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LE “BUONE RAGIONI” DEI LOCKDOWN

Quando un ministro della salute, che ha governato durante la maggiore moria di persone dal dopoguerra ad oggi disincentivando le autopsie, le visite mediche, le cure, ecc., ovvero facendo l’opposto di ciò che presumibilmente andava fatto, viene confermato dal nuovo governo, vuole dire che ha lavorato “bene”.
Quando un presidente del consiglio, responsabile dell’eccidio greco, vìola in maniera sfacciata la Costituzione e le disposizioni europee (tra le quali CoE 2361/21 ed il Regolamento UE 953/21 considerando 36) introducendo norme palesemente discriminatorie, viene addirittura promosso a candidato “in pectore” per la presidenza della Repubblica, vuole dire che ha lavorato “bene”.
Vi pare una contraddizione? Non lo è. Dovete infatti sapere che l’euro è un malato in coma farmacologico, tenuto in vita artificialmente grazie alle continue violazioni dei regolamenti europei iniziati nel 2015 da Mario Draghi con il “quantitative easing” (vedi sentenza di Karlsruhe del 5 maggio 2020) e proseguiti col PEPP, ovvero il piano pandemico, del duo Draghi-Lagarde. Senza queste stampelle, l’euro sarebbe finito, ma la sua fine si trascinerebbe dietro buona parte del sistema bancario europeo. È di tutta evidenza che questo scenario vada evitato A TUTTI I COSTI. Qui entra in gioco la pandemia che, ai loro occhi, non è il problema, ma la soluzione!
Sì, perché, mentre vengono negate cure precoci ai malati del virus SARS-CoV-2, vengono negati i testa salivari rapidi e poco invasivi per testare il contagio e si deve attendere che la situazione precipiti prima di potere accedere all’ospedale (quando talvolta è troppo tardi!), le cure per la moneta unica non possono essere interrotte. C’è un piccolo problema: tali cure (“quantitative easing” e PEPP) sono state introdotte con la scusa di fare salire l’inflazione della zona euro ad un valore prossimo al 2%, ma le attuali strozzature dal lato dell’offerta hanno fatto aumentare i prezzi di molte materie prime e così l’inflazione è addirittura arrivata la 3%.

Anche l’avvicinarsi delle elezioni tedesche (i tedeschi sono da sempre contrari al “quantitative easing”) non gioca a favore della prosecuzione degli stimoli monetari e la più probabile conseguenza potrebbe essere, come dice Bloomberg News, una riduzione degli acquisti dei titoli di stato dagli attuali 80 miliardi di euro al mese a 50 miliardi.
La riduzione degli acquisti da parte della BCE apre la strada all’aumento dei tassi di interesse (il famoso spread che, come ognuno dovrebbe sapere, non dipende dal rapporto debito/pil o deficit/pil come l’informazione mainstream ci diceva, ma prioritariamente dalla garanzia offerta dalla banca centrale tramite i propri acquisti). Ma le variazioni del tasso di interesse dei titoli di stato influiscono sul prezzo degli stessi. È matematico: se il tasso di interesse cresce, il prezzo diminuisce; se il tasso di interesse diminuisce, il prezzo cresce.
Poiché le banche europee, ed in particolare italiane, sono piene di titoli di stato, un aumento del tasso di interesse, ovvero una riduzione del prezzo dei titoli, determinerebbe una riduzione del capitale da esse detenuto. Tali perdite di capitale, se non compensate (da cosa?!?), portano dritti al fallimento. Allora ben vengano il virus, le chiusure, le discriminazioni, lo stato di eccezione permanente, i mancati indennizzi, la guerra tra poveri. Tutto fa brodo per riportare l’inflazione al di sotto del 2%. Draghi (ex Goldman Sachs) e Macron (ex Rothschild & Cie Banque) lo sanno bene e stanno facendo di tutto per impoverire le popolazioni, salvare l’euro e con esso anche il sistema bancario da cui provengono. Non è un caso che Italia e Francia detengano il record europeo di efferatezza per il (presunto) contrasto al virus. Anche i consiglieri della Merkel lo sanno, ma a brevissimo ci saranno le elezioni federali per cui non possono tirare troppo la corda.
Certo, non sono gli unici a distruggere le piccole imprese, anche in altre parti del mondo è presente una “furia omicida” simile verso queste e verso i servizi “non tradable”. È il liberismo, bellezza. Ce lo dicono in faccia: senza scomodare Klaus Schwab e il “Grande reset”, è sufficiente riferirsi alla profonda onestà intellettuale di Michele Boldrin ed il suo desiderio di distruzione della micro e piccola impresa (il sogno bagnato delle élite mondialiste).

Proprio così: il virus, premeditato o sfuggito “per sbaglio” da un laboratorio in Cina, è la più straordinaria occasione per portare avanti il progetto delle élite mondialiste, capeggiate dalle grandi banche d’affari. Guarda caso, queste ultime sono proprio le azioniste delle case farmaceutiche che producono i vaccini contro il covid, i vaccini rispetto ai quali, per usare le parole di un personaggio che dovrebbe essere il garante dei diritti costituzionali, non si può invocare la libertà per sottrarvisi. I vaccini “delle banche” sono obbligatori in assenza di obbligatorietà. 
Partiamo da AstraZenaca: tra i maggiori investitori istituzionali ci sono Wellington Management, Goldman Sachs e Citigroup.


Proseguiamo con Johnson & Johnson: abbiamo Vanguard, Blackrock, Bank of America, ecc.


Vediamo Moderna: ancora Vanguard, Blackrock e Morgan Stanley.


Pfizer: Vanguard, Blackrock e Bank of America.

Guarda caso, i lacchè delle grandi banche d’affari, sono disposti a tutto, TUTTO, pur di imporre i (loro) vaccini (quelli delle banche). Sì, perché esiste un vaccino che ha un grosso difetto: lo Sputnik V è finanziato dallo stato russo, alle multinazionali non va un centesimo. Ironia della sorte, proprio questo vaccino non è riconosciuto nella UE. Che strano, non trovate?


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