha determinato l’ampia diffusione dei titoli argentini presso la clientela retail, in quanto rassicurata dal fatto che i titoli erano emessi da uno Stato sovrano, il che ha ingenerato un particolare affidamento in capo al risparmiatore disinformato. Nella sua Relazione alla Commissione Finanza della Camera dei Deputati, la Consob ha posto chiaramente in evidenza che agli intermediari finanziari era perfettamente nota la rischiosità dell’investimento in relazione al basso merito di credito attribuito dalle agenzie di rating alla Repubblica argentina. Infatti – continua la Consob – sin dal 1999, le principali agenzie di rating, quali Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch, assegnavano alle obbligazioni argentine un rating “BB”, considerato ad alto rischio. Ciò posto, già dal 1999 il rating “BB” assegnato ai bond argentini dimostrava che si era al di fuori della “categoria investimento” e già nell’ambito della “categoria speculativa”, la quale è caratterizzata da grandi incertezze ed esposizione ad avverse condizioni economiche, finanziarie e settoriali. Inoltre, dal 1999 in poi, la situazione è ovviamente andata sempre peggiorando fino a giungere alla categoria default. Anche il Ministro dell’Economia dell’Argentina dell’epoca, Roberto Lavagna, ha avuto modo di affermare tali circostanze, chiarendo il contegno tenuto da talune banche italiane sul punto: “molti bond argentini sono stati venduti dalle istituzioni finanziarie quando la crisi era già evidente e le istituzioni erano già ben informate. Qualcuno ha quindi tratto vantaggio dalle asimmetrie informative. Le banche sapevano benissimo come andavano le cose a Buenos Aires, ma non i risparmiatori, ai quali le banche hanno offerto fino all’ultimo la sottoscrizione di obbligazioni, quando già ben si conosceva il rischio paese ed il dissesto imminente” (Intervento del Ministro Lavagna presso la Banca Interamericana di Sviluppo in Milano, il 25 marzo 2003). Addirittura certi istituti bancari avevano già bond argentini nel loro portafoglio e, benché conoscessero la situazione e l’imminenza del default e, quindi, l’altissimo rischio dell’investimento, li hanno del tutto inopinatamente consigliati ai clienti, nel tentativo di liberarsene. Tornando all’attualità e all’insegnamento che dobbiamo trarre dalla storia, la Presidentessa argentina ha ricostruito – a reti unificate – i fatti, in primo luogo, per rassicurare i risparmiatori che l’Argentina continuerà a rimborsare coloro che hanno aderito al concambio, ma soprattutto per significare all’intero Pianeta che la condanna della Corte suprema americana va oltre il caso di specie giacché rafforza un modello economico su scala globale che non esita ad impoverire i Popoli. La vicenda argentina dovrebbe far riflettere l’Eurozona, specialmente dopo i “consigli” che il Fondo monetario internazionale (FMI) ha dato alla Banca centrale europea (BCE) sugli acquisti di debito pubblico dei Paesi dell’Unione. La sentenza della Corte statunitense dimostra ancora una volta (qualora ce ne fosse bisogno) che a livello globale le decisioni dei governi sono pesantemente condizionate dall’attuale modello finanziario. In Italia lo stiamo provando sulla nostra pelle, la politica economica è infatti fortemente condizionata dai vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali. L’attività della Parlamento italiano, del Governo e della Magistratura sono sottoposte non solo al vaglio della Corte Costituzionale, ma anche a quello della Corte di giustizia dell’Unione europea e della Corte europea dei diritti dell’uomo. Il Legislatore italiano è costantemente chiamato a confrontarsi con l’ordinamento dell’Unione europea e con i trattati internazionali: i vincoli che ne derivano sono talmente rilevanti che i collegamenti dell’azione giurisdizionale della Corte costituzionale, della Corte di Strasburgo e della Corte di Lussemburgo, possono sempre porre nel nulla il provvedimento legislativo nazionale in contrasto con l’ordinamento comunitario e/o con i trattati stessi. Alla luce dei condizionamenti derivanti dagli obblighi internazionali e dall’attuale modello economico globale, la vicenda argentina rappresenta un monito inquietante per un Paese fortemente indebitato come il nostro; debito nelle mani di un sistema bancario che, almeno in alcuni casi, ha dimostrato come agisce in caso di bisogno.” Avv. Cristian Brutti […]

