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L’altra faccia della medaglia (di Raffaele Salomone Megna)

 

 

La scomparsa di Sergio Marchionne monopolizza da ieri tutti i titoli della carta stampata e dei telegiornali nazionali ed esteri.

Il giudizio è unanime: viene ricordato come un grande italiano, visionario e anticipatore dei tempi.

Personalmente non condivido appieno questo giudizio, almeno per alcuni aspetti.

In primis bisogna dividere l’uomo dal personaggio pubblico.

Sull’uomo c’è poco da dire, se non esprimere tutta la pietas cristiana per il crudele male che lo ha sottratto prematuramente all’affetto dei suoi cari e dei suoi amici.

La caducità è insita nella natura umana e, per quanti soldi si possano avere, noi apparteniamo alla morte come diceva il grande Totò, e davanti ad essa siamo tutti eguali, per cui ogni bene materiale risulta vano ed effimero.

Sul personaggio pubblico mi preme invece evidenziare alcuni aspetti che i vari commentatori, intenti ad intessere un poderoso epinicio alla sua persona, sembrano aver trascurato.

Sicuramente Marchionne è stato un amministratore delegato di notevolissime capacità e, grazie al suo operato, ha fatto incassare cospicui dividendi agli azionisti della F.C.A., compito primario di un qualsiasi amministratore delegato che sia tale.

E proprio in questo non rileviamo alcuna eticità.

Il suo operare è lontanissimo dalla visone del capitalismo etico di Adriano Olivetti, il quale si distinse per i suoi innovativi progetti industriali basati, sul principio secondo cui il profitto aziendale dovesse essere reinvestito a beneficio della comunità.

Sergio Marchionne, invece, si è adeguato ai tempi ed alle logiche della globalizzazione.

Ha trasformato la FIAT ( fabbrica italiana automobili Torino ), in FCA (  Fiat Chrysler Automobiles ), società costituita in Olanda e quotata a New York e Milano.

La FIAT non è più italiana ma olandese, per sfruttare quello che si chiama tecnicamente arbitraggio fiscale ( per dirla più chiaramente per pagare in Olanda e non in Italia meno tasse ).

Ha creato nuovi posti in Italia? Non credo.

Non ha mantenuto neanche quelli che c’erano prima del suo arrivo in FIAT il primo giugno del 2004.

Se nuovi posti sono stati creati, sono stati creati all’estero, lì dove la mano d’opera costa di meno ( Polonia ) o i sindacati sono più accondiscendenti ( Stati Uniti ).

Conflittuale il suo rapporto con i sindacati italiani, che portò all’esclusione della FIOM dalle negoziazioni contrattuali con la FIAT, in forza dell’art. 19 della legge 300 del 1970, e che determinò poi la pronuncia della Corte Costituzionale n. 231/2013 sull’incostituzionalità di detta norma.

Tale atteggiamento causò ”arretramenti, incomprensioni, che si sono riverberati, oltre che nelle relazioni sindacali, nella società e negli sviluppi industriali”, così come precisa testualmente la CGIL nel suo comunicato sulla scomparsa del manager.

In conclusione: Marchionne ha fatto gli interessi dei suoi azionisti, come è giusto che sia, non ha fatto gli interessi dell’Italia, come è giusto che sia per il suo ruolo di amministratore.

Grandi e riconosciute le sue qualità intellettive e le sue capacità manageriali, però non si dica che è stato un grande italiano.

Che il Signore lo abbia in gloria e che la terra che ora lo ricopre possa essergli lieve.

Raffaele SALOMONE MEGNA

 


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