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L’idea di Europa e la sua crisi (di Paolo Becchi)

 

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Il grande nomos dell’Europa moderna è intrinsecamente legato alla formazione di quella nuova entità che è lo Stato. Lo Stato moderno, con l’idea ad esso connaturata della sovranità, è un prodotto della filosofia europea, lo spazio europeo da Hobbes in poi è pensato in termini statuali. E tuttavia l’ Europa continua ad avere una sua fisionomia: si continua a aprlare di civiltà europea a tal punto che Jean Jacques Rousseau arriverà a constatare (sia pure a malincuore) che „non esistono più francesi, tedeschi, spagnoli, neanche inglesi; esistono solo europei“, incitando i polacchi a non sacrificare la loro identità nazionale[1]. La pluralità di contro al cosmopolitismo viene vista come una ricchezza da conservare anche da David Hume, il quale considera la diversità degli Stati che compongono lo spazio europeo un elemento importante che favorisce lo sviluppo delle arti e delle scienze. Paradossalmente è proprio l’assenza di un’unità politica dell’Europa, a costituire – secondo Hume – un vantaggio[2]. Grandi Stati esigono poteri forti e lontani dai cittadini, una molteplicità di Stati non del tutto estranei gli uni agli altri, crea con la loro pluralità, uno spazio di libertà, così ragionano gli illuministi, e persino Kant, che ci ha lasciato un pamphlet indimenticabile, Was ist Aufklärung?, non ha mai ardito di scrivere un Was ist Europa? Certo, è vero che proprio con Kant (penso, ovviamente, a Zum ewigen Frieden) si afferma nella filosofia politica l’idea di una comunità internazionale fondata sul diritto e tendente alla pace. L’Europa sarebbe potuta diventare l’embrione di questa comunità, ma il ragionamento di Kant è essenzialmente cosmopolitico[3]. E così lo considera Hegel facendo dell’ironia sulla “pace perpetua” tra Stati che per risolvere le loro controversie hanno soltanto un mezzo: la guerra. Per Hegel la questione decisiva è quella nazionale[4], e l’Europa acquista rilevanza nell’ambito di una filosofia della storia e della geografia che muove da Oriente verso Occidente. Europa è hegelianamente Abendland contrapposto a Morgenland[5]. Dal punto di vista politico Hegel si oppone al cosmopolitismo: il suo tentativo è quello di costruire una visione nazionale a partire dalla quale il popolo tedesco possa promuovere un processo di riforma delle istituzioni politiche che tenga conto dei risultati acquisiti dalla Rivoluzione francese. Hegel non nega l’esistenza di una coscienza europea, ma alla universalità astratta del cosmopolitismo kantiano contrappone quella “concreta dello Stato”[6].

Chi cercherà di aprire una nuova strada tra la difesa delle nazionalità e il cosmopolitismo sarà Giuseppe Mazzini: per lui “il fine è l’umanità; il fulcro o il punto d’appoggio, la patria. Anche per i cosmopoliti il fine, lo ammetto, è l’umanità; ma il fulcro, o punto d’appoggio, è l’uomo, l’individuo”[7]. E anche per Proudhon l’ “era delle federazioni” (quale risultato della rivoluzione sociale) avrebbe dovuto garantire la molteplicità dei raggruppamenti particolari. Una “confederazione universale” non è vista di buon occhio e “anche l’Europa sarebbe troppo grande per una confederazione unica: essa non potrebbe formare che una confederazione di confederazioni”[8]. Come si vede, riaffiora con accenti diversi quell’idea di Europa che aveva contraddistinto lo spirito dell’illuminismo: l’identità dell’Europa paradossalmente è data dalle differenze che costituiscono la sua ricchezza, differenze che sono persino regionali. È in questo spirito che Carlo Cattaneo parlava di una Federazione degli Stati d’Italia all’interno di una Federazione degli Stati Uniti d’Europa[9].

