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L’ECONOMIA E’ PER DEFINIZIONE UN CONFLITTO DI INTERESSI, MA ANCHE UN’OCCASIONE DI COOPERAZIONE (di Davide Gionco)

Non so se abbiate mai fatto caso al fatto che quasi sempre le questioni economiche ci vengono presentate da un solo punto di vista.
“Sono aumentati i prezzi” = problema per i consumatori.
“Sono aumentati gli incassi” = un bene per i commercianti.
“Sono aumentati i salari” = un bene per i lavoratori dipendenti.
“E’ aumentato il costo del lavoro” = un problema per gli industriali.

La verità è che i conflitti di interessi sono nella natura dell’economia.
Alberto Bagnai giustamente ci ricorda nel suo blog Goofynomics una celebre frase di Pippo: “Chissà perché le discese, viste dal basso, somigliano tanto alle salite?

Quando i prezzi aumentano, i consumatori pagano di più, ma ci sarà qualcuno che, dall’altra parte, aumenterà i propri utili e che trarrà vantaggio dalla situazione.
I consumatori sono contenti se trovano i prezzi diminuiti, addirittura sottocosto, ma avere dei prezzi sottocosto significa che dall’altra parte qualcuno avrà guadagnato di meno: un lavoratore più sfruttato o una impresa che si avvicina al fallimento.

Che nei rapporti economici vi siano dei permanenti e strutturali conflitti di interesse è nella natura delle cose. Se chi ci governa, ma anche ciascuno di noi, ne prende atto e si regola di conseguenza, questi conflitti possono essere gestiti in modo proficuo per l’intera società.
Se, invece, il conflitto viene negato e nascosto, presentando unicamente il punto di vista di una delle parti, va a finire che, per ragioni varie, una delle parti in gioco prevale sull’altra.
A quel punto il risultato non è solo che una parte ci guadagna e l’altra ci perde, ma spesso è che ci perdono entrambe le parti.

Se l’imprenditore paga troppo poco i propri dipendenti, questi avranno un basso potere di acquisto. Se la situazione particolare diventa sistemica, l’imprenditore avrà clienti con pochi soldi per comperare i suoi prodotti e ne venderà pochi.
Di conseguenza guadagnerà meno, pur avendo ridotto i salari dei suoi dipendenti. Anzi, proprio per quello. E rischierà di fallire per mancanza di clienti.

Se il dipendente riceve un salario eccessivamente alto rispetto a quanto produce per l’imprenditore, l’imprenditore dovrà aumentare il prezzo dei prodotti in vendita.
Se la situazione diventa sistemica, alla fine i lavoratori dipendenti vedranno vanificato, in termini di potere d’acquisto, l’aumento dello stipendio.

Henry Ford nel 1909 proclamava in una pubblicità “Voglio costruire un’automobile per le masse, abbastanza grande per una famiglia, ma abbastanza piccola perché se ne possa servire una persona sola. Sarà costruita con i migliori materiali, dai migliori operai, sui disegni più semplici che possa immaginare l’arte dell’ingegneria moderna. Ma sarà di un prezzo così modesto che qualsiasi persona con un buono stipendio potrà comprarsela”.
Dopo di che, con coerenza, nel 1914 aumentò unilateralmente la paga dei suoi dipendenti, i quali erano retribuiti 8 dollari al giorno, contro una media di 5,5 dollari al giorno che era la retribuzione media del tempo negli USA.
Ford aveva capito che una migliore retribuzione dei lavoratori avrebbe consentito di portare nelle tasche dei suoi clienti più denaro per acquistare le auto vendute. Ed aveva capito che riducendo i margini di utile sulle auto vendute, ovvero limitandone il prezzo, avrebbe venduto più auto, aumentando il numero di clienti.
La storia ci insegna che in questo modo Henry Ford vendette molte più auto e guadagnò più di ogni altro suo concorrente. E nello stesso tempo consentì ai suoi dipendenti di migliorare il loro tenore di vita.

Questo fatto storico ci insegna che la soluzione ottimale è che entrambe le parti siano coscienti del conflitto di interessi che esiste e che, insieme, trovino la soluzione più profittevole per tutti.
Se ciascuno cerca solo i propri utili puntando unicamente a sottrarre denaro alla controparte, nessuno aumenterà i propri utili.
Il denaro, infatti, circola.
I risultato sarà che chi avrà un maggior rapporto di forza arriverà a disporre di più denaro, ma in quel modo danneggerà il meccanismo di produzione di ricchezza reale che avviene mediante il lavoro, la produzione e la vendita di beni e servizi.

Se, invece, le parti collaborano per trovare una soluzione equa e confacente a tutti, la produzione e vendita di beni e servizi aumenta, portando a tutte le parti in causa migliori risultati.

Il meccanismo della concorrenza fra diverse imprese resterà comunque, ma la concorrenza, non potendo/volendo agire sui livelli di retribuzione, si farà agendo su altri fattori: miglioramenti tecnologici, una organizzazione più efficiente, riduzione del consumo di energie per unità di prodotto, miglioramenti qualitativi, ecc.
Ovvero tutti i miglioramenti del rapporto qualità/prezzo che non dipendono dalla retribuzioni.

Se il livello delle retribuzioni è “ottimizzato” fra le parti, avendo coscienza che la migliore soluzione ai conflitti di interessi non è la vittoria di una parte sull’altra, allora si innescano delle dinamiche virtuose che portano vantaggi per tutti.
Se, invece, nel conflitto di interessi una parte prevale sull’altra, si avranno riduzioni della produzione o delle vendite, causando dei danni economici che, alla fine, ricadranno su entrambe le parti in gioco.

Questa dinamica non vale solo nei conflitti fra datori di lavoro e lavoratori dipendenti, fondamento della visione di Marx, ma vale anche nei conflitti fra detentori di capitali, che puntano a massimizzare le proprie rendite, e fruitori dei finanziamenti, che hanno bisogno dei capitali per produrre beni e servizi.

L’attuale paradigma economico della “massima competitività”, che poi è lo stesso che guida le politiche di austerità, favorisce unicamente una “parte”, quella dei detentori dei capitali.
Il risultato, che è sotto gli occhi di tutti, è una riduzione della produzione causata da una riduzione dei consumi.

Se lo scopo dell’economia deve essere, ai sensi della Costituzione, quello di assicurare a tutti il massimo benessere, la via da seguire non è quella della competitività a tutti i costi, ma è quella della collaborazione e della cooperazione fra le parti in gioco, che porti a migliorare i processi produttivi dal punto di vista tecnico, organizzativo, qualitativo.

Sono questi miglioramenti ad aumentare la produttività per ora lavorata.
Se a questo si unisce una adeguata disponibilità di reddito per tutti, quei beni e servizi “migliori” diventano disponibili per tutti, aumentando il benessere di tutti molto di più di quanto avverrebbe favorendo solo una delle parti.

Davide Gionco


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