  • […] “Il default dell’Argentina del 2001, costato quasi cento miliardi di dollari, continua a terrorizzare: il Paese sudamericano è stato recentemente condannato dalla Corte Suprema degli Stati Uniti d’America a pagare 1,3 miliardi di dollari agliHedge Funds per i famosi Tango bond. La condanna emessa dalla Corte statunitense (quindi da un organo giurisdizionale di uno Stato sovrano nei confronti di un altro Stato sovrano) ha costretto il Presidente argentino, Cristina Kirchner, a rassicurare la comunità internazionale che non sussiste il rischio di un nuovo crack. In realtà il Paese sudamericano rischia un default tecnico dal quale discenderebbe l’impossibilità di reperire fondi nei mercati internazionali con gravissime ripercussioni per la popolazione argentina. La vicenda è nota. In Italia specialmente a quei piccoli risparmiatori (450mila)che a causa dei bond argentini hanno perso gran parte del loro patrimonio: in molti (il 90%) hanno aderito alle Offerte pubbliche di scambio volontarie del 2005 e del 2010, con le quali l’Argentina ha sostituito le vecchie obbligazioni con nuovi titoli svalutati del 70%. Il crack argentino rischia di ripetersi nonostante la ristrutturazione del debito: il danno per il Paese sudamericano sarebbe incalcolabile. A loro volta, i risparmiatori italiani rischiano di perdere tutto. Affinché la storia insegni, giova operare una breve sintesi generale della vicenda, tratta da fonti qualificate, come la Relazione della Consob alla Commissione Finanze della Camera dei Deputati del 27 Aprile 2004, specialmente per comprendere appieno il ruolo di certe banche italiane. La stampa specializzata, già dal Maggio del 2000, definiva a rischio la situazione di Buenos Aires, tanto che gli esperti sconsigliavano l’acquisto dei bond argentini: gli intermediari professionali e in primo luogo gli istituti bancari avrebbero, sin da quella data, potuto e dovuto allertare i propri clienti sui rischi connessi con l’acquisto di tali obbligazioni, così come la normativa imponeva di fare. Essi, quindi, avrebbero dovuto informare i clienti che si trattava di prodotti ad alto rischio, adatti unicamente per investitori speculativi ed in condizioni di valutare e di sostenere rischi speciali. Invece, le obbligazioni argentine sono state vendute in Italia da alcune banche quando ormai era noto alle stesse il default argentino o la sua imminenza. Peraltro, certi istituti di credito hanno venduto i titoli argentini ai comuni risparmiatori, c.d. clienti “retail”, cioè proprio a quei clienti meno informati sull’andamento dei mercati e che normalmente richiedono investimenti sicuri. Ed è proprio l’esigenza di sicurezza – spiega la Consob – che ha determinato l’ampia diffusione dei titoli argentini presso la clientela retail, in quanto rassicurata dal fatto che i titoli erano emessi da uno Stato sovrano, il che ha ingenerato un particolare affidamento in capo al risparmiatore disinformato. Nella sua Relazione alla Commissione Finanza della Camera dei Deputati, la Consob ha posto chiaramente in evidenza che agli intermediari finanziari era perfettamente nota la rischiosità dell’investimento in relazione al basso merito di credito attribuito dalle agenzie di rating alla Repubblica argentina. Infatti – continua la Consob – sin dal 1999, le principali agenzie di rating, qualiMoody’s, Standard & Poor’s e Fitch, assegnavano alle obbligazioni argentine un rating “BB”, considerato ad alto rischio. Ciò posto, già dal 1999 il rating “BB” assegnato ai bond argentini dimostrava che si era al di fuori della “categoria investimento” e già nell’ambito della “categoria speculativa”, la quale è caratterizzata da grandi incertezze ed esposizione ad avverse condizioni economiche, finanziarie e settoriali. Inoltre, dal 1999 in poi, la situazione è ovviamente andata sempre peggiorando fino a giungere alla categoria default. Anche il Ministro dell’Economia dell’Argentina dell’epoca, Roberto Lavagna, ha avuto modo di affermare tali circostanze, chiarendo il contegno tenuto da talune banche italiane sul punto: “molti bond argentini sono stati venduti dalle istituzioni finanziarie quando la crisi era già evidente e le istituzioni erano già ben informate. Qualcuno ha quindi tratto vantaggio dalle asimmetrie informative. Le banche sapevano benissimo come andavano le cose a Buenos Aires, ma non i risparmiatori, ai quali le banche hanno offerto fino all’ultimo la sottoscrizione di obbligazioni, quando già ben si conosceva il rischio paese ed il dissesto imminente” (Intervento del Ministro Lavagna presso la Banca Interamericana di Sviluppo in Milano, il 25 marzo 2003). Addirittura certi istituti bancari avevano già bond argentini nel loro portafoglio e, benché conoscessero la situazione e l’imminenza del default e, quindi, l’altissimo rischio dell’investimento, li hanno del tutto inopinatamente consigliati ai clienti, nel tentativo di