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Electrolux, piano di rilancio da 90 milioni. Il governo pronto a intervenire con nuove misure in manovra

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La vertenza Electrolux entra in una fase decisiva. E il governo prova a trasformare quella che rischia di diventare una delle crisi industriali più pesanti degli ultimi anni in un’occasione per rilanciare l’intero comparto italiano degli elettrodomestici. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha annunciato al tavolo convocato oggi al Mimit la disponibilità dell’esecutivo a sostenere un nuovo piano industriale anche attraverso misure straordinarie da inserire nella prossima legge di bilancio. Un’apertura importante, mentre nella trattativa entra anche il tema di nuovi investimenti per 90 milioni di euro, la cui destinazione e le cui condizioni devono essere ancora chiarite.

«Siamo pronti a sostenere il nuovo piano di rilancio, con tutti gli strumenti, anche straordinari, che metteremo in campo con la prossima legge di bilancio», ha dichiarato Urso davanti ai rappresentanti dell’azienda, delle istituzioni territoriali e dei sindacati. Il messaggio alla multinazionale svedese è chiaro: lo Stato è disponibile a intervenire, ma occorre abbandonare la logica dei tagli e presentare un progetto credibile che garantisca produzione, investimenti e occupazione in Italia.

La posta in gioco è tutt’altro che marginale. Il piano di ristrutturazione annunciato da Electrolux lo scorso maggio prevedeva inizialmente 1.719 esuberi, successivamente ridotti a 1.450, oltre alla chiusura dello stabilimento marchigiano di Cerreto d’Esi. Una prospettiva che ha provocato una dura reazione sindacale e una mobilitazione estesa ai diversi siti produttivi. A Cerreto sono coinvolti circa 170 lavoratori, mentre a Porcia, in Friuli Venezia Giulia, i tagli prospettati interessano 463 addetti. Numeri che rendono evidente la dimensione sociale della crisi, ma che non esauriscono il problema: attorno agli stabilimenti ruota una filiera di fornitori, imprese specializzate, servizi e competenze industriali che rischierebbe di indebolirsi ulteriormente.

Urso ha scelto fin dall’inizio di non limitare il confronto alla gestione degli esuberi. A giugno, dopo il primo intervento del ministro, Electrolux aveva accettato di sospendere le iniziative unilaterali e di aprire una trattativa serrata al ministero. A luglio era arrivata la richiesta di un nuovo piano industriale entro ottobre, con impegni verificabili sulla tenuta degli stabilimenti. Il governo ha quindi lavorato su due fronti: la trattativa nazionale e la costruzione di una risposta europea alla crisi dell’elettrodomestico.

Ed è proprio da Bruxelles che arriva, secondo il ministro, la novità più significativa. La proposta italiana per sostenere l’industria europea del cosiddetto bianco ha ottenuto l’appoggio di Germania, Francia, Spagna, Polonia e Slovacchia. Il documento presentato dall’Italia punta a riconoscere il settore come strategico, a introdurre nuove misure di salvaguardia e a contrastare la concorrenza sleale proveniente dai mercati asiatici. Il vicepresidente esecutivo della Commissione europea Stéphane Séjourné, ha riferito Urso, gli ha confermato per iscritto la disponibilità ad agire sulla base di quelle indicazioni.

Quella europea è una leva fondamentale nella strategia di Urso. Non si tratta soltanto di convincere Electrolux a rivedere il piano, ma di modificare le condizioni che negli ultimi anni hanno spinto numerosi grandi gruppi a ridimensionare la produzione nel continente. Secondo i dati ricordati dal ministro, in appena sei anni sono stati chiusi 25 stabilimenti europei dell’elettrodomestico. Un’emorragia industriale che rischia di compromettere una filiera nella quale l’Italia conserva competenze tecnologiche, capacità progettuali e un patrimonio manifatturiero difficilmente ricostruibile una volta disperso.

Per questo il passaggio di oggi assume un significato che va oltre la singola vertenza. L’apertura del governo all’utilizzo di strumenti straordinari nella legge di bilancio, insieme alla prospettiva di nuovi investimenti, potrebbe offrire alla multinazionale condizioni più favorevoli per mantenere le produzioni in Italia. Resta da definire, tuttavia, la consistenza del nuovo impegno industriale. L’ipotesi di investimenti per 90 milioni di euro rappresenterebbe un segnale importante, ma sarà necessario conoscere la distribuzione delle risorse tra gli stabilimenti, i prodotti coinvolti, i tempi di realizzazione e, soprattutto, le ricadute occupazionali.

La posizione del Mimit è stata comunque costante: il sostegno pubblico non può tradursi in un accompagnamento passivo alla riduzione degli organici. Già nei precedenti incontri Urso aveva subordinato l’impiego degli incentivi a impegni verificabili sui volumi produttivi e sulla permanenza industriale. Il ministro aveva inoltre contestato l’idea che la crisi potesse essere attribuita prevalentemente al costo dell’energia, risultato di incidenza limitata negli approfondimenti tecnici svolti durante la trattativa.

Non mancano, naturalmente, le incognite. I sindacati hanno ribadito anche oggi che la trattativa non può considerarsi davvero avviata verso una soluzione positiva finché Electrolux non ritirerà l’ipotesi di chiusura di Cerreto d’Esi e non rivedrà sostanzialmente i tagli annunciati. Per Fim, Fiom e Uilm servono garanzie sugli stabilimenti e sulle produzioni, non semplicemente strumenti per accompagnare l’uscita dei lavoratori. La mobilitazione di queste settimane, culminata negli scioperi e nel presidio davanti al ministero, dimostra quanto sia alta la tensione.

Il tempo, peraltro, non è illimitato. All’inizio di novembre il gruppo dovrà assumere decisioni sulla propria riorganizzazione internazionale. Urso punta perciò a definire un’intesa entro ottobre, prima che le strategie globali della multinazionale rendano più difficile modificare le scelte relative agli stabilimenti italiani. È in questo spazio temporale che il governo intende utilizzare contemporaneamente la leva nazionale, quella europea e il confronto con le Regioni coinvolte: Marche, Friuli Venezia Giulia, Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna.

Il caso Electrolux potrebbe quindi diventare un banco di prova per la nuova politica industriale italiana ed europea. Da una parte una multinazionale impegnata a ridurre i costi e riorganizzare le produzioni su scala mondiale; dall’altra un governo che prova a contrastare la progressiva perdita di capacità manifatturiera, chiedendo all’Europa regole e strumenti più efficaci per difendere il proprio sistema produttivo. La partita riguarda migliaia di lavoratori, ma anche il futuro di uno dei comparti storici dell’industria nazionale.

La disponibilità annunciata oggi da Urso a ricorrere anche a misure straordinarie costituisce un ulteriore passo in questa direzione. Non è ancora un accordo, né una garanzia che tutti gli stabilimenti saranno salvaguardati. Ma conferma la volontà del governo di giocare fino in fondo una partita nella quale è in discussione non soltanto il destino di Electrolux, ma la capacità dell’Italia di continuare a produrre elettrodomestici competitivi sui mercati internazionali.

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