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Le bugie hanno le urne corte: il crollo di Kenny in Irlanda (con addendum)

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Gli irlandesi hanno bocciato il premier uscente Enda Kenny e la sua politica di austerità.

Lo ammette lo stesso premier e lo riportano tutti i giornali, basandosi sugli exit poll usciti sabato: questa è la situazione secondo i sondaggi

Irlanda exitpoll

Il partito di Kenny, Fine Gael, passarebbe dal 36% al 26,1% perdendo circa 30 seggi ed il partito suo alleato, Labour, crollerebbe addirittura dal 19,5% al 7,8%.

Le spiegazioni che si trovano sui principali quotidiani italiani sono legate essenzialmente al rigetto delle politiche di tagli e sacrifici da parte del popolo irlandese, nonostante l’esplosione del PIL del 2014 (ultimo dato disponibile), cresciuto del 5,2%. Quindi la crescita ci sarebbe stata e le politiche avrebbero pertanto funzionato, ma la gente avrebbe sofferto troppo ed avrebbe punito il Governo, pur avendo esso lavorato bene, reagendo quindi un po’ infantilmente alla medicina amara, ma necessaria ed efficace. Insomma un popolo-Pinocchio che prende a calci la Fata Buona che lo ha curato…

Peccato che questa narrazione sia, oltre che disgustosamente ipocrita, totalmente falsa.

La realtà come al solito la si trova su Internet ed esattamente sul sito counterpunch,org, il quale nel maggio 2015 pubblicava un articolo dal titolo “The Mith of the Irish Recovery” che smontava pezzo a pezzo questa narrazione e che il sempre ottimo e puntuale sito Voci dall’Estero ha tradotto e pubblicato.

La crescita del PIL irlandese infatti è stato determinato dall’enorme elusione fiscale delle imprese multinazionali che hanno sede in quel Paese: gli enormi profitti da queste conseguiti e che, grazie alle favorevolissime norme fiscali, hanno una ricaduta minima sull’economia locale, sono comunque conteggiati nel prodotto nazionale lordo, esattamente come lo sono conteggiati i guadagni del settore finanziario ed i patrimoni ivi domiciliati per ragioni fiscali. Come ammette la stessa Central Bank of Ireland nel suo bollettino “Financial sector developments, which are for the most part unrelated to the domestic economy, account for a significant portion of the rise in GNP” (“gli sviluppi del settore finanziario, che sono per la maggior parte scollegati dall’economia nazionale, rappresentano una porzione significativa della crescita del PNL”).

La crescita dell’Irlanda, esattamente come accadeva prima della crisi del 2007, è quindi determinata dai massicci investimenti esteri e dai conseguenti profitti che, pur se conseguiti nel Paese, non arricchiscono la sua economia, né direttamente, né attraverso il contributo fiscale. Addirittura, come nota il redattore dell’articolo, la metodologia con cui viene redatta la contabilità nazionale (PIL e PNL) recentemente è stata modificata per gonfiare le cifre: adesso anche le merci che non sono prodotte in Irlanda, ma risultano prodotte da un soggetto irlandese (letteralmente “Irish entity“, che è un concetto molto vago ed elastico…) sono conteggiate come se fossero esportazioni dall’Irlanda.

Tutti questi trucchi reali e di contabilità hanno quindi gonfiato le cifre della crescita del PIL, ed hanno permesso ai politici europei, Merkel in testa, e nazionali di sbandierarle come un grande successo delle cure di austerità a cui è stato sottoposto il Paese. Se andiamo però a vedere la realtà dell’economia interna, allora la musica cambia

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I consumi interni privati sono sempre rimasti bassi dopo il crollo del 2007 ed anche nel 2014 il trend non è cambiato. La ragione è semplice: dal 2008 al 2014 il reddito reale disponibile è sceso del 20%, grazie all’aumento delle imposte sul reddito e dei tagli alla spesa sociale. I dipendenti del settore pubblico sono diminuiti e parimenti è diminuito il salario orario, sia nel settore privato, che pubblico, grazie al Haddington Road pay agreement. Il risultato è l’aumento degli arretrati nel pagamento delle rate dei mutui: secondo il Mortgage Market Index di Finch i mutui con arretrati superiori ai 720 giorni continuano a salire e sono 37,269 a settembre 2015. Dal 2010 ad oggi, a causa della crisi, oltre 180.000 giovani sono emigrati per trovare lavoro, oltre il 22% del totale (la popolazione irlandese è di 4.688.000 ed i giovani dai 15 ai 19 anni sono il 17,3%, ovvero 811.024).

Non sorprende quindi che i cittadini irlandesi non siano così pronti a festeggiare i dati sul PIL orgogliosamente sbandierati nei mesi scorsi dal Governo e che, alla prima a occasione utile, abbiano fatto sentire il loro malumore colpendo pesantemente i partiti che lo sostengono.

Mi sorge spontanea una riflessione: non sarà mica per questo che da noi sono ben tre i governi che sono stati formati senza previa consultazione elettorale?

Addendum delle 18.30. Sono appena arrivati i risultati definitivi delle preferenze: Fin Gail è al 25,5%, con un calo del 10,6% rispetto alle elezioni generali del 2011, Labour è al 6,6% con un calo del 12,8%, ambedue quindi con un risultato peggiore di quello stimato dagli exit poll.

Gli irlandesi hanno colpito duro…

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