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L’azzardo morale dell’Europa che regola senza pagare.

Bruxelles legifera, le imprese pagano. Dall’auto all’agricoltura, l’analisi di Rinaldi sull’azzardo morale di un’Europa che impone rischi senza coprire i costi.

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L’azzardo morale è una categoria classica della teoria economica dell’informazione e dei contratti: si manifesta quando chi prende una decisione non sopporta integralmente le conseguenze delle proprie scelte e può quindi assumere rischi maggiori rispetto a chi ne subisce gli effetti. Trasposta sul piano istituzionale, questa nozione diventa una lente potente per leggere alcune dinamiche dell’attuale costruzione europea.

Nell’architettura della Unione Europea, la produzione normativa è fortemente concentrata a livello sovranazionale. La Commissione europea detiene di fatto il monopolio dell’iniziativa legislativa, elabora regolamenti e direttive, definisce strategie di lungo periodo; Consiglio e Parlamento intervengono nel processo, ma l’impulso tecnico-politico nasce prevalentemente a Bruxelles. Ne deriva un corpo normativo che incide in profondità su industria, agricoltura, energia, commercio estero, finanza. L’impatto economico concreto di queste decisioni, però, si scarica soprattutto su imprese, lavoratori e Stati membri. Il centro decide, la periferia assorbe.

La traiettoria impressa al settore automobilistico con la fissazione di scadenze rigide per l’abbandono dei motori endotermici è esemplare. La transizione ecologica è stata elevata a pilastro identitario dell’Europa. Ma la modalità prescelta – prescrittiva, accelerata, fondata su target non negoziabili – ha imposto alle case automobilistiche europee una riconversione industriale verso l’elettrico di dimensioni straordinarie in tempi compressi. Intere filiere della componentistica sono state costrette a ripensare radicalmente il proprio modello produttivo; investimenti miliardari sono stati riallocati sotto la pressione di obblighi regolatori stringenti.

In un contesto globale caratterizzato da competitori sostenuti da politiche industriali aggressive, costi energetici inferiori e standard ambientali meno onerosi, il rischio di perdita di competitività e contrazione occupazionale è concreto. Se tale rischio dovesse materializzarsi, il prezzo verrà pagato nei distretti industriali europei, non nelle sedi decisionali dell’Unione. Il decisore sovranazionale incassa il dividendo reputazionale della leadership climatica; il rischio industriale è esternalizzato. È una dinamica tipica di azzardo morale: l’ambizione normativa non è accompagnata da una proporzionale assunzione delle conseguenze economiche.

Uno schema analogo si è manifestato nel mondo agricolo. L’inasprimento delle condizionalità ambientali, la riduzione programmata di determinati input produttivi, l’introduzione di vincoli sempre più stringenti nella gestione dei terreni sono stati giustificati in nome della sostenibilità. Ma per milioni di agricoltori europei ciò ha significato aumento dei costi, compressione dei margini e competizione con prodotti importati da Paesi non soggetti ai medesimi standard.

Le proteste che hanno attraversato numerosi Stati membri non sono state un episodio marginale, bensì il sintomo di uno squilibrio strutturale: la sostenibilità ambientale è stata perseguita senza un adeguato bilanciamento con la sostenibilità economica delle aziende agricole. Le correzioni successive, intervenute sotto la pressione delle piazze, non cancellano il dato di fondo. Le scelte sono state elaborate a livello europeo; gli effetti negativi si sono materializzati nei redditi di chi lavora la terra. Anche qui, chi ha disegnato l’impianto regolatorio non ha sopportato direttamente il costo delle sue rigidità.

Analoga asimmetria si è osservata nel metodo di adozione delle sanzioni contro la Russia. Senza entrare nel merito geopolitico ma di merito, ciò che rileva è la distribuzione degli oneri. La decisione è stata assunta come scelta politica unitaria dell’Unione; l’impatto economico è stato però diseguale e, in alcuni settori, particolarmente gravoso. Imprese che avevano costruito nel tempo relazioni commerciali stabili con il mercato russo si sono trovate improvvisamente escluse, con perdite significative di fatturato e la necessità di riconversioni accelerate.

Non si è attivato un meccanismo europeo automatico e proporzionato di compensazione per i comparti più esposti. L’onere è rimasto prevalentemente nazionale o aziendale. Ancora una volta, il centro decisionale ha assunto una scelta politica di grande portata senza condividere in modo diretto il rischio economico che ne derivava per specifici segmenti produttivi.

Automotive, agricoltura, commercio estero: ambiti diversi, medesima logica. L’Unione esercita un potere regolatorio ampio e ambizioso, ma la struttura istituzionale non prevede una simmetria altrettanto forte tra decisione e responsabilità. La distanza tra chi elabora la norma e chi ne subisce gli effetti attenua l’incentivo alla prudenza. Se il costo politico ed economico non ricade sul decisore, la propensione a spingersi oltre, ad alzare l’asticella regolatoria senza una piena internalizzazione dei rischi, diventa strutturalmente più probabile.

Questa dinamica è resa possibile anche da un elemento cruciale: i membri della Commissione non sono sottoposti a una verifica elettorale diretta paragonabile a quella dei governi nazionali. La responsabilità è mediata, indiretta, filtrata attraverso procedure di nomina e approvazione, ma non passa attraverso un rapporto immediato con un elettorato identificabile che possa sanzionare alle urne gli effetti delle scelte compiute.

A ciò si aggiunge un ulteriore fattore spesso trascurato. La Commissione è dotata di un apparato permanente di direzioni generali, dirigenti e funzionari che costituiscono la struttura amministrativa stabile dell’Unione, indipendentemente dal colore politico della Commissione pro tempore. È su quelle scrivanie che prende forma gran parte dei regolamenti, delle proposte tecniche, delle valutazioni preliminari. Si tratta di un corpo burocratico altamente qualificato e strutturalmente autonomo, ma non sottoposto a un meccanismo di responsabilità politica diretta. La continuità amministrativa, che dovrebbe garantire competenza e stabilità, può tradursi in una forte capacità di indirizzo tecnico sganciata da un controllo elettorale effettivo.

Il risultato è una catena decisionale in cui il potere normativo è robusto, mentre la responsabilità politica ed economica è diluita. Non è una questione di intenzioni, ma di incentivi istituzionali. Un sistema in cui chi decide non condivide in misura proporzionata il rischio delle proprie decisioni è naturalmente esposto alla tentazione dell’azzardo morale.

Se l’Europa vuole rafforzare la propria legittimità, deve colmare questa asimmetria: valutazioni d’impatto realmente indipendenti, maggiore trasparenza sui costi economici e sociali delle politiche adottate, meccanismi automatici di compensazione quando decisioni comuni producono oneri concentrati su specifici settori, e una più chiara catena di responsabilità politica. Perché nessuna costruzione istituzionale può reggere a lungo se chi esercita l’autorità non è chiamato, in misura adeguata, a rispondere delle conseguenze delle proprie scelte.

Antonio Maria Rinaldi

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