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Le dimissioni del Papa – Parte seconda

Abbiamo discusso per anni sulle motivazioni, e sull’opportunità, delle dimissioni di papa Ratzinger dal soglio di Pietro. Sarebbe ora di aprire un dibattito sulle motivazioni, e sull’opportunità, delle dimissioni di Papa Bergoglio. Tra tutte le ragioni possibili ve n’è una che si staglia, abbagliante, sulle altre con la brutale evidenza dell’evangelica trave nell’occhio. Parliamo della vergognosa vicenda del Cardinale australiano George Pell, salito ai disonori della cronaca per aver coperto le pratiche pedofile di sacerdoti ricadenti sotto la sua “giurisdizione” e per aver egli stesso abusato di due chierichetti. Che c’entra, direte, il pontefice attuale con Pell? C’entra eccome, nella misura in cui Francesco aveva fatto di Pell il numero tre dell’intera filiera gerarchica del Vaticano. Parliamo, quindi, di un uomo di sua strettissima fiducia al punto da meritarsi il vezzoso soprannome di “ranger australiano”, coniato proprio dal papa.
 
Perché, vi chiederete, un ignobile reato e un imperdonabile peccato commesso da un cardinale dovrebbe spingere addirittura alle dimissioni di Bergoglio? Per una ragione molto semplice, compendiabile in un teorema usato spesso, nel recente passato, non nell’ambito ecclesiastico, ma in quello della giustizia penale e passato alla storia come “non poteva non sapere”. L’equazione in oggetto si traduce in una sorta di responsabilità oggettiva a carico del vertice di una piramide di relazioni e di potere, sia essa aziendale, politica, associativa o di qualsiasi altro genere. Se il crimine lo commette uno dei sottoposti, assai alti in grado, allora significa che il suo diretto superiore sapeva e tollerava. Ora, confessiamo che il teorema non ci piace perché è un oltraggio alla tradizione garantista della responsabilità personale e di tutto ciò che ne è venuto, di buono, da Beccaria in poi. E tuttavia, per il caso in esame, siamo tentati di capitolare all’istinto giustizialista. Soprattutto perché se il teorema in oggetto ha comunque un elevato tasso di credibilità in ogni ambito, ce l’ha massimamente e vieppiù in una struttura come la Santa Chiesa Cattolica Romana.
 
Cioè una istituzione fondata su una capillare rete di intelligence ante litteram, sulla riservatezza più accorta, sulla discrezione più raffinata, su una prudenza spinta ai limiti oltre i quali una virtù degrada in vizio. Un’istituzione capace, per ragioni vocazionali e tradizionali insieme, di sapere tutto di tutti, tutto su tutto, tutto in anticipo rispetto a tutti. È ragionevolmente credibile che il suo massimo esponente non sapesse ciò che si sussurrava e diceva di Pell da decenni? E se anche non sapeva, non gli si può comunque imputare un intollerabile difetto di vigilanza? A meno che non si voglia aderire alla linea difensiva dello stesso Pell il quale, a proposito dei crimini commessi dai suoi sacerdoti, ha ineffabilmente dichiarato che quei preti sono “come i camionisti che molestano le autostoppiste: non sarebbe appropriato che i dirigenti di quella compagnia di trasporti fossero considerati responsabili”. Ecco, per carità e dignità cristiana, il popolo cristiano dovrebbe pretendere, nel caso si specie, che si facesse un’eccezione alla regola del camionista di Pell.
 
Francesco Carraro
www.francescocarraro.com

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