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L’Italia cresce (poco) ma l’economia muore: i dati delle imprese (Stefano Alì)

Dal Cappello Pensatore di Stefano Alì

Pubblichiamo col consenso dell’autore un articolo interessante, pieno dei dati che ISTAT non vi racconta. Il PIL cresce, ma le imprese crescono o chiudono? E sono sostituite da quale tipo di attività? Stefano Alì usa i dati delle camere di commercio per spiegarci cosa succede nel famoso “paese reale”.

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Il PIL cresce, seppur di poco, e quindi l’Italia cresce. Ma le imprese chiudono. Un paradosso causato dal distorsivo sistema di calcolo del PIL.

Anche se non periodicamente, ho fatto spesso dei post con cifre reali e tabelle sullo stato di salute delle imprese italiane (quiquiqui qui), con i dati reali delle Camere di Commercio e senza fermarmi alla superficie delle “imprese registrate”. Come ho già scritto varie volte, il semplice fatto che una impresa sia iscritta nel Registro delle Imprese non significa che sia produttiva. Deve anche essere attiva.

Quando poi sento Renzi accusare altri di voler distruggere il “Made in Italy”, ecco che diventa impellente il mio bisogno di raccontare la realtà delle cifre che è ben diversa dalla narrazione.

I dati delle imprese, inoltre, costituiscono la prova evidente della distorsione creata dal calcolo del PIL. L’Italia cresce o lo strumento di misura è sbagliato?

L’esame dei dati reali

L’ultima mia analisi è relativa al 31 dicembre 2015. Purtroppo per varie ragioni ho saltato tutto il 2016.

I raffronti in questo post, quindi, non terranno conto del 2016, ma comparano gli anni 2014 e 2015 con il 2017.

I dati sono tutti relativi al 31 dicembre di ciascun anno.

Esame per settori di attività

Dal 2014 al 2017 si è avuto un incremento di 49.294 iscrizioni. Ma le imprese attive incrementano di sole 1.736 unità.

A ben analizzare i settori di attività, continua il crollo delle produzioni (agricoltura, attività manifatturiere, costruzioni) e perfino del commercio. Quest’ultimo testimonia che la crisi dei consumi è tutt’altro che superata.

Quindi, per quanto riguarda la produzione “Made in Italy” siamo ormai alla desertificazione.

E la situazione diventa ancora più drammatica se incrociamo i dati dei settori di attività con la nazionalità delle imprese.

Anche nei settori “in rosso” sono solo le imprese italiane a chiudere. Le imprese straniere (sia comunitarie sia non UE) aumentano:

E infatti, se consideriamo solo la nazionalità delle imprese il disastro italiano appare in tutta la sua evidenza:

Dal 2014 ad oggi hanno cessato le attività ben 54.177 imprese italiane, rimpiazzate da 55.913 imprese straniere.

È PIL ma non è ricchezza

Come ho già scritto nel post «PIL (Prodotto Interno Lordo). E se avesse ragione Lorenzo Fioramonti?» nel PIL si conteggiano gli investimenti che si verificano all’interno dei confini geografici.

È quindi ovvio che, a prescindere dalla nazionalità, gli investimenti delle imprese incrementano il PIL italiano. Ma aumenta davvero la ricchezza degli italiani?

Dove vanno a finire i profitti che le aziende straniere fanno in Italia – soppiantando le imprese italiane – traendo vantaggio dal lavoro italiano precario e a basso costo?

È l’identica situazione della Nigeria e del Niger di cui ho scritto nel post relativo al PIL.

E mentre l’Italia plaude alla colonizzazione, perfino il Congo sta nazionalizzando le miniere di Cobalto (ovviamente “Il Foglio” la pone come becera posizione sovranista).

La mattanza dell’ossatura economica italiana

È noto che la forza economica italiana sta nel “Made in Italy”. O forse sarebbe meglio dire stava nel “Made in Italy”.

Il “Made in Italy” si distingue per la particolare attenzione ai dettagli della produzione tipicamente italiana. Quella cura che nasce da eredità secolari. Dall’esperienza di artigiani e di micro e piccole imprese, spesso di tipo familiare.

Ribolle il sangue quando la politica che ha completamente massacrato il “Made in Italy” si permette anche solo di citarlo.

Secondo la teoria liberista l’economia dei Paesi deve evolversi. E l’evoluzione consiste nel trapasso da una economia basata sulle imprese individuali e sulle piccole società di persone a quella sostenuta dalle grandi società di capitali. Meglio se enormi multinazionali.

Sicché in Italia devono essere sterminate proprio quelle micro e piccole imprese che ne costituiscono l’ossatura economica.

Ecco la tabella dell’andamento

Dal 2014 al 2017 si sono arrese 56.719 società di persone e 65.358 imprese individuali!

Sostituite da 117.361 società di capitali.

Ovviamente per le imprese artigiane è il totale olocausto

Le imprese italiane sono ormai allo stremo

Qualcuno sostiene che la situazione sta migliorando perché diminuiscono le “procedure concorsuali” (fallimenti).

Vero. Verissimo, ma giusto perché le imprese, piuttosto che fallire, cessano l’attività o si sciolgono volontariamente e vengono in liquidazione.

Nella tabella che segue sono i numeri positivi ad essere in rosso perché una diminuzione dei fallimenti è un fatto positivo. La misura del disastro è data dall’incremento delle inattività e degli “scioglimento e liquidazione”:

L’economia migliora, l’Italia cresce ma nessuno se ne accorge

Ritengo che questo post dia la spiegazione dell’apparente paradosso “La crescita c’è, ma gli italiani non si accorgono della ripresa“.

Il PIL di una Nazione dovrebbe misurare il suo benessere. In realtà misura solo il livello di profitto che le multinazionali hanno in quella nazione.

Beatamente impipandosene dello sfruttamento delle risorse naturali e umane di quella Nazione.

Se ammettessimo che questa è la crescita di una Nazione, dovremmo pure riconoscere che gli Aztechi sono cresciuti sotto la colonizzazione spagnola, nonostante siano spariti!

Questo post (con numeri e dati certi) ne è la prova sul campo, la prova empirica.

Forse più del post che ho scritto su quanto sia perverso lo strumento del PIL «PIL (Prodotto Interno Lordo). E se avesse ragione Lorenzo Fioramonti?».


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