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L’Euro-Lira e il ritorno dell’amata inflazione

Un commento alla simulazione di cosa accadebbre con e senza l’Euro. 

 

PREMESSA

Ringrazio GPG Imperatrice che ha svolto un difficile lavoro di simulazione nel suo intervento “Simulazione di cosa accadrebbe con e senza Euro“.

Quella che segue è una breve riflessione sull’uscita dell’Italia dall’Euro. Non toccherò i numeri, quindi le considerazioni qui svolte sono argomenti logici con qualche riferimento empirico (che potrete verificare).

Premetto che per ragioni molto complesse e articolate da qualche anno sono quello che viene solitamente bollato come “Euroscettico”. Tali ragioni sono il frutto di argomenti teorici ed empirici per quanto riguarda gli effetti economici da un lato, e argomenti storico-politici e sociali per quanto riguarda le assunzioni di fondo dall’altro; non li esporrò tutti per brevità, limitandomi ad alcune osservazioni sulle dinamiche economiche proposte dalla simulazione.

Ammetto anche che più il tempo passa, più la mia posizione diviene indeterminata perché i costi economici di un’eventuale uscita dall’Euro dell’Italia crescono. Il Paese sta già pagando con la recessione un costo molto elevato. Aver investito decine di miliardi di tasse e mancato reddito in questa impresa rende un’uscita oggi meno desiderabile di un anno fa.

 

LA VISIONE

In passato ho sostenuto che la soluzione migliore fosse un’uscita della Germania dall’Euro, con l’eliminazione temporanea del mercato unico dei capitali e la sospensione di Schengen e una rimodulazione del sistema monetario europeo dapprima su tassi di cambio concordati (o bande di fluttuazione) e successivamente con un ritorno ai cambi flessibili.

Fatemi aggiungere anche che io NON sono anti-europeista essendo per definizione e nascita un “arcieuropeo”. Sono a favore delle custom unions, del mercato unico e della libera circolazione delle persone. Vedo di buon grado una comune politica estera e di difesa europea e, non essendo nazionalista, credo in un’Europa federalista sul modello svizzero.

Ma la realtà è un cliente ostico. Dall’introduzione dell’Euro vi è stata più divergenza che convergenza (ad es. il numero di accordi commerciali preferenziali con l’Asia e i Paesi emergenti è cresciuto in numero e importanza molto più del multilateralismo Comunitario). E questo è un dato empirico difficilmente confutabile.

Insomma, credere che si possa superare il nazionalismo dei singoli Stati con un Superstato europeo è una follia dirigista destinata a impoverire il Continente -già provato dall’inadeguata risposta dell’Unione alla globalizzazione commerciale- e destinata a privare i cittadini dei basilari diritti delle democrazie liberali (invero già molto provati dall’architettura istituzionale bizantineggiante dell’UE). Ma questi aspetti politici sono degni di un altro intervento, mentre qui m’interessa uno specifico aspetto economico della simulazione.

 

IL “NODO” DELLA QUESTIONE E LE ASSUNZIONI

L’intera simulazione è costruita sulla determinazione dei differenziali d’inflazione fra i Paesi Euro. Questo è il cornerstone per la determinazione dei tassi di cambio.

Vale dunque la pena fare una riflessione sull’inflazione. All’epoca dell’introduzione dell’Euro si ritenne che la moneta unica da un lato (e quindi una singola politica monetaria) e una politica economica e della concorrenza comunitaria dall’altro, avrebbe garantito il sostanziale annullamento dei differenziali inflazionistici nell’Area Euro (AE). Si ritenne pure che questa convergenza avrebbe aumentato notevolmente la correlazione fra i cicli economici dei Paesi membri, rendendo una politica monetaria unica sostanzialmente immune da shock asimmetrici, compensati eventualmente alla bisogna dalle solite flessibilità garantite dal Patto di Stabilità e Crescita.

