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L’IS FRA GUERRA E RELIGIONE – 1

La presenza dell’Islamic State è un problema per molti. E non soltanto in Occidente. Ma ci sono soluzioni? Per rispondere, bisogna innanzi tutto osservare che questo tipo di regime non rientra nei normali schemi degli Stati che siamo abituati a considerare. Non è un’entità come il Messico o lo Zimbabwe.
Aristotele ha previsto tre tipi di governo: il comando di un singolo, il comando di pochi, il comando di molti. Nessuno ignora che questi modelli ammettono molte precisazioni: si va dalla monarchia costituzionale più blanda, come quella inglese, alla tirannia più sanguinaria, come quella di Stalin; e lo stesso vale per l’oligarchia e la democrazia. Nondimeno lo Stato islamico è ancora qualcosa di diverso, perché l’origine della sua legittimità, e dunque la sua natura, non derivano dal potere di uno o di molti, ma da Dio.
In un certo senso, questo era vero anche in Europa: il re era un monarca assoluto “per grazia di Dio” e il suo potere aveva a tal punto connotazioni sacre che il Papa con la scomunica poteva sciogliere i sudditi dal dovere di obbedienza al sovrano. Ma da un lato le folle occidentali erano troppo smaliziate, per credere seriamente a questa “grazia di Dio”, dall’altro le lotte per il potere dimostravano a sazietà che la grazia divina corrispondeva alla vittoria militare. Per non parlare del caso di Carlo I d’Inghilterra, che pagò con la vita la sua pretesa di non essere obbligato ad ascoltare il parere del popolo.
Secondo la dottrina dell’Islam, il potere appartiene a Dio e chi lo amministra lo amministra in nome di Dio. E poiché, per far ciò, è normale che questa autorità sia anche un’autorità religiosa, ecco che la caratteristica dello Stato “ortodosso” (o, se si vuole, arcaico) è l’abolizione della distinzione fra potere politico e potere religioso. Il laicismo dunque non ha diritto di cittadinanza e qualunque potere che non si fondi sull’applicazione della legge di Dio, e voglia applicare la legge degli uomini (magari democraticamente votata), è abusivo. Questo tipo di Stato si chiama “califfato”, e il califfo è contemporaneamente supremo capo religioso e supremo capo civile; l’unica legge è la Sharia e non ve ne può essere una laica accanto ad essa.
Naturalmente un simile Stato è concepibile soltanto in un contesto adeguato. Sarebbe inconcepibile tentare di instaurarlo in Francia, dove la tradizione laica, inaugurata con la Rivoluzione Francese, ha radici profonde e dove persino i religiosi praticanti sono a favore di uno Stato laico. Anche se per un momento un governo teocratico prevalesse, dovrebbe aspettarsi, a più o meno breve scadenza, una rivolta che lo scalzerebbe dal potere. La ragione è ovvia: un simile tipo di regime sarebbe sentito come estraneo, e odioso, dalla maggior parte della popolazione: mancherebbe “il contesto”, come si diceva. E addirittura una non dissimile reazione si può avere persino in un Paese islamico se esso è – tenendo conto dei parametri regionali – colto e progredito: in Egitto, dove il popolo ha minacciato la rivoluzione quando i Fratelli Musulmani, approfittando di un voto democratico, hanno cercato di imporgli una sorta di dittatura religiosa.
Se al contrario un Paese è attaccato al concetto islamico di Stato, perché esso adotti veramente la democrazia laica non basta neppure che la dittatura religiosa sia eliminata, manu militari, da una potenza straniera. È avvenuto per ben due volte in Afghanistan (con i russi prima e con gli americani poi); qui la popolazione non è costituita interamente da estremisti religiosi, ma ha nei loro confronti un sguardo benevolo, ed è questo che ha permesso la lunga resistenza dei Taliban. Si può prevedere che l’Afghanistan, dopo tanti anni di scontri e di morti, dopo le tante occasioni regalate di democrazia, partiti gli stranieri tornerà ad essere il Paese tribale e sottomesso alla Sharia che era precedentemente.
Il primo problema che bisogna porsi, riguardo allo Stato del sedicente califfo al-Baghdadi, non riguarda dunque le intenzioni di questo signore, o dei tagliagole che lo servono fanaticamente: riguarda la regione in cui egli vorrebbe imporre il califfato. La popolazione lo sosterrà o lo rigetterà? Il nord della Siria e dell’Iraq sono disposti ad accettare una dittatura religiosa? Questa è una domanda cui soltanto un vero esperto di quella regione potrebbe rispondere. Al commentatore occidentale è solo permesso ipotizzare i diversi esiti.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it 1. Continua.
25 febbraio 2015

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