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L’Impero romano crollò per aver aperto agli stranieri di P. Becchi

È sbagliato ridurre la questione dell’immigrazione ad un fatto di cronaca da usare strumentalmente a fini elettorali. Cerchiamo di affrontare il problema da un altro punto di vista, traendo qualche insegnamento dalla storia.

È possibile individuare una certa somiglianza tra la crisi dell’Impero Romano d’Occidente e l’attuale crisi dell’Unione Europea. L’Impero Romano cadde per una molteplicità di fattori e tra questi vanno annoverati anche una crisi monetaria e l’implosione demografica. Fattori che, ahimè, sono presenti anche nell’Europa di oggi. Certo, la nostra crisi monetaria è diversa da quella del tardo Impero: è stata infatti l’introduzione di una nuova moneta, senza la previa integrazione delle economie dei Paesi che l’hanno adottata, che sta causando la rovina di interi popoli, tra cui in particolare il nostro. È però innegabile che la crisi demografica in Europa – questo è il problema cruciale – non sia dissimile da quella presente alla fine dell’Impero Romano.

Roma collassò passando nel V Secolo da un milione di abitanti a ventimila, e nel tardo Impero gli abitanti passarono complessivamente da 55-60 milioni a 25-30 milioni. Il crollo demografico rese vulnerabile l’Impero, incapace di gestire la sfida delle grandi migrazioni di allora. La storia pare oggi ripetersi, come scrive anche De Jaeghere nel suo libro più recente.
Ecco, la caduta dell’Impero Romano dovrebbe essere un avvertimento per tutti noi.
L’Africa è giovane e cresce a ritmi sostenuti, mentre l’Europa è vecchia ed è in declino. Certo, i processi demografici sono lunghi e lenti, ma l’Italia è già in pieno suicidio demografico (nel 2015 abbiamo avuto un record di decessi, 666mila e un calo delle nascite, 494mila e il trend negativo non si arresta) e Paesi come la Germania (il 50% della popolazione ha più di 45 anni) e la Spagna non stanno molto meglio, anzi.

Ma quel che più conta è che la Nigeria da sola raggiungerà nel 2050 i 400 milioni di abitanti. La vera catastrofe è questa spaventosa crescita demografica. Le attuali migrazioni di massa, frutto avvelenato della globalizzazione selvaggia, non fanno che acuire il problema. Al ritmo di sviluppo attuale alcuni calcolano che soltanto in Germania entro il 2020 vivranno 20 milioni di musulmani.
L’Impero Romano non fu mai, anche se alcuni oggi così lo descrivono, un melting pot: dopo aver almeno inizialmente provato (e con successo) a gestire l’afflusso, sempre comunque sorvegliato e sottoposto all’approvazione delle autorità, non fu in grado di gestirlo nel lungo periodo e lentamente cadde, quando fra il V e il VI Secolo l’immigrazione uscì fuori di controllo. Oggi però l’immigrazione è fuori controllo sin dall’inizio e le cose non fanno che peggiorare.

Beninteso, le situazioni sono diverse e le diversità non vanno minimizzate, come gli studiosi sottolineano, penso ad esempio a Alessandro Barbero. Le popolazioni che si muovevano nel territorio romano potevano insediarsi nelle campagne, casa e lavoro erano assicurati con il permesso di entrata, ora si muovono masse di individui che si spostano e vagano nelle nostre città, senza una dimora fissa e con lavori semiclandestini o illegali. Di fronte a questo continuo afflusso, destinato a durare nel tempo, l’Unione Europea ha dimostrato tutta la sua incapacità. Invece di cercare di frenare e governare il fenomeno lo sta alimentando con politiche dell’accoglienza fortemente destabilizzanti, e destinate nel lungo periodo al fallimento. Pensare poi di risolvere il problema scaricando tutto sull’Italia, facendo funzionare il nostro Paese – un Paese in cui la disoccupazione giovanile è al 37% e cinque milioni di persone vivono in stato di povertà assoluta – da “shock absorbing country” significa essere degli irresponsabili, per non dire di peggio. E oggi questo è diventato chiarissimo.

Stiamo entrando, senza averne la consapevolezza, nella fase suprema della globalizzazione: dopo aver globalizzato i mercati stiamo globalizzando anche gli uomini. Dal traffico di merci siamo passati a quello degli esseri umani. L’effetto più perverso della globalizzazione è stato quello di aver preteso di esportare il modello capitalistico di sviluppo che si è affermato in Occidente anche in Africa, che (con esclusione del Sud Africa) aveva un sistema di produzione e di consumo proprio consolidato da millenni. Il risultato: un continente ridotto alla fame, grazie anche all’accordo di partenariato economico tra UE e diversi Paesi africani (l’APE, un accordo non dissimile a quello che gli americani volevano imporci con il TTIP), che di fatto ha dato il colpo di grazia all’economia africana. Guerre e conflitti interetnici fanno il resto.

