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L’ignoranza costa cara

L’altro giorno ho ricevuto una multa per eccesso di velocità: pochi km oltre il limite, un radar fisso in un rettilineo urbano. Chi ci abita conosce quel radar e rallenta. Io ne ignoravo l’esistenza: mi è costato 20 euro.

L’ignoranza di fenomeni più complessi di un Autovelox rischia di costarci infinitamente più cara, individualmente e collettivamente.

Abbiamo sotto gli occhi un esempio macroscopico.

L’adesione all’unione monetaria – alias euro – propinataci come salvifica da personaggi un tempo credibili come Prodi e Ciampi, si è rivelata enormemente più costosa e meno benefica di quanto promesso. Il sig. Prodi, personaggio di ambizione sfrenata che non ha scrupoli a riproporsi ogni paio d’anni sulla scena politica, strombazzava che “avremmo lavorato un giorno in meno e guadagnato un giorno in più”. Per vedere la portata di questa bufala prodiana sarebbe bastato avere un po’ di cultura economica e capire le messe in guardia di economisti come il premio Nobel Milton Friedman (1997)

 

 

“Il mercato comune europeo esemplifica una situazione che è sfavorevole a una moneta comune. È composto di nazioni separate, i cui abitanti parlano lingue diverse, hanno costumi diversi e hanno una lealtà e un attaccamento molto maggiore al loro paese che al mercato comune o all’idea di ‘Europa’.”

L’adozione dell’euro porterebbe a esacerbare le tensioni politiche, trasformando gli shock asimmetrici, che avrebbero potuto essere prontamente regolati da variazioni del cambio, in questioni politiche divisive.”

Come vedete il problema dell’euro è già tutto in una frase scritta da Friedman 20 anni fa.

Continuiamo. Un altro euroscettico della prima ora era l’economista Martin Feldstein, titolare della cattedra George F. Baker di economia all’Università di Harvard e presidente emerito del National Bureau of Economic Research USASecondo Feldstein l’euro era “uno svantaggio economico”, e già nel 1997 Feldstein scriveva:

“L’unione monetaria funziona bene negli Stati Uniti. Nessun economista suggerisce che New York, New Jersey e il Connecticut dovrebbero avere ognuna la propria moneta, e in effetti sarebbe fortemente problematico se lo facessero. Perché gli europei non possono approfittare dei benefici della moneta unica?

Due ragioni. Primo, a differenza dell’Europa, gli Stati Uniti hanno un’unione fiscale in cui le regioni più prospere sussidiano quelle meno ricche. Secondo, gli Stati Uniti hanno meno barriere alla mobilità del lavoro che in Europa. Negli USA, quando una recessione colpisce una regione, i residenti possono fare i bagagli e trovare un lavoro altrove. In Europa, le differenze di lingua e cultura rendono questa risposta meno probabile.”

Citiamo velocemente anche Margaret Thatcher e il suo famoso “No, no, no!” del 1990 all’accentramento di potere in UE e alla moneta unica, e il suo scritto del 2002, nel libro Statecraft:

“Che un tale innecessario e irrazionale progetto come la costruzione di un superstato europeo fose mai stato intrapreso sebrerà forse negli anni a venire la più grande follia dell’era moderna.”

Meno conosciuta la sua precisa idea di cosa l’euro avrebbe significato per i paesi periferici (ovvero non tedeschi), descritta nelle sue memorie The Downing Street Years edite nel 1993, in cui parla delle sue discussioni col successore John Major sugli svantaggi dell’euro:

Avevavamo argomenti che avrebbero persuaso sia i tedeschi (degli svantaggi dell’euro, NdT) – che sarebbero stati preoccupati dell’indebolimento delle politiche anti-inflazionistiche – sia i paesi più poveri – ai quali deve essere detto che non sarebbero messi al riparo dalle conseguenze di una moneta unica, che avrebbe pertanto devastato le loro economie inefficienti

La conoscenza, le informazioni esistevano ed esistono. Manca l’educazione, l’istruzione in campo economico e una divulgazione corretta che aiuti a capirle. Se avessimo avuto negli anni 90 la cultura e gli strumenti per leggere e comprendere le considerazioni non dico della signora Thatcher, ma di economisti autorevoli e disinteressati, non avendo carriere politiche e stipendi europei da tutelare, non ci sarebbe venuto un dubbio, non avremmo chiesto ai nostri politici di pensarci bene prima di firmare quei trattati sciagurati?

Milton Friedman e altri mettevano in guardia gli europei in caso di shock asimmetrici, in altre parole da recessioni nazionali in regime di moneta unica. Lo strumento migliore e meno dannoso per i lavoratori era secondo Friedman la politica monetaria nazionale, unita a cambi flessibili. Quanto avessero ragione lo capiamo adesso, dopo 10 anni di recessione.

Quanto ci costa la nostra ignoranza in materia economica, ignoranza ferocemente coltivata dai politici che prevedono nei programmi della scuola dell’obbligo centinaia di ore di disegno, storia dell’arte o delle religioni e nemmeno un’ora di macroeconomia?

Noi di Scenari Economici abbiamo fatto della divulgazione economica imparziale la nostra missione, sulle spalle di premi Nobel e di persone di grande valore in campo economico e giuridico come Savona, Rinaldi, Guarino, Barra Caracciolo. Pongo l’accento sull’imparziale, poiché a differenza dei quotidiani nazionali, posseduti da gruppi finanziari o industriali e condizionati dalla politica mainstream, non abbiamo alcun interesse da tutelare. Noi.

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