A distanza di un decennio sappiamo che ciò non è avvenuto e che le differenze strutturali (direi culturali) delle singole economie rimangano inalterate. I differenziali inflazionistici quindi non si sono “chiusi” veramente per almeno i seguenti motivi:

 

a. Non vi fu mai – al di là dei tassi di interesse di riferimento – una politica monetaria unica; questo perché la politica monetaria in Europa si trasmette attraverso il canale del credito, ovvero attraverso i sistemi bancari, ciascuno dei quali era ed è regolato e controllato dalle politiche nazionali (basti pensare alle riserve obbligatorie, alla vigilanza, alle regole e consuetudini nel rapporto banca-impresa, ecc.).

b. La creazione di un mercato unico dei capitali ha enormemente facilitato i flussi di denaro fra Stati, spingendo le banche verso i sistemi Paese in cui il rendimento a parità di rischio erano maggiori; ad es. nel periodo 1999-2011 il settore bancario/assicurativo tedesco ha visto una crescita molto contenuta del proprio valore aggiunto, VA generato probabilmente generato per lo più nelle controllate estere; tali movimenti di capitali hanno sostenuto la spesa pubblica e il credito (si veda il punto a.) nei Paesi PIIGS con inevitabili pressioni sui salari e i prezzi.

c. L’allargamento verso Est dell’UE, al contrario di quanto possa sembrare, ha fortemente rallentato la spinta all’integrazione economica creando una forte asimmetria fra AE e UE: la prima, bisognosa di maggiore integrazione economica e fiscale, la seconda, data l’indipendenza della politica monetaria, no. Infatti, l’allargamento ha frenato l’integrazione nel mercato dei servizi (basti pensare al fallimento della direttiva Bolkenstein) aggiungendo alle già forti resistenze interne dei Paesi core, ulteriori paure  fra i cittadini per un mercato unico ad es. dei servizi professionali. Tutto ciò avveniva nel mezzo di epocali cambiamenti strutturali con una crescente delocalizzazione produttiva verso Est nell’industria manifatturiera (tradizionalmente il settore in cui si ottengono i maggiori guadagni in termini di produttività) e un sempre maggiore peso dei servizi sul totale del valore aggiunto. Ora, il combinato disposto di più servizi e bassa concorrenza ha permesso, da un lato una maggiore tassazione (sui fattori produttivi meno mobili) e dall’altro una crescente pressione al rialzo sui prezzi con effetti deleteri sulla competitività da un lato e il reddito reale disponibile dall’altro.

d. in questo contesto (c.), la Germania è stato l’unico Paese che ha visto la sua quota sul valore aggiunto manifatturiero crescere nel decennio, favorita dal calmieramento “al margine” dei salari nei servizi a basso valore aggiunto e dalla creazione -in seguito alla riunificazione- di un sistema produttivo industriale basato sulle catene del valore globale, costituito da una rete di imprese controllate e subforniture con l’Est-Europa e -in misura sempre crescente a partire dal 2001- con la Cina e l’oriente (Russia, India e Medio Oriente, Asia orientale); tutto ciò permette alla grande industria tedesca (e questa è la vera novità) di controllare i prezzi di acquisto/vendita dei beni intermedi e quindi di esportare sui mercati esteri (in uno scenario di domanda crescente) gli aumenti di prezzo, controllando (grazie anche alla moderazione salariale e alla flessibilità concertata con le rappresentanze sindacali) i prezzi interni; se vi serve un primo indizio di questo fenomeno guardate il peso delle importazioni sul PIL della Germania rispetto agli altri tre Paesi.

In conclusione, la combinazione dei punti a.-d. ha contribuito al mantenimento dei differenziali inflazionistici determinando una rivalutazione del tasso di cambio reale nei Paesi del Mediterraneo e una relativa svalutazione della Germania.

Ora, è ben evidente che sono da attribuirsi all’Euro e al mercato unico dei capitali gli effetti sub a. e b., mentre nulla può la moneta unica per l’inerzia/impossibilità politica sotto c. e le dinamiche “esogene” della globalizzazione al punto d.

 

I DUBBI

L’uscita dall’Euro dell’Italia riporterebbe dunque l’inflazione monetaria a causa della svalutazione. E’ probabile che il tasso di cambio rispetto all’Euro o all’Euro-marco si deprezzi ben più di quanto previsto dalla simulazione almeno nel brevissimo periodo. Le ragioni sono molteplici: i finanziatori esteri richiederebbero al governo tassi d’interesse più alti sul debito di nuova emissione e la Banca d’Italia sarebbe costretta ad intervenire con ulteriori espansioni monetarie per evitare una forte stretta sul credito.

