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Chi ha inventato il liberismo era contro i popoli o sognava un mondo migliore? Le idee di Adam Smith

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Adam Smith

Adam Smith: chi ha inventato il liberismo era contro i popoli o sognava un mondo migliore?

Vi voglio parlare dell’uomo che viene considerato come l’antesignano del pensiero liberista.
In realtà stiamo per scoprire che il potere finanziario si fa scudo con il suo pensiero, distorcendolo ad arte, per tutelare i propri interessi.

Infatti Adam Smith fu soprattutto un pensatore. Uno di quelli che maggiormente contribuirono alla creazione del pensiero economico oggi imperante: quello che si basa sulla predazione di pochi a discapito della maggioranza.

Ma quello che voleva era la lotta contro i popoli o un mondo migliore?

Abbiamo deciso di aprire il libro di economia spiegata facile per imparare da dove viene il paradigma imperante che ha forgiato il cosiddetto pensiero unico liberista che pervade molti ambiti: economico, finanziario e sociale soprattutto.

Di recente abbiamo inaugurato la galleria dei traditori dell’Italia, aperta con i ritratti di Mario Monti e Giorgio Napolitano, ma a questa vogliamo fare un contraltare con alcuni dei profili, del passato e del presente, di maggiore spicco in ambito culturale.

Torniamo all’origine del liberismo, il male assoluto dei nostri giorni, da dove deriva?
I primi liberisti remavano contro il popolo o sognavano un futuro migliore lontano dall’oppressione di aristocratici e poteri costituiti?
E cosa ne è stato delle loro idee e come vengono utilizzate oggi a quasi trecento anni di distanza?

Economia Spiegata Facile, ha deciso di parlarti anche di questi personaggi, ovvero coloro che hanno contribuito, nel bene o nel male, a costruire i paradigmi economici, finanziari, politici e sociali dei nostri giorni.


 

Adam Smith

Kirkcaldy, 5 giugno 1723 – Edimburgo, 17 luglio 1790

Filosofo ed economista scozzese, fu il primo a studiare i fattori che aumentavano o diminuivano la ricchezza complessiva di un Paese, mettendo sotto osservazione i fattori della produzione, della distribuzione e del consumo delle merci.
La sua analisi dei processi e delle leggi che governano l’economia puntava a sottolineare come l’iniziativa dell’individuo, benché mirata al tornaconto individuale, di fatto era compatibile con il benessere collettivo.

Secondo Adam Smith esiste una sorta di mano invisibile che regola i mercati attraverso la concorrenza.
Smith però, contrariamente a quanto sostengono i liberisti, con il discorso della “mano invisibile” non giustifica il far west odierno.
Egli infatti dice che il mercato può espandersi in piena libertà ma entro i confini di regole dettate dallo Stato e sul cui rispetto lo Stato deve vigilare.

Smith sostiene che il bisogno di ricevere approvazione dell’individuo è il fattore scatenante del comportamento umano. Anche il bisogno di riconoscersi negli individui con iniziative positive produce a catena effetti di imitazione che portano gli atteggiamenti egoistici a lasciare un’impronta positiva su tutta la collettività.
Infatti secondo Smith la mano invisibile del mercato fa sì che la rincorsa agli interessi personali produca un vantaggio anche agli altri.


 

Adam Smith anticipa alcune istanze ed alcune ricerche di David Ricardo e Karl Marx – da pagina 292 del libro di economia spiegata facile


 

Teoria sociologica applicata all’economia secondo Adam Smith

Uno degli esempi che fa Smith è quello del fornaio.
Per quanto cattivo ed egoista possa essere, il fornaio ha tutto il vantaggio nel fare un buon pane e quindi la qualità prodotta serve a far sì che i clienti non scelgano un suo concorrente.
Perciò il suo lavoro va sganciato dal giudizio morale che si può avere di lui.

Smith tende ad accordare le sue teorie economiche con quelle di Isaac Newton.
Infatti asserisce che il mercato si comporta come una legge naturale già inserita nell’ordine delle cose previste da Dio.
Per questo lo Stato dovrebbe intervenire soltanto per fornire i servizi pubblici realizzati con il prelievo fiscale sui più ricchi.


 

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Adam Smith si inserì nel dibattito su quale fosse l’elemento determinante nella creazione di valore.
All’epoca il mondo accademico si divideva tra mercantilisti e fisiocratici.
I primi sostenevano che l’elemento che creava valore fosse il denaro; i fisiocratici sostenevano che il fattore determinante fosse la terra.

Quando pubblica la sua principale opera: Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni (1776), Smith è il primo ad indicare nel lavoro il fattore determinante nella creazione del valore.

È lui dunque a gettare le basi di una teoria all’epoca rivoluzionaria e su cui si basano i successivi studi di Ricardo e di Marx.

Secondo Smith per comparare il valore di due merci occorre individuare il tempo richiesto per produrle.
Per riuscire a produrre in modo efficiente le merci, Smith suggerisce che i lavoratori vengano specializzati.
Il benessere e il progresso della civiltà si fonda sulla specializzazione dei mestieri.
Adam Smith quindi analizza le fasi produttive affinché ad ognuna vengano dedicati operatori che si limitino ad una sola attività ma in modo specializzato.

 


Applicazioni empiriche e pratiche delle teorie di Adam Smith

Adam Smith fece applicare questa teoria in una fabbrica di spilli. Ciò che venne appurato è che suddividere i compiti tra più operai specializzati permetteva di produrre molti più spilli che in una fabbrica in cui ogni operaio eseguiva tutte le operazioni produttive.

Questo concetto, nel seguente video creato per il canale YouTube di economia spiegata facile, è bene evidenziato come l’idea scatenante della prima rivoluzione industriale.

