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L’identità italiana: non un concetto fascista ma letterario. Siamo “Figli del Duecento” (di Giuseppe PALMA)

Quando si parla di identità italiana, i soloni del mainstream sono soliti gridare al “fascismo”. Un modo per creare confusione e relegare le nostre radici culturali a scarto di un generico retroterra nazionalista. Tutto questo ha uno scopo ben preciso: estirpare le sementa identitarie per giungere al globalismo asettico e privo di legittime connotazioni di differenzialità. Il libero mercato senza regole, quello neoliberista e anti-keynesiano, necessita di consumatori depensanti e destrutturati, tanto nelle radici culturali quanto in quelle territoriali, linguistiche e particolari.

Ma noi, il nostro modo di pensare, di scrivere, di amare, di rapportarci con gli altri e di concepire il quotidiano, proviene dalle nostre radici, da quello che siamo stati in passato.
Non avremmo avuto Leopardi, ad esempio, se prima non avessimo avuto Dante, così come non sarebbe esistito Verga se prima non avessimo avuto Boccaccio. Ma non è solo questo. Se ancora oggi l’uomo corteggia e ama in un certo modo (si fa per dire!), più o meno galante e “piacione” (consentitemi il termine), lo si deve alla scuola poetica toscana del Dolce Stil Novo di Dante Alighieri, Guido Guinizzelli, Guido Cavalcanti, Lapo Gianni e Cino da Pistoia.
Se Alda Merini ha scritto Versi così belli sull’Amore, è frutto dell’inconscio ancorato alle nostre radici poetiche di oltre settecento anni fa, che ci portiamo dentro come la più grande eredità che abbiamo.

Noi siamo, in tutto e per tutto, quella roba lì, quella lingua (quindi quel modo di essere) che nacque nel Duecento. Che non nacque in Toscana, intendiamoci, ma in Umbria, con San Francesco d’Assisi prima e Iacopone da Todi poi. E prima dei fiorentini abbiamo avuto anche il lombardo Uguccione da Lodi (forse cremonese) e il veronese Giacomino da Verona, poeti che scrissero per primi in volgare Veneto. Pochi anni dopo – sempre nel Duecento – arriverà il volgare toscano, che sostanzialmente, dopo ben sette secoli, noi parliamo ancora oggi praticamente allo stesso modo, con gli stessi vocaboli ed espressioni linguistiche. Sembra sia cambiato ben poco da allora.

E se la nostra lingua, in linea di massima, è rimasta praticamente immutata, immutato (o quasi) è rimasto il nostro modo di essere nel quotidiano per i secoli a seguire. Salvo i profondi – ma non profondissimi – mutamenti globali degli ultimi decenni, che tendono ad uniformare sempre più le lingue, il pensiero, il modo di rapportarsi.

Ma non è tanto questo il punto.
Rileggete “S’i fossi foco” del poeta senese Cecco Angiolieri. Sembra scritta adesso, non più tardi di ieri. Seppur con qualche distinguo, noi parliamo ancora oggi così. E siamo l’unico popolo ad avere questa caratteristica. Provate a leggere un testo tedesco o francese del XIII° secolo. Non sono, neppure lontanamente, le lingue di oggi. Noi invece sì, noi siamo ancora quelli lì, siamo ancora Figli del Duecento.

È questa la nostra identità culturale. Ed è proprio questo che vogliono toglierci. Lo capì Pier Paolo Pasolini, che verso la fine degli Anni Sessanta tuonò contro l’omologazione della società dei consumi, la quale – nel corretto pensiero del poeta e filosofo friulano – tende ad annientare il secolare mondo rurale e le radici identitarie dei popoli, compresa la lingua e quindi il modo di pensare e di rapportarci tra di noi.

Non è un caso se, in poco più di 150 anni di Unità nazionale (dal 1861 in avanti), solo i primi 100 sono stati di grande lustro letterario degno dell’eredità duecentesca: Verga, Carducci, Pascoli, Deledda, Ungaretti, Pirandello, Pasolini, preceduti dal glorioso “trittico” pre-unitario Foscolo, Leopardi e Manzoni. Dopo il 1970 – seppur con qualche degna eccezione come Sciascia, Camilleri, Merini e qualche saggista, filosofo e critico d’arte – abbiamo avuto il più vasto vuoto cosmico. Ovviamente ben sponsorizzato dai soloni del mainstream globalizzato. Ma ripeto: noi siamo, e restiamo, Figli del Duecento. Siamo nati dai dialetti, quindi è con la loro unicità e particolarità che ancora oggi pensiamo e ci rapportiamo col mondo, anche con quello globalizzato. Sarà difficile spegnerci quella fiamma. È la nostra identità.

Giuseppe PALMA 

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(Ladri di democrazia. La crisi di governo più pazza del mondo. L’ultimo libro di Paolo Becchi e Giuseppe Palma, Giubilei Regnani editore, 2019: https://scenarieconomici.it/ladri-di-democrazia-la-crisi-di-governo-piu-pazza-del-mondo-lultimo-libro-di-p-becchi-e-g-palma-giubilei-regnani-editore/)

 

 


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