Al contempo avverrebbe una sostituzione dei finanziatori esteri con quelli nazionali, e un rientro (presumibilmente massiccio) dei capitali italiani detenuti all’estero, con un forte aumento degli investimenti e dei salari nominali nel medio periodo.

Le importazioni diverrebbero più care, beneficiando l’economia nazionale in due modi: in generale attraverso l’effetto sostituzione dei beni esteri con quelli nazionali (più turismo qui, meno voli a Sharm; una Fiat al posto di una VW…); nell’industria attraverso innovazioni tecnologiche volte ad accrescere il risparmio dei beni intermedi (maggiori sono i risparmi futuri e più è conveniente investire in impianti e macchinari evoluti ma costosi).

Notate che dagli anni ’70 in poi questo è sempre stato il modello di sviluppo italiano. Sempre. Perché mancando le grandi imprese multinazionali, mancando le grandi ed efficienti infrastrutture logistiche di cui dispone la Germania (porti, aeroporti, autostrade) che collegano la Repubblica Federale con l’Est europeo e l’Asia, mancando la possibilità di sviluppare il Meridione per i ben noti problemi “istituzionali”, l’Italia manifatturiera potrà difficilmente seguire il modello tedesco.

Starà, invece, sempre e comunque al governo italiano fare le riforme e liberalizzare i settori di cui al punto c. e ridurre in misura sostanziale la pressione fiscale sui produttori di reddito per ridurre l’inflazione strutturale del sistema Paese; ma a ben vedere anche l’obiezione che solo l’Europa può spingere i nostri politici riottosi a farlo, non ha -finora- passato il giudizio della storia. La politica italiana ha avuto più di un decennio di bassi tassi d’interesse per finanziare le infrastrutture e creare una piattaforma per l’export e l’innovazione. Non ci è riuscita. Nemmeno al Nord.

L’ultimo dubbio riguarda il cambio del nuovo Euro-marco. Quanto della rivalutazione rispetto al dollaro e alle altre valute impatterebbe sulla capacità di esportare e generare reddito del Paese? Difficile a dirsi. Poco nella misura in cui il mondo post-2001 è cambiato. Perché mentre il mondo era distratto dall’attentato alle Torri Gemelle, la Cina entrava nel WTO. Nella misura in cui le importazioni-esportazioni tedesche sono infragruppo le grandi multinazionali o il Mittelstand più dinamico, potranno coprire i rischi di cambio e traslare i profitti nel Paese a loro più conveniente. E’ pur vero che le esportazioni diminuirebbero fortemente ma a ridursi sarebbero anche le importazioni con ricadute più forti sulle entrate fiscali tedesche e i settori a servizio dell’export come la logistica, trasporti e comunicazioni.  D’altro canto una diminuzione del surplus commerciale ridurrebbe di pari grado i risparmi nazionali e quindi il deflusso di capitale verso i Paesi del Club Med.

Inoltre, la Bundesbank, come ogni altra Banca Centrale potrà mitigare la recessione, intervenire sul mercato dei cambi ed espandere l’offerta di moneta (una moneta che tutti vorranno) indebolendo l’Euro-marco e mitigando le perdite in conto cambi del proprio sistema finanziario.

 

BOTTOM  LINE

Nel breve-medio periodo -ad es. nei 3 anni della simulazione- vi sono pochi dubbi che le forti dislocazioni finanziarie e bancarie avrebbero effetti fortemente negativi sul PIL e sul reddito con effetti positivi solo sulle esportazioni delle PMI

Nel medio-lungo termine il sistema produttivo e tutto il mercato interno italiano beneficerebbero della svalutazione, con effetti indiretti su investimenti e efficienza produttiva solitamente ignorati dalla letteratura macroeconomica neokeynesiana.

Nel più lungo termine i vantaggi potrebbero essere ancora maggiori per due semplici ragioni: 1. per l’enorme costo opportunità di rimanere nell’Euro in un contesto deflazionistico o di repressione finanziaria; 2. perché la possibilità della svalutazione reintrodurrebbe “al margine” un limite alle possibilità di indebitamento dello Stato (per il premio sul costo del debito richiesto dai finanziatori esteri) costringendo la politica di volta in volta a fare i conti con l’inflazione.

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