 


 

Tuttavia l’aumento della produttività produce l’effetto indesiderato che nel mercato entrano molte più merci di quante la domanda possa assorbire.
La mancata vendita delle merci in esubero produrrà anche l’esubero di operai.

Smith quindi prevede che ci saranno disagi sociali e povertà dovuti alla disoccupazione.

Pertanto il mercato deve espandersi dal villaggio alla campagna, alle città fino a raggiungere altre nazioni.
Ecco che quindi Smith si pone il problema di espandere il mercato affinché le merci in eccesso vengano vendute.
Secondo Adam Smith, infatti, i confini doganali e tutti gli impedimenti che possono frenare l’esportazione e l’importazione delle merci fra i vari Stati andrebbero aboliti.
È il germe della globalizzazione, ma anche del modello americano in cui i lavoratori si spostano in continuazione.
È un modello in netto contrasto con la nostra economia e la nostra società.
Infatti in Italia l’attaccamento alle proprie radici prevale sul lavoro.

 


Adam Smith crea una nuova corrente economica

Per aver contribuito a superare i modelli mercantilista e fisiocratico, Smith viene ritenuto capostipite della corrente economica classica.
È sempre Adam Smith a introdurre il concetto di salario minimo.
Egli pensa cioè che serva un reddito necessario alla sopravvivenza del lavoratore e della sua famiglia.

Ma Smith teorizza anche che la forza contrattuale dei lavoratori rispetto ai datori di salario (cioè quelli che oggi definiamo datori di lavoro) influisce sul livello dei salari.

Adam Smith è uno dei tanti esempi di come oggi, semplificando troppo il suo messaggio, un personaggio può essere visto in bianco o in nero a seconda dei punti di vista o del tifo.
In verità volendo approfondire ci accorgeremmo di tutta una serie di sfumature di grigio che andrebbero conosciute prima di emettere un giudizio.

Per questo esercizio rimandiamo a testi accademici o comunque approfonditi.

Se da una parte le correnti sovraniste vedono in Adam Smith un nemico del popolo da cancellare dallo studio universitario, dall’altra viene usato a sproposito dai liberisti.

La famosa metafora della mano invisibile è stata oltremodo abusata da questi ultimi.
In realtà Smith non intendeva darne un’interpretazione come quella che i liberisti intendono oggi.
Essi ritengono che il mercato debba essere lasciato di correre libero, poiché si auto-regola, che tanto sarà in grado di limitare da sé tutti gli squilibri ad esso legato.


Come i liberisti manipolano le idee di Adam Smith

Ovviamente la realtà ci dimostra da almeno cinquant’anni ad oggi che ciò è del tutto falso.

La crescita sociale è sempre cresciuta assieme all’equilibrato intervento pubblico che ha saputo correggere le storture di un sistema altrimenti incontrollabile.
Ciò è stato almeno sino a quando lo Stato ha potuto.
Poi essendo stato esautorato dalle leve che servono a controbilanciare i “poteri forti”, la cosa è venuta rapidamente scemando. Questo ha prodotto un serie di danni sia a livello sociale, che culturale che ha prodotto un progressivo impoverimento intellettuale ed economico delle classi subalterne.


 

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Vice-versa non si spiegherebbero le grandi concentrazioni di ricchezza, le enormi disparità tra poveri e ricchi, lo sfruttamento degli schiavi moderni del mondo, una disoccupazione così elevata per lunghi periodi storici, ecc.

Ed è altresì inconfutabile che i monopòli finanziari (grandi e piccoli), di fronte alle crisi non sono mai riusciti a risollevarsi da soli.
A dimostrarlo bastano pochi ma epocali esempi: la crisi del ’29, la crisi petrolifera degli anni 70, il crollo di Lehman Brothers, Parmalat, ecc. così come l’attuale crisi legata all’epidemia da coronavirus.
Tutti questi eventi hanno dimostrato che, senza l’intervento pubblico, gli stessi potentati sarebbero finiti gambe all’aria ogni volta.

Liberisti quando si tratta di staccare i dividendi, statalisti quando si tratta di mungere aiuti pubblici

 


 

Quante volte sarebbero falliti i quotidiani che predicano il libero mercato e la rimozione dello Stato dalle attività produttive, come il Sole 24 Ore (organo di informazione e propaganda di Confindustria) e quotidiani come Il Foglio o L’Unità, senza i finanziamenti pubblici che tanto questi organi di propaganda denigravano in tempi di vacche grasse?

Insomma, c’è una frase molto in voga che mi piace ripetere: i liberisti privatizzano i guadagni e socializzano le perdite.
Significa che i potenti esternalizzano le perdite scaricandole sulla società.

Allo stesso modo usano ora Smith, ora Keynes, ora Friedman, a seconda delle convenienze del loro portafoglio, per influenzare l’opinione (si fa per dire) pubblica e portare le masse a spasso o dividerle in fazioni di tifoserie.

Il consiglio è sempre lo stesso, impariamo ad approfondire almeno un pochino qualsiasi argomento economico, perché dappertutto si celano incredibili scoperte.
Il libro di economia spiegata facile è stato scritto proprio per questo.

 


Il presente materiale va inteso come di pura divulgazione.
L’Economia Spiegata Facile: Benché i dati e i contenuti siano stati vagliati, provengano da fonti ufficiali, siano di valore scientifico e provengano da studi accademici e/o da statistiche ufficiali ed archivi storici, la loro esposizione è volutamente sintetica e semplificata al fine di renderli comprensibili al grande pubblico.
Questo materiale non sostituisce la lettura scientifica o lo studio accademico e/o di più alto profilo.

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