Se proprio vogliamo trovare una caratteristica condivisa, questa la possiamo trovare nella religione cristiana. Novalis, meglio di ogni altro, lo aveva avvertito in un frammento del 1799, Christenheit oder Europa, in cui non c’è solo la nostalgia per i “bei splendidi tempi, quelli in cui l’Europa era una terra cristiana, in cui un’unica Cristianità abitava questa parte del mondo umanamente plasmata” [10]. Non possiamo dimenticare le guerre di religione che insanguinarono l’Europa nel Cinquecento e nel Seicento, ma quelle guerre – secondo Novalis – non avrebbero dovuto concludersi con l’affermazione assoluta delle singole potenze statali e la religione avrebbe dovuto continuare ad esercitare il suo influsso positivo. “Solo la religione” – concludeva Novalis – “può ridestare l’Europa, rendere sicuri i popoli e, con nuova magnificenza, reinsediare la Cristianità visibile sulla terra nel suo antico ufficio pacificatore”[11].

Le cose sono andate, almeno in parte, diversamente. L’Ottocento è stato il Secolo della formazione e del consolidamento degli Stati nazionali europei e il patriottismo è diventato la nuova religione civile. Ma il principio della giusta rivendicazione liberale della nazionalità si è trasformato ben presto in nazionalismo ed i risultati li abbiamo visti nella prima metà del Novecento con due guerre mondiali che segnano quello che Carl Schmitt definisce la dissoluzione dello “Ius publicum Europaeum”. L’Europa perdeva quella “posizione di centro della terra” che sino ad allora aveva avuto[12]. E tuttavia anche se essa appare politicamente ormai rinchiusa in uno suo spazio delimitato (o forse proprio per questo) già nel corso del primo dopoguerra viene per la prima volta presentata l’idea di un’Europa unita, nel saggio Paneuropa pubblicato nel 1923 dal conte austriaco Richard Nikolaus di Coudenhove-Kalergi[13]. Sotto mutate spoglie, e in altro ambito culturale, durante il secondo dopoguerra nasce un altro movimento federalista che si prefigge “l’abolizione della divisione dell’Europa in Stati nazionali sovrani” e la creazione degli Stati Uniti d’Europa, e nasce all’interno del dibattito politico e culturale della Resistenza. Nell’estate del 1941 viene redatto tra i confinati antifascisti il documento chiamato Manifesto di Ventotene, firmato da Altiero Spinelli, Eugenio Colorni e Ernesto Rossi. Quest’ultimo pochi anni dopo, nel 1944, pubblicherà a Lugano Gli Stati Uniti d’Europa. Agli autori del Manifesto interessava l’idea politica di Europa. L’obiettivo era quello di creare in Europa uno Stato federale sul modello di quello americano. Il richiamo non era a Mazzini ma alla letteratura federalista inglese che si era sviluppata sul finire degli anni Trenta del secolo scorso[14], anche se già Tocqueville aveva messo in guardia, ritenendo difficilmente esportabile quel modello[15]. L’Italia sarebbe dovuta diventare una Repubblica all’interno della Repubblica europea. Già qui troviamo un distacco radicale rispetto a quell’idea illuministica di Europa che riconosce il valore dei singoli Stati con le loro diverse identità culturali e politiche e persino all’interno dei singoli Stati delle “patrie locali”. Questo nuovo federalismo sovranazionale ha ben poco a che fare con l’idea federalistica ottocentesca, per certi aspetti infranazionale.

Dopo la fine della guerra la situazione internazionale determinata dalla conferenza di Yalta non consentiva però la realizzazione di un simile progetto politico. E così si ripiegò sull’economia, prima con il Trattato di Parigi (1951), che istituì la CEDA (Comunità europea del carbone e dell’acciaio) e poi con il Trattato di Roma (1957), che portò all’istituzione della CEE (Comunità economica europea). Nonostante questo secondo Trattato mirasse a un’integrazione più stretta, l’atto costitutivo che istituiva la CEE era un Trattato internazionale fra Stati che mantenevano le loro sovranità, pur decidendo di costituire insieme un’organizzazione internazionale. L’organo decisionale era composto dai ministri degli Stati membri. Un fatto sorprendente tuttavia avvenne nel 1976 quando si decise di istituire un parlamento europeo eletto direttamente dei cittadini. Ma quel Parlamento solo poco alla volta venne chiamato a co-decidere e comunque il potere era saldamente nelle mani dei governi nazionali. Insomma, la Repubblica europea restava un sogno sino a quando si decise di dotarla di una propria Costituzione politica.