Gli africani scappano e il luogo più vicino da raggiungere è l’Italia.
Masse di diseredati vengono spinti sulle nostre coste per immettere sul mercato forza-lavoro a bassissimo costo, ridotta in condizioni di schiavitù, utilizzata per lavori sottopagati se non addirittura illegali, alimentando così una guerra tra poveri (perché la povertà è ormai un dato di fatto anche tra gli europei) che sfocia in episodi di violenza come quelli che si sono verificati in questi giorni. In questo modo allo sradicamento dei cittadini europei dalle loro patrie d’origine imposto da Bruxelles, si aggiunge quello prodotto da una globalizzazione che ormai letteralmente non risparmia più alcun luogo della terra.
La nostra realtà sembra sempre più sconfinata. Da una parte gli Stati nazionali vengono costretti a cedere sovranità nei confronti di un’identità indistinta come l’Unione Europea, dall’altra vengono invasi da moltitudini di esseri umani con i quali abbiamo in comune solo (e non voglio dire che sia poco) la comune appartenenza di specie. Senza più confini però non riusciamo più a riconoscere né noi stessi, nella nostra identità, né gli altri, nelle loro differenze.

Certo, possiamo ancora riconoscerci tutti kantianamente nella medesima umanità, ma questo avrebbe già osservato Hegel, non basta. La bellezza dell’umanità sta nella straordinaria diversità delle culture di cui è composta. E invece il tentativo è di fondere tutto in un’identità indifferenziata: una sola moneta, un solo Stato, un solo uomo.

E in Europa? Alla fine di questo processo potrebbe essere che non soltanto, come riscontrava già (peraltro criticamente) Rousseau, non esisteranno più francesi, tedeschi, spagnoli e così via, ma forse non ci saranno più neppure europei. Solo uomini “astratti” e intercambiabili, senza una storia, una cultura, una lingua. È questo il destino che ci attende? L’europeo del futuro sarà un meticcio, e uno Superstato meticcio rimpiazzerà la molteplicità degli Stati nazionali sino a disperderne le tracce? Altro che la fantasia degli Stati Uniti d’Europa in cui credono ancora radical-chic e autorità ecclesiastiche, “utili idioti” inconsapevolmente impegnati nella distruzione della nostra civiltà.

Coudenhove Kalergi, fervente paneuropeo e uno dei massimi ispiratori dell’attuale Unione Europea, già nel 1925 lo aveva profetizzato: “l’uomo del lontano futuro sarà un meticcio (…) la razza del futuro negroide-euroasiatica (…) rimpiazzerà la molteplicità dei popoli”. E più recentemente, in un’ottica critica, Ida Magli ha lanciato l’allarme contro una Europa africanizzata. Difficile dire se la profezia di Kalergi si compirà nei prossimi decenni. L’Unione Europea sta facendo di tutto per realizzarla, non rendendosi conto che se è già difficile armonizzare le diverse realtà che la compongono, impossibile sarà la coesistenza con moltitudini di esseri umani sradicati dalle loro terre e che non hanno in comune con noi tradizioni religiose, costumi, lingua, storia, vale a dire quella base spirituale che è la precondizione per qualsiasi possibile convivenza civile. Quello che sta succedendo ora in Italia è solo l’inizio.

Ma qualcosa non funziona in questo disegno. I popoli europei traditi delle forze politiche che li governano stanno dimostrando una sorprendente resistenza: vorrebbero costruire non ponti e neppure muri, ma porte di cui detenere il possesso delle chiavi. Hanno capito che non possono attendersi nessun aiuto da questa Unione di finanzieri e banchieri, e per questo stanno lottando per recuperare la loro sovranità. L’Unione Europea è destinata a dissolversi proprio perché i popoli europei hanno cominciato a comprendere che è solo recuperando la loro sovranità che possono sperare di non essere travolti per sempre.
Al centro del prossimo futuro ci saranno gli interessi nazionali, altro che crisi del “sovranismo”! Merkel in Germania da sempre fa i suoi interessi, e Macron ha cominciato a fare la stessa cosa in Francia, noi invece ci facciamo ancora prendere per il culo con la storia dei “vincoli” dei Trattati europei, che ci vincolano anche a tenerci tutti i migranti. Come ha ricordato di recente lo storico inglese Robert Tombs, i grandi Imperi sono crollati, e così crollerà anche l’Unione europea, mentre gli Stati nazionali continuano a dimostrare una sorprendente resistenza. Dopo Germania e Francia abbiamo anche noi bisogno quanto prima di un nuovo governo autorevole che sia all’altezza del tempo storico che viviamo. Un governo “sovranista” che ponga al primo posto l’interesse nazionale.
Paolo Becchi, Libero 9 febbraio 2018


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