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La strategia di Draghi è destinata a fallire (di Paolo Savona)

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Pubblichiamo due articoli di Paolo Savona apparsi su Milano Finanza rispettivamente il 31 marzo e il 1 aprile.

Nella sua testimonianza resa in Parlamento in qualità di Presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi ha affermato che “tre principali fattori confortano le aspettative di ripresa dell’attività economica. Gli effetti positivi della caduta dei prezzi energetici; l’intonazione espansiva della politica monetaria che ha contribuito a ridurre la frammentazione del sistema finanziario e ad assicurare il trasferimento del basso costo del danaro alle famiglie e alle imprese; le riforme strutturali varate in diversi paesi dell’area che, sia pur con differenti velocità e intensità, cominciano ad esercitare i loro effetti“. Silenzio totale invece su una delle variabili principali di questa ripresa: la svalutazione dell’euro, che ha raggiunto il cambio di 1,08 rispetto al dollaro, muovendo da circa 1,60 di prima della grande crisi finanziaria del 2008, passando per tre alti e bassi a 1,38 e poi scendere a 1,08, cumulando in 6 anni il 36% di deprezzamento in due tappe da – 14% e – 22%; viene posto rimedio, ma non vengono annullati gli effetti disastrosi sulla crescita europea, via le esportazioni, che sono stati sistematicamente negati.

Non si può dire se il silenzio, come suol dirsi assordante, di Draghi sul cambio sia legato alle sue precedenti posizioni negazioniste o alla preoccupazione che la svalutazione abbia effetti negativi sull’impegno di attuare riforme che imprese e Stati membri devono porre per indurre aggiustamenti delle ragioni di scambio. Non va dimenticato che uno dei motivi che hanno spinto a creare l’euro è proprio quella di sottrarre agli Stati membri il potere di svalutare per fronteggiare le difficoltà produttive e occupazionali invece di aggiustare le perdite di competitività.

Uno dei punti che trascura il dibattito sulla crescita in Europa e in Italia è che il modello di sviluppo verso cui si tende è incoerente con le nuove condizioni geopolitiche create dall’ingresso sul mercato globale di paesi popolosi ed economicamente arretrati, capaci di muovere concorrenza ai paesi sviluppati usando il loro basso costo del lavoro e le tecnologie che vengono a esse vendute o in essi investite.

Siffatta concorrenza avrebbe dovuto indurre un cambiamento di modello più orientato al consumo rispetto alle esportazioni; invece si è deciso di difendere quest’ultimo e, per compensare le perdite nelle ragioni di scambio, la soluzione non poteva se non essere quella di puntare alle innovazioni tecnologiche e alle riforme, soprattutto incidendo sul welfare e sui bilanci in disavanzo. Ma questo aggiustamento aumenta la disoccupazione e crea insoddisfazioni sociali e instabilità politica, rischiando di mettere in crisi irreversibile la costruzione dell’Europa unita.

I paesi che hanno meglio resistito alla crisi competitiva sono quelli il cui modello di sviluppo è di tipo consumption-led, trainato dai consumi; in particolare gli Stati Uniti, che non hanno sofferto in particolare di perdite nelle ragioni di scambio come gli altri paesi, ma degli eccessi finanziari per sostenere il loro modello (in particolare con i crediti subprime per sostenere la bolla speculativa nell’edilizia).

L’UE è restata costretta nelle regole che si è data in epoca diversa da quella dei recenti cambiamenti epocali, insistendo sul rilancio di un modello di sviluppo indifendibile che la sta portando sull’orlo di una nuova crisi istituzionale; quel poco di insufficiente crescita che è riuscita a ottenere con sacrifici nella vana ricerca di una competizione con i paesi emergenti come la Cina, è indicata come un successo della sua politica.

Tutti si sono affrettati a vantarsi dei meriti della piccola crescita raggiunta e ancor più di quella maggiore prevista: il Governo italiano si vanta delle sue riforme; la Commissione della sua austerità fiscale e la BCE della sua politica monetaria, senza sottolineare che esse hanno creato deflazione e depressione, sintetizzata nella creazione decine di milioni di disoccupati. Un vero disastro.

Nessuno, salvo il silenzio eloquente di Draghi, riconosce che con la svalutazione dell’euro è stato rilanciato il più classico e vecchio modello di sviluppo export-led, trainato dalle esportazioni. Credo che ciò valga soprattutto per l’Italia, soprattutto se si considera che la svalutazione è accompagnata da una politica monetaria fortemente espansiva, il contrario di quello che sarebbe accaduto con la vecchia lira affidata alle cure della Banca d’Italia. Le imprese esportatrici sono molto eccitate dal recupero del vecchio modello di sviluppo senza stretta monetaria che riguarda non più del 25% del PIL e un po’ meno dell’occupazione; ma il resto dipende dalla domanda interna che ristagna per l’inaudita restrizione creditizia/politica dell’attività di costruzione, l’altro motore storico dell’economia, che procede a ritmi inferiori della metà rispetto al livello di inizio crisi. A questa politica deflazionistica contribuisce anche la BCE perché si rifiuta di finanziare l’edilizia, come ha fatto invece con successo la Fed, per paura di bolle speculative, che sono solo nella fantasia delle nostre autorità e di quelle europee.