Un sogno in cui molti hanno creduto, tanto a destra, quanto (e forse soprattutto) a sinistra. A destra quel progetto era guardato con interesse, sia pure in un rapporto dialettico di alleanza con gli Stati Uniti, in funzione antirussa[16]. A sinistra perché in esso, al contrario, si vedeva l’alternativa politica democratica al neoliberismo globale dell’Impero americano (così Antonio Negri, Étienne Balibar)[17], o in maniera più fumosa l’assenza di una patria, che tuttavia resta l’ultima speranza (così Massimo Cacciari)[18].

A partire dalla seconda metà degli anni Novanta ferve la discussione intorno alla Costituzione europea, che vede in Germania aprirsi il dibattito filosofico-giuridico tra Dieter Grimm e Jürgen Habermas. Euroscettici che considerano un danno per la democrazia la trasformazione dell’Unione Europea in una unità politico-costituzionale (poiché la democrazia ha schmittianamente bisogno di omogeneità, di identità e non esiste un popolo europeo), si scontrano con una nuova forma di patriottismo, il “patriottismo costituzionale”, sostenuto da Habermas con la sua idea di “costellazione postnazionale”[19].

Checché ne pensino i filosofi, il progetto però naufraga miseramente. La Costituzione, approvata a Roma nel 2004, viene ratificata solo da 18 paesi (tra cui il nostro) su 27. E dove sono previsti referendum popolari l’esito è negativo, così in Francia e in Olanda nel 2005, mentre il Regno Unito decide di sospendere la ratifica a tempo indefinito e ora sta addirittura pensando ad un referendum per uscire dall’Unione.

Il progetto viene pertanto abbandonato, ma solo formalmente, nella sostanza si cerca di far rientrare dalla finestra ciò che i popoli europei avevano fatto uscire dalla porta trasformando la Costituzione in un nuovo Trattato, il Trattato di Lisbona entrato in vigore nel 2009. Ma è del tutto evidente che si tratta di un Trattato imposto ai popoli.

Le istituzioni europee restano attraversate da una contraddizione di fondo. Per un verso l’Unione Europea non è uno Stato: manca infatti un soggetto unitario, un popolo europeo e manca il potere sovrano, nella sua accezione tradizionale; per l’altro verso gli organi dell’Unione Europea producono un “diritto comunitario” che è vincolante per tutti gli Stati membri. Insomma, l’Unione esercita un’autorità che sinora era riservata solo agli Stati, senza essere propriamente uno Stato. Il deficit democratico intrinseco all’Unione è tutto qui e non è stato certo risolto dal Trattato di Lisbona, il quale in buona sostanza si è limitato soltanto a rafforzare i poteri del parlamento europeo, anche se il potere di iniziativa legislativa spetta ancora alla Commissione Europea[20]. Così lo squilibrio tra forte intergovernamentalismo e debole parlamentarismo di fatto permane. Il deficit di democrazia nasce peraltro dal fatto che in Europa non sussistono neppure le condizioni per lo poterlo superare. Non esiste una lingua franca comune, come in passato lo era stato il latino, e non esiste un’opinione pubblica “europea” che possa almeno far parlare di un contesto di comunicazione europeo, non esiste neppure una società civile con movimenti, forze politiche, organizzazioni non governative, che possa far pensare ad una realtà sociale transnazionale. E come se non bastasse quel sentimento di una comune appartenenza, senza il quale una unità politica non può esistere, oggi è fortemente in crisi.

Da quando è entrato in vigore il Trattato di Lisbona il tasso di sfiducia nei confronti dell’Europa e di tutte le sue istituzioni non ha fatto che crescere[21] e a elezioni europee avvenute, possiamo dire, parafrasando Marx, che uno spettro si aggira per l’Europa ed è lo spettro del populismo, intendendo con questo termine vago tutte quelle forze che, pur di orientamento diverso, sono accomunate da posizioni scettiche nei confronti della attuale gestione della politica comunitaria.

