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L’export cinese straccia le stime e la Germania frena: la lezione sui dazi e l’austerità europea

Dati a confronto a inizio 2026: l’export della Cina vola al +21,8% aggirando i dazi USA, mentre la Germania crolla del 2,3% penalizzata dalla crisi della domanda in Eurozona. L’analisi macroeconomica.

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I dati sul commercio estero per i primi mesi del 2026 ci consegnano una fotografia spietata degli attuali equilibri macroeconomici globali. Da una parte troviamo una Cina che aggira le tensioni geopolitiche con puro pragmatismo, dall’altra un‘Europa, a traino tedesco, che continua a soffocare sotto il peso delle proprie scelte rigoriste.

Partiamo da Pechino. I dati del primo bimestre 2026 hanno letteralmente demolito le timide previsioni degli analisti. Mentre in molti si attendevano un modesto +7,1%, le esportazioni della Cina sono balzate del 21,8% su base annua, raggiungendo la mostruosa cifra di 656,58 miliardi di dollari. Si tratta della crescita più rapida dall’ottobre del 2021 e mostra come la Cina stia scaricando potentemente all’estero le proprie produzioni. Ecco il grafico relativo da Tradingeconomics:

La retorica sui dazi si scontra con la dura realtà dei numeri: le tariffe rinnovate dall’amministrazione Trump nel 2025 hanno a malapena scalfito lo slancio manifatturiero cinese. Di fronte alle chiusure americane, i produttori di Pechino hanno semplicemente reindirizzato i loro beni verso mercati più recettivi.

Ecco il quadro macroeconomico cinese del primo bimestre 2026:

IndicatoreDato Registrato (Gen-Feb 2026)Previsioni MercatoVariazione A/A
Esportazioni656,58 miliardi di $+7,1%+21,8%
Importazioni+6,3%+19,8%
Surplus Commerciale213,62 miliardi di $179,6 miliardi di$Massimo Storico
Inflazione (CPI Feb)+0,8%+1,3%

Scendendo nel dettaglio geografico, la divergenza è palese. Le vendite cinesi sono aumentate quasi ovunque:

  • Hong Kong: +38,7%
  • ASEAN e Australia: +29,4%
  • Taiwan: +28,7%
  • Unione Europea: +27,8%, una bella sberla per la bilancia commerciale
  • Corea del Sud: +27,0%
  • Giappone: +8,9%

L’unica vera eccezione sono gli Stati Uniti, con un calo dell’11,0% delle vendite e un interscambio complessivo crollato del 16,9%. Nonostante la Corte Suprema americana abbia annullato alcune tariffe di Trump, i dazi precedenti (Sezione 301 e 232) mantengono l’aliquota effettiva sulle merci cinesi vicina al 30%. Un muro che non basta a fermare la macchina di Pechino. Inoltre c’è da notarel’impatto interno: con un export così tonico e un’inflazione al consumo in ripresa (+1,3% a febbraio), il premier Li Qiang ha fissato un target di crescita del PIL molto cauto (4,5%-5%), rinviando di fatto quei massicci stimoli economici che pure servirebbero per rilanciare la domanda interna cinese.

Mentre Pechino corre, la Germania frena

Mentre Pechino ride ed esporta a tutto spiano, in Europa la situazione è diametralmente opposta. L’industria tedesca, ex locomotiva incontrastata del continente, soffre visibilmente, ma, a quanto pare per i burocrati di Bruxelles, questo va benissimo.

I dati di gennaio 2026 certificano un brusco calo dell’export della Germania del 2,3% su base mensile, fermandosi a 130,5 miliardi di euro. Un tonfo che fa peggio delle già negative stime di mercato (che si attendevano un -2%) e che inverte la rotta rispetto all’illusorio rimbalzo di dicembre. Ecco il grafico relativo da Tradingeconomics:

La vera debolezza è strutturale ed è tutta europea, frutto di una domanda interna costantemente compressa: le spedizioni tedesche verso gli Stati membri dell’UE sono crollate del 4,8%, con un allarmante -5,7% all’interno della sola Eurozona. A tenere a galla il comparto manifatturiero di Berlino è esclusivamente l’export verso i Paesi terzi (+1%), trascinato in modo quasi totale da un balzo dell’11,7% proprio verso quegli Stati Uniti che ormai fungono da unica ancora di salvezza.

Per il resto, il bollettino tedesco è impietoso: l’export segna un -2,6% verso il Regno Unito, un -5,9% verso la Russia e un tracollo del 13,2% proprio verso quella Cina che invece inonda il mondo di merci. Insomma, mentre Pechino sostiene la propria economia reale adattandosi agli shock esterni, Berlino paga a caro prezzo il conto di anni di austerità e di politiche industriali asfittiche. Però i politici saranno soddisfatti dell’avanzamento delle loro politiche ambientaliste.

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