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Legge di bilancio: il vero problema è il Fiscal Compact! Dobbiamo liberarcene. Un’analisi di P. Becchi e G. Palma

Il governo precedente aveva impegnato il Paese, per il 2019, a fare spesa a deficit entro la misura dello 0,9 %. Il ministro Tria, invece, vorrebbe sterzare verso l’1,7%, per dare un minimo di ossigeno all’economia, senza turbare i mercati finanziari. Ma per realizzare il programma del nuovo governo la soluzione di Tria non è sufficiente, per questa ragione l’idea di Salvini è quella di portare la spesa a deficit al 3%. È un’idea prudente e condivisibile, in linea con il “contratto di governo” che prevede l’obiettivo di rivedere “l’impianto della governance economica europea (politica monetaria, Patto di Stabilità e crescita, Fiscal Compact…)”.
Ecco il problema è proprio il Fiscal Compact, cioè quel Trattato intergovernativo firmato da Mario Monti il 2 marzo 2012 e ratificato dalla maggioranza parlamentare di allora nel luglio di quello stesso anno, che impone agli Stati firmatari una serie di misure draconiane tra le quali l’obbligo tendenziale del pareggio di bilancio (rapporto deficit/ Pil entro lo 0,5 %). Benché non si tratti, in senso stretto, di un Trattato rientrante nel diritto europeo, il secondo comma dell’art. 2 precisa che “il presente trattato si applica nella misura in cui è compatibile con i trattati su cui si fonda l’Unione europea e con il diritto dell’Unione europea”.
Ecco, alla luce di questa disposizione, il governo italiano potrebbe semplicemente rifiutarsi di rispettarlo facendone valere l’invalidità, dal momento che non è compatibile con le fonti del diritto europeo gerarchicamente superiori, vale a dire i Trattati istitutivi dell’Unione, quelli cioè che appartengono al diritto originario dell’Ue, su tutti Maastricht e Lisbona.

L’invalidità, nello specifico, consiste nel mancato rispetto da parte del Fiscal Compact di alcuni principi contenuti nei Trattati. Vediamone un paio. Maastricht e Lisbona, ammettono anzitutto che ciascuno Stato possa fare spesa a deficit nella misura del 3 percento del rapporto deficit/Pil, mentre il Fiscal Compact prevede lo 0,5 percento, in pratica zero, quindi pareggio di bilancio. Un secondo aspetto di forte contrasto è l’incompatibilità tra le finalità sancite dal Trattato di Maastricht, ribadite a Lisbona, e quelle contenute nel Fiscal Compact. Mentre nei primi due Trattati gli obiettivi dell’Unione sono quelli della piena occupazione, del benessere dei suoi popoli e del progresso sociale (benché nell’assurda cornice della stabilità dei prezzi e di una economia sociale di mercato fortemente competitiva), il Fiscal Compact prevede come obiettivo principale la ferrea stabilità dei conti pubblici.

Insomma, per effetto del Fiscal Compact, l’Italia si è impegnata a fare zero spesa a deficit. Finora, “grazie” alle deroghe concesseci dalla Commissione europea (la cosiddetta “elemosina” ottenuta in cambio dell’invasione migratoria contrattata da Renzi), abbiamo fatto più di zero ma pur sempre sotto il 3. Da ora in poi, vale a dire sin dalla prossima legge di bilancio, dovremmo semplicemente sbattercene di un trattato intergovernativo che non è neppure conforme ai Trattati europei. Certo, tutto questo è ancora poco, ma sarebbe già un punto di partenza.

Si torni, per ora, almeno alla regola del 3%, proprio come col buon senso ha detto Salvini, in modo tale da tentare di avviare un percorso concreto di realizzazione di alcune delle misure più incisive contenute nel “contratto”. Il prossimo anno, con un Parlamento europeo sperabilmente diverso e una Commissione che ne rispecchi la volontà (dal 2014 la Commissione deve ottenere necessariamente il voto di approvazione da parte dell’Europarlamento), avremo maggiori possibilità per superare anche quel tetto assurdo del 3% e realizzare a pieno, gli interessi del popolo italiano.

di Paolo BECCHI e Giuseppe PALMA su Libero di ieri, 8 settembre 2018

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