Automotive
L’alibi geopolitico: le case auto incolpano il Medio Oriente, ma la vera crisi è la domanda interna
I vertici dell’auto europea incolpano la guerra in Iran e i rincari della benzina per il crollo delle vendite. Ma i dati smentiscono l’alibi: la vera crisi, soprattutto in Italia, ha radici molto più profonde e strutturali.

Il primo effetto dell’acuirsi delle tensioni tra Stati Uniti e Iran è stato, come ampiamente prevedibile, una diffusa e severa interruzione delle catene di approvvigionamento attraverso tutto il quadrante del Medio Oriente. Il secondo effetto, altrettanto lineare e scontato, si è materializzato in un rapido shock dei prezzi energetici, che ha spinto i costi di benzina e diesel alla pompa su livelli decisamente allarmanti. Il terzo effetto, che gli analisti stanno iniziando a misurare solamente in questi giorni, è il deterioramento della fiducia dei consumatori, schiacciati tra il brusco aumento dei costi dell’energia, i rinnovati e persistenti timori inflazionistici e una più ampia incertezza macroeconomica.
A pochissimi giorni dall’inizio dell’Operazione Epic Fury, la rapida trasmissione di questo shock energetico verso l’economia reale sembra essersi già palesata in tutta la sua forza. O almeno, questo è l’assunto che i vertici dell’industria automobilistica europea stanno diffondendo con notevole e sospetta insistenza. I principali dirigenti di colossi storici, come Volkswagen e Volvo, iniziano infatti a segnalare ai mercati un netto ammorbidimento della domanda.
Martin Sander, attuale responsabile delle vendite di Volkswagen, ha recentemente dichiarato durante un importante evento di settore tenutosi a Londra che le aziende stanno già assistendo a un rapido calo del sentiment in svariati mercati chiave. A suo avviso, i consumatori europei erano già provati da un elevato grado di incertezza, e questo recente scossone geopolitico non ha fatto altro che aggiungere un ulteriore e pesante strato di ansia. Sulla stessa identica linea si è posizionata Nicole Melillo Shaw, amministratore delegato di Volvo per il Regno Unito, la quale ha esplicitamente avvertito il pubblico che i costi della vita in rapido aumento potrebbero spingere numerose famiglie a tirare i remi in barca, ritardando o annullando del tutto gli acquisti più impegnativi, come la sostituzione della propria vettura.
Fin qui, la narrazione dei top manager sembra scorrere in modo ineccepibile. Tuttavia, l’analisi fredda dei dati storici racconta una realtà sfumata in modo molto diverso. Come ha fatto puntualmente notare Joseph Spak, autorevole analista di UBS, la correlazione a lungo termine tra il prezzo del petrolio e la domanda complessiva di automobili è in realtà sorprendentemente debole.

Correlazione (inversa) fra prezzi del carburante vendite auto. Fonte EIA. Non siste una rilevante correlazione inversa fra prezzi del carburante e vendita auto
Di seguito riassumiamo l’impatto reale evidenziato dagli studi di settore:
| Parametro Analizzato | Correlazione Storica |
| Vendite Auto / Prezzo reale del petrolio (dal 1970) | -0.15 |
| Vendite Auto / Prezzo reale della benzina (dal 1990) | -0.17 |
Parliamo di correlazioni inverse, cioè di calo delle vendite di auto all’aumento del prezzo dei carburanti. Si tratta, dal punto di vista prettamente statistico, di correlazioni del tutto trascurabili,. o quasi. Sebbene a livello psicologico sia piuttosto intuitivo pensare che un carburante più oneroso scoraggi l’immediato acquisto di un veicolo nuovo, questi piccoli numeri sono strutturalmente insufficienti per spiegare i cali radicali della domanda a cui l’industria sta assistendo in questo preciso momento storico.
La domanda sorge quindi spontanea: non è che i grandi produttori europei stiano semplicemente utilizzando le recenti azioni dell’amministrazione statunitense come un comodissimo capro espiatorio?
Questo fondamentale interrogativo diventa assolutamente cruciale se calato nella complessa realtà della crisi del settore auto italiano, un comparto vitale che da troppo tempo mostra crepe strutturali ben più profonde di una mera e temporanea fiammata delle quotazioni del greggio. In Italia, la vera crisi della domanda non è certamente nata con gli eventi bellici delle ultime settimane. È, al contrario, il risultato finale di una combinazione letale di fattori macroeconomici ben precisi e di scelte industriali perlomeno discutibili. Il risutlato è che 2017 si sono prodotti 1,4 milioni di auto in Italia, nel 2025 meno di 380 mila. Un disastro industriale che ha ben poco a che fare con i prezzi del carburante. La soluzione non verrà automaticamente dalla fine della crisi del Golfo, ma dal cambiamento delle politiche del settore auto europee.







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