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LA SEN. MONICA CASALETTO: ridurre il debito privatizzando è ormai una menzogna consolidata.

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Grazie Presidente, colleghi

In questo anno molti nodi stanno venendo al pettine e non ci sarà nessun piano Juncker a salvarci, invocando Unione Europea vogliono toglierci risparmi, diritti e democrazia.

L’Unione Europea in costruzione ci sta inesorabilmente impoverendo, incurante dell’esistenza delle nostre microimprese, refrattaria a riconoscere le nostre tipicità, ma pronta a bacchettarci non appena si accorge che “non abbiamo fatto i compiti a casa”.

Una Unione Europea nella quale noi italiani abbiamo un membro del Governo che, evidentemente, invece di tutelare i nostri interessi sembra essere troppo prona ai voleri di Bruxelles, nonostante ci siano molti esempi di come gli Stati membri, spesso, disattendano le decisioni della Commissione europea.

In qualche misura il DEF e la politica economica sottesa rappresentano bene la posizione del governo: aspettiamo la crescita, poi vediamo cosa fare. I provvedimenti a favore delle imprese sono stati realizzati; il mercato e le imprese sanno cosa fare. Qualora si aprissero nuovi spazi finanziari, per esempio una contrazione dei tassi di interesse relativi al servizio del debito pubblico, è possibile prefigurare delle misure pro-cicliche. Il DEF riduce la politica pubblica a semplice cornice dei fenomeni. Al governo sono convinti che la crescita economica arriverà. Occorre pazienza. Appena la crescita si manifesterà, tutte le operazioni di finanza pubblica diventeranno plausibili e politicamente sostenibili.  Secondo il Premier e il Ministro dello Sviluppo Economico le tasse sono diminuite e continueranno a diminuire. L’atteggiamento è quello tipico delle politiche neo-liberiste: solo la riduzione delle tasse può far crescere l’economia, con un atto di fede e (fiducia) nel mercato e nelle imprese spropositato. Se poi non dovesse realizzarsi la crescita vuol dire che si sono ridotte le tasse troppo poco o non si è flessibilizzato abbastanza il mercato del lavoro. Peccato.

Nel frattempo è intervenuto il QE (quantitative easing) di Draghi, e il calo del prezzo del petrolio al barile.  Se la riduzione del costo del lavoro italiano è prossima a quella dei paesi periferici dell’Unione Europea, il contributo (modesto) delle esportazioni alla crescita del Pil nasconde qualcosa di più preoccupante. Quello che il governo nasconde, accuratamente, è la distanza dell’Italia rispetto alla crescita media europea, che nel corso degli anni si è consolidata e poi ampliata.

Se il QE e il deprezzamento del petrolio sono positivi per la crescita, sempre che sia vero in assoluto, una riduzione del prezzo del petrolio potrebbe avere anche un effetto negativo sulla domanda dei paesi che lo esportano e sullo sviluppo delle tecnologie rinnovabili, è altrettanto vero che i benefici sono orizzontali e valgono per tutti i paesi. Forse un problema di struttura il Paese lo deve realmente affrontare, diversamente dalle riforme strutturali che intervengono sempre a margine di un dato sistema produttivo. La difficoltà dell’Italia nell’agganciare la crescita economica nella misura degli altri paesi, consegna alle riforme strutturali un peso-valore quasi salvifico in verità.

Dal lato occupazionale non si vedono grandi scostamenti; solo i consumi e gli investimenti segnano un miglioramento, che mal si concilia, però, con l’andamento della stessa occupazione. Come può aumentare il consumo se il tasso di occupazione rimane stabilmente al di sotto della media europea? Evidentemente qualcosa non funziona nel modello utilizzato. O le riforme fanno crescere il Pil e quindi migliorano i conti pubblici, oppure la crescita del Pil è incerta, ma la strada intrapresa sono i tagli di spesa pubblica o la conseguente clausola di salvaguardia che riducono la domanda aggregata e quindi il Pil.

In realtà lo scopo dell’unità monetaria europea e quindi a cascata le politiche economiche dei paesi dell’eurozona è di trasferire sul mercato del lavoro il normale aggiustamento degli shock esterni, che abitualmente nel resto del mondo si verifica attraverso l’aggiustamento del tasso di cambio. Pertanto l’Unione Europea e l’Euro non potendo cedere il valore della moneta hanno ceduto il valore dei salari e quindi per i paesi europei del sud si entra in deflazione.

Il Governo ha svenduto molti gioielli italiani con scarsissimi profitti, nemmeno Amato nel 1992 aveva fatto tanto e sappiamo come è andata a finire, allora almeno una politica industriale era ben definita seppur scarsamente condivisibile. Pensare di ridurre il debito privatizzando è ormai una menzogna consolidata.

Sono chiare le intenzioni di questa politica economica: le logiche di mercato devono sostituire lo stato sociale, le costituzioni e la compressione dei redditi da lavoro degli stati europei.

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