L’effetto più assurdo di questa situazione è che l’Italia accumula risparmio in eccesso ai consumi interni e non lo può mobilitare perché la spesa esogena è bloccata dai vincoli europei sul bilancio pubblico e sul debito statale. L’indicatore più espressivo è il saldo di parte corrente della sua bilancia dei pagamenti, che ha raggiunto i 45 mld di euro, 3 punti di PIL, quelli che mancano alla crescita italiana. Né ci aiuta l’Europa che ha oltre 330 mld di risparmio in eccesso (guarda caso nei pressi dell’importo del Piano Juncker), interamente concentrato in Germania e Olanda, mentre registra oltre l’11% di disoccupazione. Un vero disastro, di cui c’è ben poco da menar vanto. Eppure si continua a sostenere che l’architettura europea paralizzante non conta nella crisi e che la colpa è dei paesi che non hanno fatto sufficienti riforme, Italia compresa, come noto abitata da spendaccioni. Poiché questi spendaccioni risparmiano, prima o dopo ci devono spiegare se sanno di che cosa parlano.

Ricevo il messaggio inviato dall’Ufficio contatti con la stampa della BCE concernente il mio commento pubblicato il 31 marzo sull’intervento effettuato da Mario Draghi in Parlamento per segnalarmi che l’argomento del cambio dell’euro è stato oggetto di attenzione nel corso del dibattito. Ho cercato nel mare delle notizie fornite dalla BCE se queste domande-risposte fossero state rese pubbliche, ma non mi è stato possibile trovarle. Ho pertanto chiesto agli uffici del Parlamento se il testo del dibattito era stato diffuso e mi è stato detto che esso era in forma di resoconto audiovisivo dell’incontro. Ringrazio pertanto la BCE per avermi informato dell’esistenza di questa parte dell’incontro che, per l’importanza che assegno al tema, mi affretto a divulgare, non senza premettere che, salvo ritirare l’accusa di un “silenzio assordante”, non ritengo siano necessarie correzioni al mio commento pubblicato il 31 marzo su MF. In ogni caso torna ad onore del Parlamento italiano aver attirato l’attenzione sull’importante argomento del cambio dell’euro.

Le risposte di Draghi ai quesiti rivoltigli sul cambio meritano una particolare attenzione. Egli ha affermato che la nuova politica monetaria espansiva si trasmette al cambio dell’euro, precisando che “Oggi quell’effetto sul tasso di cambio è stato, indubbiamente, significativo. E’ iniziato con l’aspettativa che si arrivasse al QE, poi si è molto rafforzato con l’attuazione del QE…”. Ha poi aggiunto che una stima della Banca d’Italia indica che “la riduzione dei tassi a lungo termine e il deprezzamento del cambio dovrebbero esercitare un impatto positivo sul livello del PIL italiano pari a circa 1 punto percentuale entro il 2016”. E ancora di seguito ammette che “gli ultimi due o tre anni hanno visto movimenti del tasso di cambio molto significativi, ma da parte di tutti si è capito che questi movimenti del tasso di cambio non avevano intenti o non erano la conseguenza di politiche mirate al tasso di cambio, ma era la conseguenza di politiche economiche e, più particolarmente, monetarie che miravano a obiettivi di carattere interno. Quindi, nel nostro caso, a raggiungere un certo tasso di inflazione, nel caso degli Stati Uniti a raggiungere un certo tasso di inflazione e di disoccupazione”. Draghi completa la risposta attribuendo alla differenza nei cicli economici e nelle politiche monetarie il recente comportamento del rapporto di cambio euro/dollaro e alla ritrovata fiducia nell’euro il “forte rafforzamento dell’euro” del 2012.

Credo che la spiegazione data, pur con profonde diversità interpretative delle determinanti delle parità di cambio nei diversi momenti attraversati dall’euro, fornisce la spiegazione, per me difficile da accettare, che la svalutazione è considerata benefica in termini di crescita, ma non è tra le variabili considerate nelle scelte di politica monetaria. Se a questa considerazione si somma l’affermazione che per la BCE l’obiettivo è sollecitare l’inflazione e non anche l’occupazione, come per la Fed americana, i miei turbamenti aumentano.

Ritorno perciò al mio argomento centrale del commento pubblicato il 31 marzo: la crescita si è ripresentata perché è stato rilanciato il vecchio modello di sviluppo trainato dalle esportazioni e ha funzionato perché gli effetti della svalutazione dell’euro non sono contrastati da una politica restrittiva; però non sarà di dimensione tale da creare occupazione finché non si riavvia il secondo motore, quello dell’edilizia, un argomento che la BCE non vuole prendere in considerazione.

Se si nega che il cambio sia una variabile strategica anche per la politica monetaria e se, per un qualsiasi motivo, dovesse rovesciarsi l’attuale valore esterno dell’euro, la ripresa risulterebbe effimera. Draghi può sostenere che ha dato la risposta: sono necessarie riforme che aumentino la produttività a livelli tali da migliorare le ragioni di scambio. Questo significa che si vuole restare nel modello export-led, invece di stimolare i consumi, che sarebbero oggi necessari e possibili perché anche l’Italia non utilizza il risparmio che produce, come testimonia il surplus di bilancia estera corrente; la Germania e Olanda sono nelle stesse condizioni, per giunta registrando livelli di cui dovrebbero vergognarsi considerata la disoccupazione in Europa.

Perseguire ambiziosi progetti di riforma per migliorare le ragioni di scambio per esportare di più confligge con le condizioni geoeconomiche prevalenti e causa problemi allo sviluppo europeo e mondiale. Tutte queste tematiche vanno ripensate a fondo invece di insistere sul rilancio di un modello incoerente con lo stato dell’economia europea e globale e, perciò stesso, privo di futuro.

 

Paolo Savona

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