Come mai? Come mai, si è giunti a tanto? Come mai oggi il tasso di fiducia nei confronti delle istituzioni europee è caduto così in basso? Tanto basso da avere per la prima volta un parlamento europeo non più, come sinora in buona sostanza è stato, bipolare, i “popolari” da una parte e i “socialisti” dall’altra, ma tripolare, e dove il Terzo Polo è caratterizzato in senso decisamente euroscettico e populista?

Se non si individuano le cause profonde di questo malessere, di questa sfiducia, difficilmente l’Europa potrà uscire dalla crisi in cui si trova. Anzi, la regressione europea non potrà che continuare sino a giungere ad un punto di non ritorno. Per superare l’impasse bisogna ripercorrere il cammino che è stato sinora percorso evidenziando i passi falsi che sono stati compiuti. E non vi è dubbio che l’attuale crisi sia l’effetto delle politiche di austerity che negli ultimi anni hanno ridotto intere popolazioni alla miseria: queste politiche sono la conseguenza della creazione di una moneta realizzata con grande precipitazione e sotto forti pressioni. Se vogliamo ricostruire uno spazio europeo dobbiamo quindi prima di tutto smantellare una moneta che invece di unire i popoli europei sta scavando tra di loro un solco incolmabile.

Paolo Becchi

 

[1] J.J. Rousseau, Considerazioni sul governo di Polonia, Torino, Utet, 1970, p. 1133. Sullo „spirito dell’illuminismo“ ha scritto pagine preziose Tzretan Todorov, Lo spirito dell’illuminismo, Milano, Garzanti, 2007, pp. 105-118.

[2] „Nulla è più favorevole alla nascita della civiltà e della cultura di un numero di Stati indipendenti e vicini collegati dal commercio e dalla politica“. Così era stato per la Grecia, un insieme di piccoli principati, così sarebbe dovuta diventare l’Europa: „L’Europa è, di tutte le quattro parti del mondo, la più rotta di laghi, da fiumi e da montagne; e la Grecia lo è più di tutti i paesi d’Europa. Perciò queste regioni si divisero naturalmente in molti Stati; e per questo le scienze nacquero in Grecia; e l’Europa è stata la loro sede più costante“ (D. Hume, Della nascita e del progresso delle arti e delle scienze (1742) in Id., Saggi e Trattati morali, letterari, politici e economici, a cura di M. Dal Pra e E. Ronchetti, Torino, Utet, 1974, cit. a p. 305 e 308).

[3] Cfr. G. Marini, La filosofia cosmopolitica di Kant, a cura di N. De Federicis e M.C. Pievatolo, Roma-Bari, Laterza, 2007 e, con specifico riferimento all’Europa, il volume collettaneo, Kant e l’idea di Europa, a cura di P. Becchi, G. Cunico, O. Meo, Genova, il Melangolo, 2005.

[4] Insuperata resta l’analisi di D. Losurdo, Hegel, Questione nazionale, Restaurazione: Presupposti e sviluppi di una battaglia politica, Urbino, Università degli Studi di Urbino, 1983.

[5] Una pagina, meno nota di altre ma che bene descrive lo “spirito europeo”, merita di essere riportata: “Lo spirito europeo si pone il mondo di fronte, se ne libera, ma supera nuovamente questa opposizione, accoglie in sé, nella sua semplicità, il proprio altro, il molteplice. Per questo domina qui questa inestinguibile sete di sapere che è estranea alle altre razze. L’Europeo e interessato al mondo; egli vuole conoscerlo, far suo l’altro che gli sta di fronte, raggiungere, nelle particolarizzazioni del mondo, l’intuizione del genere, della legge, dell’universale, del pensiero, dell’interna razionalità. – Come in campo teorico, così anche in campo pratico lo spirito europeo si sforza di raggiungere l’unità tra sè ed il mondo esterno. Egli sottomette il mondo esterno ai propri fini con un’energia che gli ha assicurato il dominio del mondo. L’individuo parte qui, nelle sue azioni particolari, da saldi principi universali, ed in Europa lo Stato rappresenta in misura maggiore o minore il dispiegamento e l’effettiva realizzazione della libertà, sottratta all’arbitrio di un despota, mediante istituzioni razionali”(G.W.F. Hegel, Enciclopedia delle Scienze filosofiche in compendio (con le aggiunte), vol. III, Filosofia dello spirito, a cura di A. Bosi, Torino, UTET, 2000, p. 128).