liberarsene. Tornando all’attualità e all’insegnamento che dobbiamo trarre dalla storia, la Presidentessa argentina ha ricostruito – a reti unificate – i fatti, in primo luogo, per rassicurare i risparmiatori che l’Argentina continuerà a rimborsare coloro che hanno aderito al concambio, ma soprattutto per significare all’intero Pianeta che la condanna della Corte suprema americana va oltre il caso di specie giacché rafforza un modello economico su scala globale che non esita ad impoverire i Popoli. La vicenda argentina dovrebbe far riflettere l’Eurozona, specialmente dopo i “consigli” che il Fondo monetario internazionale (FMI) ha dato alla Banca centrale europea (BCE) sugli acquisti di debito pubblico dei Paesi dell’Unione. La sentenza della Corte statunitense dimostra ancora una volta (qualora ce ne fosse bisogno) che a livello globale le decisioni dei governi sono pesantemente condizionate dall’attuale modello finanziario. In Italia lo stiamo provando sulla nostra pelle, la politica economica è infatti fortemente condizionata dai vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali. L’attività della Parlamento italiano, del Governo e della Magistratura sono sottoposte non solo al vaglio della Corte Costituzionale, ma anche a quello della Corte di giustizia dell’Unione europea e della Corte europea dei diritti dell’uomo. Il Legislatore italiano è costantemente chiamato a confrontarsi con l’ordinamento dell’Unione europea e con i trattati internazionali: i vincoli che ne derivano sono talmente rilevanti che i collegamenti dell’azione giurisdizionale della Corte costituzionale, della Corte di Strasburgo e della Corte di Lussemburgo, possono sempre porre nel nulla il provvedimento legislativo nazionale in contrasto con l’ordinamento comunitario e/o con i trattati stessi. Alla luce dei condizionamenti derivanti dagli obblighi internazionali e dall’attuale modello economico globale, la vicenda argentina rappresenta un monito inquietante per un Paese fortemente indebitato come il nostro; debito nelle mani di un sistema bancario che, almeno in alcuni casi, ha dimostrato come agisce in caso di bisogno.” Avv. Cristian Brutti […]

  • […] “Il default dell’Argentina del 2001, costato quasi cento miliardi di dollari, continua a terrorizzare: il Paese sudamericano è stato recentemente condannato dalla Corte Suprema degli Stati Uniti d’America a pagare 1,3 miliardi di dollari agli Hedge Funds per i famosi Tango bond.La condanna emessa dalla Corte statunitense (quindi da un organo giurisdizionale di uno Stato sovrano nei confronti di un altro Stato sovrano) ha costretto il Presidente argentino, Cristina Kirchner, a rassicurare la comunità internazionale che non sussiste il rischio di un nuovo crack. In realtà il Paese sudamericano rischia un default tecnico dal quale discenderebbe l’impossibilità di reperire fondi nei mercati internazionali con gravissime ripercussioni per la popolazione argentina.La vicenda è nota. In Italia specialmente a quei piccoli risparmiatori (450mila) che a causa dei bond argentini hanno perso gran parte del loro patrimonio: in molti (il 90%) hanno aderito alle Offerte pubbliche di scambio volontarie del 2005 e del 2010, con le quali l’Argentina ha sostituito le vecchie obbligazioni con nuovi titoli svalutati del 70%. Il crack argentino rischia di ripetersi nonostante la ristrutturazione del debito: il danno per il Paese sudamericano sarebbe incalcolabile. A loro volta, i risparmiatori italiani rischiano di perdere tutto.Affinché la storia insegni, giova operare una breve sintesi generale della vicenda, tratta da fonti qualificate, come la Relazione della Consob alla Commissione Finanze della Camera dei Deputati del 27 Aprile 2004, specialmente per comprendere appieno il ruolo di certe banche italiane.La stampa specializzata, già dal Maggio del 2000, definiva a rischio la situazione di Buenos Aires, tanto che gli esperti sconsigliavano l’acquisto dei bond argentini: gli intermediari professionali e in primo luogo gli istituti bancari avrebbero, sin da quella data, potuto e dovuto allertare i propri clienti sui rischi connessi con l’acquisto di tali obbligazioni, così come la normativa imponeva di fare. Essi, quindi, avrebbero dovuto informare i clienti che si trattava di prodotti ad alto rischio, adatti unicamente per investitori speculativi ed in condizioni di valutare e di sostenere rischi speciali.Invece, le obbligazioni argentine sono state vendute in Italia da alcune banche quando ormai era noto alle stesse il default argentino o la sua imminenza. Peraltro, certi istituti di credito hanno venduto i titoli argentini ai comuni