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L’ECONOMIA CON LE BRIGLIE SUL COLLO

Leggere un articolo d’economia di buon livello è un’impresa faticosa e frustrante. Anche quando il testo è stato scritto per il grande pubblico, il risultato pressoché invariabile è che si capisce la metà di ciò che si legge e non si è neppure sicuri che ciò che s’è capito sia vero.
La ragione di questa difficoltà risiede nella complessità della materia. Infatti entrano in gioco moltissimi fattori: i governi, le banche, le imprese, i tassi d’interesse, i consumatori, il fisco, le aspettative, le spese dello Stato, la congiuntura internazionale, il prezzo delle commodities (in primo luogo il petrolio). Alla fine l’equazione ha troppe incognite per avere una soluzione univoca. Ogni economista fa del suo meglio per orientarsi in questa selva ma, pressoché invariabilmente, le sue conclusioni sono soltanto le sue conclusioni: il primo collega che si incontra è di parere diverso.
Tutto ciò ha provocato molte irrisioni nei confronti degli economisti. Di loro si dice che “fanno sempre previsioni, queste si rivelano regolarmente sbagliate e loro poi vi spiegano dottamente perché le cose sono andate diversamente”.
Questa severità è eccessiva. L’insufficienza dei risultati dei competenti non prova affatto che essi siano degli incapaci: prova soltanto che in materia è praticamente impossibile capire che cosa avverrà in futuro. Questi studiosi meritano la nostra stima come teorici, certo non come profeti e ancor meno come guide dell’economia. Lo dice l’esperienza. Dando un’occhiata alla storia economica dei vari Paesi, si vede che spesso il governo, quando ha cercato di correggere gli errori del passato, ne ha commessi di nuovi e quando ha cercato d’indirizzare per il meglio l’economia nazionale, non raramente ha prodotto più guasti che benefici. Dunque, pur disponendo dei migliori consiglieri, di tutti i dati e dei massimi strumenti economici, si sbaglia anche ai più alti livelli. Naturalmente, neanche i governanti sono tutti degli ignoranti o degli imbecilli: la verità è che forse affrontano un compito impossibile.
Il Primo Ministro giapponese Shinzo Abe, ad esempio, ha tentato una manovra per far ripartire il Giappone. In un blog specializzato(1) leggiamo infatti che egli ha attuato una “politica monetaria e fiscale espansiva di tipo keynesiano”. E “Dal secondo trimestre 2013 al secondo trimestre 2014 le cose sembrarono funzionare”. “Il Giappone conosceva una crescita superiore all’1,50%, i prezzi riprendevano a salire, dopo anni di stagnazione, con un incremento annuo dell’1,70% e la domanda interna nel primo trimestre 2014 cresceva oltre il 2%, mentre gli investimenti arrivavano nello stesso periodo a crescere fino al 4,5%. Dal secondo trimestre del 2014 avvenne però il crollo: il PIL su base annua si contrasse del 7,1% e nel terzo trimestre di un ulteriore 1,6%, i consumi nel secondo trimestre crollarono del 5% e gli investimenti del 4,5%”. L’articolo fornisce la spiegazione del fenomeno ma c’è da temere che un altro editorialista darebbe una spiegazione diversa. Sicuramente il governo giapponese fruisce di ottimi cervelli e infatti non è questo il punto. Il dubbio è che guidare l’economia forse è un’impresa disperata o – peggio – sbagliata in ogni caso.
Un secondo esempio è l’eurozona. La situazione attuale è il risultato di un’ambiziosa e gigantesca manovra, programmata dalle migliori menti europee, per ristrutturare economicamente e politicamente l’intero continente. Il risultato? Non soltanto siamo in piena crisi economica, ma sono rinati vecchi rancori e i peggiori sospetti fra le nazioni europee. Proprio per ragioni economiche.
Siamo sicuri, come si diceva, che tentare di guidare l’economia, più che essere difficile, non sia sbagliato?
Immaginiamo un’economia simile a quella della Cina dopo Mao in cui non ci fosse neppure la moneta. L’inflazione sarebbe impossibile. Sarebbe pure impossibile un eccesso di risparmio avulso dalla produzione, e non ci potrebbe essere debito pubblico. Sostanzialmente rimarrebbero in campo soltanto le variazioni dovute all’economia concreta, quel complesso di fattori che i competenti chiamano “i fondamentali”, con totale esclusione di manovre finanziarie, di speculazioni e di tutte le diavolerie che inventano le Borse e i governi. Se poi il fisco fosse leggero, una crisi come quella attuale sarebbe impensabile.
Naturalmente – dirà qualcuno – ipotizzare il ritorno al baratto è un assurdo economico. Ed è vero. L’ipotesi estrema prospettata serve a confermare che, se lo Stato mantenesse la moneta in condizioni tali da servire come facilitatore dello scambio; se il risparmio fosse soltanto un fattore della produzione; se lo Stato limitasse le sue spese e si astenesse dal contrarre debiti; pur in presenza della moneta si avrebbe lo schema di una società in cui tutte le operazioni sarebbero “vere”. E non si avrebbero le crisi dovute a costruzioni fantastiche, come quella del ’29, o quella dei subprime americani. Bisognerebbe smetterla di pensare di saperla più lunga del mercato. È una presuntuosa illusione tanto diffusa quanto perniciosa, e troppe volte ne abbiamo visto i risultati.
Ma, naturalmente, dopo queste belle considerazioni, non rimane che svegliarsi e cominciare la giornata come al solito.
Gianni Pardo pardonuovo.myblog.it
28 maggio 2015
(1)https://scenarieconomici.it/lerrore-delleuropa-che-il-qe-della-bce-non-puo-sanare/

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