[6] Il punto è esposto molto chiaramente nella Filosofia del diritto: „Appartiene alla cultura, al pensare, in quanto coscienza del singolo nella forma dell‘universalità, il fatto che io sia inteso come persona universale, in cui tutti sono identici. L‘uomo ha valore, così, perché è uomo, non perché è giudeo, cattolico, protestate, tedesco, italiano ecc. Questa coscienza, per la quale il pensiero ha valore, è d’importanza infinita; soltanto allora è manchevole, quando essa per esempio come cosmopolitismo, si fissa nel contrapporsi alla vita concreta dello Stato“ (Lineamenti di filosofia del diritto, a cura di G. Marini, Roma-Bari, Laterza, 1999, § 209, p. 169).

[7] Cfr. G. Mazzini, Pensieri sulla democrazia in Europa, a cura di S. Mastellone, Milano, Feltrinelli, 1997, p. 144.

[8] Cfr. P.-J. Proudhon, Du principe fédératif et de la nécessité de reconstituer le parti de la révolution, Paris, Rivière, 1959, p. 335.

[9] Cfr. C. Cattaneo, Il 1848 in Italia, Torino, Einaudi, 1972, p. 283: „in mezzo ad un’Europa tutta libera e tutta amica, l’unità soldatesca potrà far luogo alla popolare libertà; e nell’edificio costruito dai re e dalli imperatori potrà rifarsi sul puro modello americano. Il principio della nazionalità, provocato e ingigantito dalla stessa oppressione militare che anela a distruggerlo, dissolverà i fortuiti imperii dell’Europa orientale; e li tramuterà in federazioni di popoli liberi. Avremo pace vera, quando avremo li Stati Uniti d’Europa.“

[10] Cfr. Novalis, La cristianità ovvero l’Europa (1799) in Opera filosofica, II, a cura di F. Desideri, Torino, Einaudi, 1993, p. 591.

[11] Ivi, p. 607.

[12] Cfr. C. Schmitt, Il nomos della terra (1950), trad. it. di E. Castrucci, Milano, Adelphi, 1991, pp. 287-305 (in particolare).

[13] Cfr. R.N. Coudenhove-Kalergi, Paneuropa, Rimini, Il Cerchio, 1997. È qui che si sostiene l’idea di una federazione degli Stati d’Europa sul modello degli Stati Uniti d’America, come unico mezzo per conservare all’Europa un ruolo di potenza mondiale. Kalergi nel 1922 aveva fondato a Vienna il Movimento Paneuropeo. Per la storia ufficiale di questo movimento si veda R.N. Coudenhove-Kalergi, Storia di Paneuropa, Milano, Nuova Editrice, 1964. La convinzione di Coudenhove-Kalergi è che solo un’Europa unita sarebbe stata in grado di conservare quel ruolo di potenza mondiale che altrimenti avrebbe inevitabilmente perso di fronte ai grandi imperi mondiali del futuro: America, Gran Bretagna, Russia e Estremo-Oriente. E non è un caso che il movimento tutt’ora esistente sia, di fatto, germanicocentrico.

[14] „Poiché andavo cercando chiarezza e precisione di pensiero, la mia attenzione non è stata attratta dal fumoso, contorto e assai poco coerente federalismo ideologico di tipo proudhonniano o mazziniano che allignava in Francia o in Italia, ma dal pensiero pulito, preciso e antidottrinario dei federalisti inglesi del decennio precedente la guerra, i quali proponevano di trapiantare in Europa la grande esperienza politica americana“ (A. Spinelli, Il lungo monologo, Roma, Edizioni dell’Ateneo, 1969, p. 135). Cfr. anche A. Spinelli, Come ho tentato di diventare saggio. Io, Ulisse, Bologna, il Mulino, 1984, pp. 307-308. Spinelli tradusse in italiano il volume di Lionel Robbins, The Economic Causes of War del 1939 (Le cause economiche della guerra, Torino, Einaudi, 1944). Robbins faceva parte della Federal Union fondata nel 1938.