risparmiatori, c.d. clienti “retail”, cioè proprio a quei clienti meno informati sull’andamento dei mercati e che normalmente richiedono investimenti sicuri. Ed è proprio l’esigenza di sicurezza – spiega la Consob – che ha determinato l’ampia diffusione dei titoli argentini presso la clientela retail, in quanto rassicurata dal fatto che i titoli erano emessi da uno Stato sovrano, il che ha ingenerato un particolare affidamento in capo al risparmiatore disinformato. Nella sua Relazione alla Commissione Finanza della Camera dei Deputati, la Consob ha posto chiaramente in evidenza che agli intermediari finanziari era perfettamente nota la rischiosità dell’investimento in relazione al basso merito di credito attribuito dalle agenzie di rating alla Repubblica argentina.Infatti – continua la Consob – sin dal 1999, le principali agenzie di rating, quali Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch, assegnavano alle obbligazioni argentine un rating “BB”, considerato ad alto rischio. Ciò posto, già dal 1999 il rating “BB” assegnato ai bond argentini dimostrava che si era al di fuori della “categoria investimento” e già nell’ambito della “categoria speculativa”, la quale è caratterizzata da grandi incertezze ed esposizione ad avverse condizioni economiche, finanziarie e settoriali. Inoltre, dal 1999 in poi, la situazione è ovviamente andata sempre peggiorando fino a giungere alla categoria default.Anche il Ministro dell’Economia dell’Argentina dell’epoca, Roberto Lavagna, ha avuto modo di affermare tali circostanze, chiarendo il contegno tenuto da talune banche italiane sul punto: “molti bond argentini sono stati venduti dalle istituzioni finanziarie quando la crisi era già evidente e le istituzioni erano già ben informate. Qualcuno ha quindi tratto vantaggio dalle asimmetrie informative. Le banche sapevano benissimo come andavano le cose a Buenos Aires, ma non i risparmiatori, ai quali le banche hanno offerto fino all’ultimo la sottoscrizione di obbligazioni, quando già ben si conosceva il rischio paese ed il dissesto imminente” (Intervento del Ministro Lavagna presso la Banca Interamericana di Sviluppo in Milano, il 25 marzo 2003).Addirittura certi istituti bancari avevano già bond argentini nel loro portafoglio e, benché conoscessero la situazione e l’imminenza del default e, quindi, l’altissimo rischio dell’investimento, li hanno del tutto inopinatamente consigliati ai clienti, nel tentativo di liberarsene.Tornando all’attualità e all’insegnamento che dobbiamo trarre dalla storia, la Presidentessa argentina ha ricostruito – a reti unificate – i fatti, in primo luogo, per rassicurare i risparmiatori che l’Argentina continuerà a rimborsare coloro che hanno aderito al concambio, ma soprattutto per significare all’intero Pianeta che la condanna della Corte suprema americana va oltre il caso di specie giacché rafforza un modello economico su scala globale che non esita ad impoverire i Popoli.La vicenda argentina dovrebbe far riflettere l’Eurozona, specialmente dopo i “consigli” che il Fondo monetario internazionale (FMI) ha dato alla Banca centrale europea (BCE) sugli acquisti di debito pubblico dei Paesi dell’Unione.La sentenza della Corte statunitense dimostra ancora una volta (qualora ce ne fosse bisogno) che a livello globale le decisioni dei governi sono pesantemente condizionate dall’attuale modello finanziario. In Italia lo stiamo provando sulla nostra pelle, la politica economica è infatti fortemente condizionata dai vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali. L’attività della Parlamento italiano, del Governo e della Magistratura sono sottoposte non solo al vaglio della Corte Costituzionale, ma anche a quello della Corte di giustizia dell’Unione europea e della Corte europea dei diritti dell’uomo. Il Legislatore italiano è costantemente chiamato a confrontarsi con l’ordinamento dell’Unione europea e con i trattati internazionali: i vincoli che ne derivano sono talmente rilevanti che i collegamenti dell’azione giurisdizionale della Corte costituzionale, della Corte di Strasburgo e della Corte di Lussemburgo, possono sempre porre nel nulla il provvedimento legislativo nazionale in contrasto con l’ordinamento comunitario e/o con i trattati stessi.Alla luce dei condizionamenti derivanti dagli obblighi internazionali e dall’attuale modello economico globale, la vicenda argentina rappresenta un monito inquietante per un Paese fortemente indebitato come il nostro; debito nelle mani di un sistema bancario che, almeno in alcuni casi, ha dimostrato come agisce in caso di bisogno.” Avv. Cristian Brutti […]

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