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L’AZZERAMENTO DELLA STORIA

Ne quid nimis. Nulla di troppo. Se c’è qualcosa di utile, di corroborante, ed anche di piacevole, è un bel riposo a letto. Ma stando sempre a letto si rischiano le piaghe da decubito, la decalcificazione delle ossa e una perdita di tono muscolare che arriva all’incapacità di stare in piedi. Nello stesso modo, se c’è qualcosa di orribile è la guerra, e se c’è qualcosa di prezioso è la pace. Ma ciò non significa che la pace non abbia controindicazioni.
In tempo di guerra è come se la storia si mettesse a correre. I conflitti comportano estese distruzioni e tremendi massacri ma anche impressionanti progressi in campo scientifico e militare. Per non dire di altri possibili, epocali effetti: il portato della Rivoluzione Francese non si sarebbe tanto velocemente diffuso in tutta l’Europa, e in particolare in Italia, senza le guerre napoleoniche.
In condizioni normali, invece, una nazione amministra l’esistente e le sue modificazioni sono lente e progressive. Inoltre è come se la gente a poco a poco perdesse i parametri fondamentali. Dimentica che la violenza è iscritta nella natura umana e la considera come qualcosa di superato per sempre. Dimentica il valore del cibo, perché la fame è un’esperienza d’altri tempi. Trova l’egoismo quasi un atto di cattiva educazione, mentre esso è il fondamento ineliminabile, anche se camuffabile, della conservazione del singolo. E soprattutto, come si diceva, la pace è un notevole fattore di inerzia, e può avvenire che, mentre la storia ha già fatto un tratto di strada, un dato Paese, essendo in pace, non se ne accorga. Un buon esempio l’offre la Francia. Le forze nuove che conducevano verso la democrazia erano la nascente rivoluzione industriale, la diffusione dei libri, l’urbanesimo, insomma il formarsi di una società nuova, più o meno come la conosciamo oggi. Invece la Francia aveva le stesse istituzioni del XVIII secolo e ne era stanca: si vide già nel 1715, quando morì Luigi XIV e nel Paese per così dire si sentì un enorme sospiro di sollievo. Luigi XV fu molto meno opprimente del bisnonno, dal punto di vista morale, ma il Paese era pronto per un cambiamento più radicale. E questo cambiamento si ebbe poi, in modo brusco e perfino sanguinoso, con la Rivoluzione.
Che il Paese fosse in ritardo sulla storia – almeno, rispetto alla punta più avanzata di essa – fu dimostrato anche dal fatto che i principi elaborati a Parigi furono applicati, prima che in Francia, negli Stati Uniti. Mentre, nello stesso tempo, non c’era bisogno di nessuna rivoluzione in Inghilterra, perché in quel Paese le istituzioni democratiche erano già funzionanti da tempo.
Tutto ciò illumina la recenti vicende dell’Europa. Dal 1945 il Continente ha vissuto e vive il più lungo periodo di pace che si ricordi ma ciò ha anche provocato una serie di ritardi rispetto alla storia. Ecco un esempio: l’istituzione dell’euro (non la zona di libero scambio) è stato un clamoroso errore. E quando ci si accorge di aver commesso un errore, normalmente lo si corregge. In Europa invece la moneta unica è stata concepita come eterna e immodificabile, ed è stato come se si fosse stabilito che, anche a constatare che faceva più danni che altro, non si dovesse porre rimedio all’inconveniente. La presunzione e l’idealismo dei nostri venerati padri fondatori sono stati inverosimili. È la situazione in cui viviamo e la pace l’ha resa incrollabile.
Altro enorme errore è stato la creazione di un immenso debito pubblico, oggi oltre il 90% del pil, come media europea. Questo debito ha potuto ingigantirsi, nel tempo, perché la sua progressione non è stata interrotta da nessun evento traumatico.
Insomma, dopo gli spettacolari successi del dopoguerra, l’Europa si è cristallizzata, ha accumulato nel frattempo tutti i problemi irrisolti, ed ha lasciato che si gonfiassero e si incancrenissero. Fra i primi, una società pressoché collettivista e poco produttiva. Il Continente è rimasto inerte, in attesa di un deus ex machina, di una soluzione esterna che non si è avuta e non s’intravvede.
La guerra provoca immensi problemi ma spesso risolve brutalmente quelli esistenti. Per esempio, nel caso del debito pubblico, lascia con un palmo di naso i creditori nazionali e internazionali. In Europa solo un pazzo potrebbe augurarsi una guerra, ma sarebbe il caso che ci si rendesse conto che siamo inseriti in un modello superato dalla storia. Un modello che non funziona. Un modello che dobbiamo azzerare. Purtroppo questo azzeramento fa paura e si continua a rinviarlo, senza capire che ciò corrisponde a lasciargli la libertà di manifestarsi quando e come vuole. Ci vorrebbe un colpo d’ala (l’inverosimile unione politica dell’Europa, ad esempio), o almeno una sorta di conferenza internazionale per prevenire il disastro che si profila, invece di subirlo. Di una catastrofe borsistica esistono già tutte le premesse.
Il Continente deve essere rifondato e abbiamo soltanto la scelta se essere protagonisti o vittime dell’aggiornamento della storia.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
23 luglio 2015

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