[15] Più recentemente anche Rawls ha richiamato l’attenzione su questo punto: „Un punto sul quale gli europei dovrebbero interrogarsi riguarda, se mi si concede di azzardare un suggerimento, quanto lontano vogliono che si proceda con la loro unificazione. Mi sembra che molto sarebbe perduto se l’Unione europea diventasse un’unione federale come quella degli Stati Uniti. In quest’ultimo caso, infatti, esiste un linguaggio condiviso del discorso politico e una completa disponibilità a passare da una all’altra forma di Stato. Inoltre, non sussiste un conflitto tra un ampio e libero mercato comprendente tutta l’Europa, da una parte, e dall’altra singoli Stati-nazione, ciascuno con le proprie istituzioni, memorie storiche, e forme e tradizioni di politica sociale. Sicuramente questi elementi sono di grande valore per i cittadini di tali paesi, poiché danno un senso alle loro vite“ (Cfr. J. Rawls–P. van Parijs, Three Letters on The Law of Peoples and the European Union in «Revue de philosophie économique» 8, 2003, pp. 7-20, trad. it. Dialogo sull’Europa, in „MicroMega“, 2, 2012, pp. 197-220).

[16] Cfr. ora al riguardo Europa e Stati Uniti nella nuova Governance globale, a cura di I. Santoro e C. Ceccuti, Firenze, Edizioni Polistampa, 2011. In particolare il contributo di G. Rebuffa, L’Europa „prossima ventura“, cit., pp. 19-22.

[17] Cfr. la raccolta di scritti di A. Negri, L’Europa e l’Impero. Riflessioni su un processo costituente, Roma, Manifesto libri, 2003 e É. Balibar, L’Europe, L’Amérique, la guerre. Réflexion sur la médiation européenne, Paris, La découverte, 2003.

[18] M. Cacciari, Geofilosofia dell’Europa, Milano, Adelphi, 2003.

[19] Cfr. Il futuro della costituzione, a cura di G. Zagrebelsky, P.P. Portinaro e J. Luther, Torino, Einaudi, 1996, pp. 339-375. E, più in generale, con riferimento a J. Habermas, La costellazione postnazionale. Mercato globale, nazioni e democrazia, Milano, Feltrinelli, 1999. Riguardo alla polemica tra Habermas e Grimm va detto che quest’ultimo prende le distanze da una lettura à la Carl Schmitt: il presupposto da cui parte è la società e non il popolo. D’altronde è costretto ad ammettere che questa necessità comunque di una identità collettiva, la quale però non deve essere su base etnica, ma può poggiare su altri fondamenti. Quali? Il senso di appartenenza. Ma non è proprio questo senso a contraddistinguere un popolo? Insomma, Grimm ha avuto il merito di sollevare il problema, ma poi non è stato del tutto conseguente (cfr. D. Grimm, Una costituzione per l’Europa?, in Il futuro della costituzione, cit. pp. 339-367, in particolare pp. 363-364).

[20] Bisogna però riconoscere che il deficit democratico a livello europeo fa da pendant a quella crisi generale della centralità del potere legislativo che attraversa parimenti gli Stati nazionali. Tanto che vi è chi ha parlato di fine della democrazia o di post-democrazia per qualificare l’attuale situazione. Cfr. J.-M. Guéhenno, La fine della democrazia, Milano, Garzanti, 1994 e C. Crouch, Postdemocrazia, Roma-Bari, Laterza, 2002.

[21] Come emerge tra l’altro da un brillante pamphlet di Hans Magnus Enzensberger, Sanftes Monster Brüssel oder die Entmündigung Europas, Frankfurt a.M., Suhrkamp, 2011 (trad. it. Il mostro buono di Bruxelles, ovvero l’Europa sotto tutela, Torino, Einaudi, 2013).

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