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L’agenda di Bruxelles: prima le recessioni, poi le deroghe. Il fallimento annunciato del Patto di stabilità e crescita

Rigidità prociclica, doppio standard tra Stati membri e incapacità di intervenire in via preventiva: di fronte allo shock energetico, la linea europea rischia di trasformare un rallentamento in recessione.

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Nel dibattito che si sta sviluppando sul Patto di stabilità e crescita riemerge un limite strutturale dell’impostazione europea: la difficoltà, se non l’incapacità, di utilizzare la politica economica in chiave preventiva. Le dichiarazioni del Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che ha richiamato la necessità di valutare una sospensione delle regole fiscali in presenza di uno shock energetico persistente, si confrontano con una risposta europea improntata a un formalismo sempre meno giustificabile.

In questo contesto, bene ha fatto il Ministro Giancarlo Giorgetti a porre con chiarezza il tema della sospensione del Patto di stabilità. Una posizione coerente con l’impostazione di prudenza e responsabilità che ha caratterizzato la sua azione di governo, dimostrando in questi anni una capacità concreta di tenere sotto controllo i conti pubblici, anche rispetto a precedenti esperienze. Non si tratta di una richiesta contingente, ma di una necessità economica: gli interventi a sostegno delle imprese e del potere d’acquisto delle famiglie saranno inevitabilmente rilevanti e devono essere gestiti in un quadro di razionalità, non entro vincoli astratti.

Il nodo è eminentemente politico. L’orientamento che emerge da Bruxelles è chiaro: la clausola di salvaguardia potrà essere attivata solo in presenza di una “grave recessione”. In altri termini, si ammette la sospensione delle regole non per evitare una crisi, ma solo quando questa si sarà già manifestata. È una logica che rovescia il senso stesso della politica economica: non prevenzione, ma intervento tardivo.

Un’impostazione di questo tipo è, nei fatti, prociclica: si comprimono gli spazi di intervento pubblico quando l’economia rallenta e si concede flessibilità soltanto quando il deterioramento è ormai evidente.

Nel caso italiano, il quadro è particolarmente delicato. Il rapporto deficit/PIL si colloca attorno al 3,1%, oltre la soglia simbolica di Maastricht, in presenza di crescita modesta, potere d’acquisto in erosione e costi energetici che comprimono la competitività. In questo contesto, l’intervento pubblico non rappresenta un’anomalia, ma uno strumento essenziale di stabilizzazione.

Pretendere rigidità oggi significa, nei fatti, programmare la recessione di domani. Il nuovo Patto di stabilità, nella sua versione riformata, appare sotto diversi profili più stringente del precedente. La novità non risiede nei parametri, ma nel meccanismo di controllo. Se in passato la sorveglianza era prevalentemente ex post, oggi il sistema si fonda su una logica ex ante: piani fiscali-strutturali nazionali, traiettorie di spesa definite, valutazione preventiva della Commissione e monitoraggio continuo incidono direttamente sulla formazione delle decisioni di bilancio.

A riprova delle criticità strutturali dell’impianto, va ricordato che già in sede di approvazione europea la rappresentanza italiana espresse una posizione critica: gli europarlamentari italiani, appartenenti a tutte le principali famiglie politiche, votarono prevalentemente – se non quasi esclusivamente – contro o si astennero, con l’eccezione di soli tre voti favorevoli. Un dato che evidenzia come rigidità e scarsa adattabilità agli shock fossero evidenti fin dall’origine.

Questo quadro diventa ancora più problematico se si guarda alla realtà concreta dei Paesi membri. La Francia rappresenta un caso emblematico: il disavanzo pubblico si colloca stabilmente su livelli ben superiori ai parametri europei e, per il 2026, è previsto intorno al 5%, con prospettive di rientro incerte. Non si tratta di un’eccezione temporanea, ma di una condizione strutturale che non sembra generare la stessa pressione esercitata nei confronti di altri Paesi. Ne deriva una flessibilità di fatto che indebolisce la credibilità dell’intero sistema.

Il paradosso emerge con evidenza se si considera che l’Unione europea ha consentito a quindici Stati membri margini di flessibilità per la spesa militare. Si è ritenuto legittimo derogare ai vincoli per esigenze strategiche, ma non per sostenere famiglie e imprese colpite da uno shock che incide su redditi, consumi e continuità produttiva. Una asimmetria che mette in discussione la coerenza dell’impostazione europea. Se le regole valgono, devono valere per tutti; se vengono adattate, devono esserlo secondo criteri uniformi. Diversamente, si rafforza la percezione di un’Europa a geometria variabile, in cui il rigore è selettivo.

Il punto è uno: evitare la recessione.

La sospensione del Patto di stabilità, in presenza di uno shock energetico persistente, non è una concessione, ma una scelta di razionalità economica e responsabilità politica. Negarla significa accettare consapevolmente il rischio di un deterioramento più profondo. E ancora una volta, l’Europa interverrà quando sarà troppo tardi.

Ma la politica economica non serve a certificare le crisi. Serve a evitarle.

Antonio Maria Rinaldi

Antonio Maria Rinaldi è stato direttore generale di SOFID,  capogruppo finanziaria di ENI e presidente di Trevi Holding, oltre che Professore di Finanza aziendale presso l’Università di Pescara e di Politica Economica presso la Link University. Europarlamentare dal 2019 al 2024.

 

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